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Agostino – Nota sul film di Bolognini

Agostino – Nota sul film di Bolognini

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Tipologia:  Articolo

Testata:  Catalogo III ed. Sicilia Queer Filmfest

Data/e:  31 maggio - 6 giugno 2013

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Moravia volle chiamarlo Agostino perché lo scrisse in Agosto, nel 1942, mentre era rifugiato a Capri con la moglie Elsa Morante. Questa “favola” in forma di romanzo realistico dovette aspettare un paio d’anni per venire alla luce, pubblicata nel febbraio 1944 dalla romana Documento Editore, in una tiratura limitata (500 copie) impreziosita da due litografie di Renato Guttuso, e questo al fine di aggirare la censura fascista che perseguitò lo scrittore specialmente dopo l’uscita dell’apologo politico La mascherata. Quando Valentino Bompiani decise di darlo alle stampe il 30 aprile 1945, Agostino conquistò l’unanimità dei consensi arrivando a vincere (incalzato da Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi) il premio letterario del “Corriere lombardo”, il primo ad essere istituito in Italia dopo la guerra.

Un breve romanzo di formazione compatto, tagliente, mefitico, di grande intensità letteraria. Storia di un tredicenne borghese alla ricerca del padre perduto che assiste all’esplosione della vitalità sessuale materna e, roso dalla gelosia, tenta goffamente di emularla finendo nel crogiuolo di una comunità di esuberanti ragazzini proletari succubi di un bagnino pederasta.

Timori e tremori tipici del Coming of age, implicita comparsa del fantasma di Edipo, il sesso come verifica primordiale di palingenesi sociale e, in più, un’aspra evocazione di certe tentazioni flaubertiane à la manière de André Gide. Quello che da molti (anche dai suoi detrattori) è considerato il capolavoro di Moravia, piacque decisamente a Carlo Emilio Gadda che ne lodò, tra l’altro, “l’ obiettività estrema”.

Il film del 1962 che ne trasse Mauro Bolognini non ha avuto la stessa fortuna del libro. Eppure gli ingredienti c’erano tutti: e Dino De Laurentiis distributore benedicente; e il raffinato regista (allora) trendy che cercava i propri soggetti in biblioteca; e Goffredo Parise sceneggiatore acclarato di romanzi altrui (dopo il coevo exploit sempre con Bolognini per lo sveviano Senilità); e una malinconica, contemporanea location veneziana (al posto della Viareggio moraviana che faceva troppo anni Trenta); e Aldo Tonti maestro del chiaroscurato alla fotografia in Totalscope; e il viscontiano Maurizio Chiari sia per le scene stile Morte a Venezia sia per i costumi molto upper class on holiday; e la bergmaniana Ingrid Thulin come giunonica madre tentatrice (qualche anno dopo incestuosa tout court per La caduta degli dei). Nonostante tutto questo, non funzionò. Soprattutto a causa della censura che sottrasse la pellicola agli spettatori di allora (divieto ai minori di anni diciotto e ritiro dalle sale dopo una sola settimana di programmazione) facendola finire nel tritacarne della solita critica bigotta e in odor di schematismo: Di Giammatteo su Bianco e nero tuonò contro questo esempio di “formalismo postdannunziano, sensualistico e antiquariale”, altri ostentarono irritazione nel rilevare una certa manifesta “esteriorità”, mentre il povero Tullio Kezich si scandalizzò per “un senso di sgradevolezza quasi insopportabile” esaltato dalla “brutale evidenza delle immagini”.

Invece, a vederlo oggi, Agostino o La perdita dell’innocenza è una di quelle monadi autorali (fuori da ogni tendenza o scuola) che invecchia bene come un Amarone: è certamente l’opera più incisiva e originale di Bolognini. La connotazione erotica dell’iniziazione carnale che travolge il giovane protagonista (nel film ha 10 anni), soprattutto la sua liaison edipica, è descritta con impressionistico vigore  attraverso un insistente ricorso a dettagli scomposti e zoom allarmanti: l’abbraccio materno, ci dice il regista, non può che essere ctonio, compulsivo, frustrante, allusivamente mortale. E quando si sconfina nel metamorfico territorio dell’intreccio pederastico, la sfida non solo psicologica dell’infelice adolescente viene rappresentata mentre si consuma divisa tra una vitalità conoscitiva in cerca di esperienze proibite e una voce interiore (prestata dall’io narrante) che, frenando ogni pulsione (in)naturale, ne restituisce pure l’ implacabile nesso di causalità. Lo straziante gioco dell’ “età breve” sta tutto in questo agitarsi dentro la gabbia dell’indistinto e dell’inespresso, una mutazione dolorosa che annuncia la tragedia stessa del vivere: il film si conforma febbrilmente a questo paradigma, con ispirato coraggio.

A Bolognini si può perdonare qualche caduta estetizzante: le troppe vedute calligrafiche di campielli/canali/lidi made in Venice, l’invasiva versione kitsch di Carlo Rustichelli della Gymnopedie No.1 di Erik Satie, alcune sottolineature letterarie.

Ma c’è il magnifico montaggio ellittico di Nino Baragli che asseconda la ritmica onirica del découpage fino all’anamorfosi dell’incubo finale di Agostino, una sequenza da antologia. E ci sono le intelligenti libertà che il film si concede rispetto al romanzo. Citiamone almeno due: Bolognini sceglie di rendere esplicita l’ansia rabbiosamente trasgressiva del suo decenne apparentandolo idealmente all’Antoine Doinel di Truffaut (si veda l’episodio, assente in Moravia, del furto di denaro dalla borsa materna); e in più decide d’intervenire sul personaggio del bagnino corruttore Saro, nel romanzo descritto come fisicamente ributtante (disegnata come una mostruosa creatura mitologica pure in una delle due illustrazioni di Guttuso, mélange marcato di Picasso e van Gogh), trasformandolo in un aitante pescatore che sembra incarnare una protettiva, erotica proiezione paterna.

Riguardo al coté omosessuale, il film segue fedelmente il dettato moraviano concedendosi solo alcuni delicati ammiccamenti morbosi e qualche accensione esotica alla Improvvisamente, l’ estate scorsa (le lascive, primitive danze di Berto e dei suoi giovanissimi compagni di spiaggia), concentrandosi a enucleare analiticamente la ronde di attrazioni e repulsioni mai consumate, sperimentata da Agostino nel corso del suo infelice apprendistato, per arrivare a identificare, proprio in questa ronde, la condizione caotica su cui si fonda ogni esperienza erotica, nessuna esclusa. Lo smarrimento del bambino di oggi ha la medesima radice dello smarrimento dell’uomo di domani.

Insomma, non si tratta certo di una semplice storia d’iniziazione gay mancata.

Quando una volta indicarono al burbero Moravia un paragone possibile tra il suo romanzo e quello, altrettanto famoso, di Umberto Saba, lui si limitò a rispondere perentorio: “Non c’è alcuna somiglianza tra Ernesto Agostino, salvo quella che in entrambi i libri il protagonista è un bambino. In Ernesto l’omosessualità è accettata, in Agostino è respinta”. E così sia, fino alla successiva, inevitabile tentazione d’Agosto.

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