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Turner – Tra estro e dissolutezza: la biografia di un genio

Turner – Tra estro e dissolutezza: la biografia di un genio

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Tipologia:  Videorecensione su L'Ora Quotidiano

Data/e:  1 febbraio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Roberto Rossellini aveva ragione. Elevato alla sua massima potenza, il cinema può svelarci, se vuole, il codice segreto delle cose e degli uomini, restituendo della Storia una sintesi d’immagini utile a interpretarla. È proprio seguendo la lezione rosselliniana di purezza e acutezza che il regista inglese Mike Leigh (conosciuto per il suo eccellente Segreti e bugie) ha composto uno dei biopic più incisivi e poetici degli ultimi tempi, Turner (prodotto l’anno scorso e candidato ai prossimi Oscar), concentrato sulla figura del geniale pittore londinese William Turner, la cui opera è una delle fondamenta su cui si edificò la rivoluzione estetica e percettiva dell’arte moderna e contemporanea. Assumendolo come personaggio-vicenda, seguendolo negli ultimi venticinque anni di vita (dal 1825 fino al 1851), immergendolo nei paesaggi da lui vissuti e trasfigurati, Leigh tratteggia con brillante secchezza la parabola di un artista che seppe posizionarsi contemporaneamente dentro e fuori il proprio tempo, accusato dai detrattori della sua epoca di “dipingere il Nulla” e, al contrario, considerato il “Cristo della pittura” da chi, come il grande scrittore John Ruskin, ne intuì immediatamente la grandezza. E così, il film c’invita a pedinare il pittore a partire dai giorni in cui egli, corpulento e sornione, godeva dei vantaggi della popolarità conquistata fin da ragazzo, ammesso alla prestigiosa ma tradizionalista Royal Academy of Arts come creatore di prodigiosi paesaggi naturali e mitologici insieme, diventato abile a far fruttare economicamente il proprio talento, viaggiatore instancabile (in patria, e poi in Scozia, Svizzera, Italia: 100.000 miglia percorse e 300 taccuini di schizzi riempiti), e talmente rinomato per la sua eccentricità al punto da attirare spettatori, che ne ammiravano i virtuosismi mentre dipingeva davanti ai loro occhi, nel proprio caotico studio a Twickenham.

Ed ecco il racconto evocativo, restituito nel film con controllate tonalità grottesche, di Turner uomo e artista, giocosamente immerso nel gorgo della sua quotidianità disordinata, sorretta da contrastanti moti affettivi: il rapporto con l’amorevole padre che gli fa da assistente, i fugaci accoppiamenti con la devota governante Hannah, il conflitto con l’ex amante Sarah Danby che rivendica attenzione per le figlie avute e non riconosciute da lui, e infine l’approdo alla felice relazione con la signora Booth, sua ex pensionante, che lo invita a vivere in una nuova casa nel quartiere di Chelsea, assistendolo fino alla morte avvenuta per una crisi cardiaca. Nel corso di questo vivace itinerario esistenziale, di tanto in tanto, affiorano le ombre: l’angoscioso ricordo della madre ricoverata in manicomio e quello della sorella Helen precocemente scomparsa, la depressione seguita alla morte del sodale genitore e le frustrazioni derivate dall’atteggiamento di coloro i quali, come la regina Vittoria, ostentarono una certa avversione per la sua pittura. Quello di Leigh è il ritratto di un uomo ruvido e acido, ma generoso, di un burbero benefico pronto a sostenere il collega Benjamin Haydon perseguitato dai debiti e a destinare allo Stato l’eredità della sua preziosa produzione perché il pubblico futuro ne potesse godere gratuitamente. Con la stessa avidità con cui divora porzioni di maiale e con la stessa irruenta intensità di quando intona “Il lamento di Didone” di Purcell, giorno dopo giorno, Turner fortifica il proprio legame sia con gli elementi naturali, diventati materia privilegiata del suo ossessivo scandagliare da sensitivo, sia con il divenire delle storiche mutazioni tecnologiche e sociali della propria epoca, giungendo al primato di uno stile originale e provocatorio che suscitò critiche sprezzanti e addirittura derisioni durante l’ultima parte della sua carriera, quando egli superò la barriera del figurativismo anticipando troppo presto impasti, spezzature, cromatismi e astrattismi che divennero la lingua degli Impressionisti e, in seguito, di gran parte della cultura artistica del Novecento. Attraverso una forma mai estetizzante e una sceneggiatura a mosaico fluida e solidissima, servita da attori di primordine (a cominciare dallo straordinario protagonista Timothy Spall che restituisce mugugni, pulsioni, angosce e soprattutto stupori del suo personaggio), questo magnifico film di Mike Leigh riesce a decifrare il codice segreto della pittura di Turner: il suo rapporto mistico ma concreto con il gran Teatro della Natura, dove ogni ombra può farsi luce abbagliante a patto che la trasformazione dello sguardo in gesto pittorico sappia rappresentare le qualità essenziali di quell’unica realtà che, da umani, possiamo permetterci di percepire, la realtà dell’arte che spesso coincide con la verità del vivere.

 

Nota di Francesco Romeo sul film:

Al Turner di Leigh chiedono come sia andato il viaggio e lui risponde: « All’inizio il mare era tranquillo e poi a metà si è increspato». E pure increspata è la faccia dell’attore protagonista, con le guance come gobbe di cammello o ali del pollo che si muovono, come in Eraserhead. E poi il verso che fa, quel personaggio, una specie di additivo della colonna sonora: mugugni, borbottii, rauchi commenti senza parole (anche all’indirizzo di Ruskin, bersaglio un po’ banale e sbagliato, unico punto debole del film). Increspature sul piano acustico. Da piccolo, una volta scoperta la minoranza statistica di avere i capelli ricci puntavo il dito serio e dicevo: Sì ricci ma non crespi! Eppure mi fa piacere che il film ruoti tutto intorno alla parola increspatura. I quadri di Turner, credo si suggerisca, sono come delle traversate per mare. Hanno un tempo, ognuno di loro: la prima fase è tranquilla ma poi si increspano. Pensate al quadro con il treno sfrecciante per soggetto. Il treno dopo un tratto di ferreo sfoggio di integrità si dissolve nella nebbia, ossia che fa? Si lancia in una increspatura di colore e lanciandosi in essa la crea. Ed è per questo che la fotografia del film è magistrale, diciamo pure illuminante. Alterna scene diafane («Diaphana Film» è il nome bellissimo della casa di produzione) a scene sotto un assalto di rughe, di pieghe. Anzi le intreccia, le fa transitare le une nelle altre. E scopre il genio di Turner e il punto di svolta che è al centro delle sue creazioni e anche del film. L’increspatura è il vero oro. Il sole è una specie di condensazione di increspature, un crogiuolo di forme, una casa di fantasmi che meno infestano che fanno festa. Il finale si sobbarca al complicato compito di registrare le “ultime parole famose” dell’artista. Il sole è Dio. La Grande Increspatura. I naufragi, i tramonti, i temporali: sono, come l’amore, “Anatomia dell’increspatura”. Tutto quello che si può fare, tutto quello che basta fare, è mettere una boa. Una grossa goccia di sangue – una macchia rossa, anch’essa. Una cifra nel tappeto volante di un dipinto, o di una vita.
(Francesco Romeo, 2015)

 

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