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“Todo modo”, l’ultima recensione di Pasolini

“Todo modo”, l’ultima recensione di Pasolini

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  1 novembre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Qualche mese prima di finire massacrato all’Idroscalo di Ostia, a 40 anni da oggi, Pier Paolo Pasolini scrisse quella che era destinata a diventare l’ultima delle sue recensioni letterarie, e la dedicò a Todo modo, il libro allora più recente dell’amico “fraterno e lontano” Leonardo Sciascia. In quello scritto, apparso sulle colonne del settimanale «Tempo» il 24 gennaio 1975 e poi raccolto con altri nel volume Descrizioni di descrizioni edito per la prima volta da Einaudi, Pasolini annunciò di voler interrompere momentaneamente la rubrica insieme al proprio impegno di critico militante (la “faticosa” analisi di tre libri a settimana per tre anni di fila), e questo a causa del film “terribilmente avventuroso e sgradevole” che si accingeva a girare, una versione delle 120 giornate di Sodoma ambientata nell’Italia del 1944, il suo testamentario Salò/Sade. Dal tono appassionato della recensione pare evidente che l’intellettuale cineasta avesse individuato nel “giallo metafisico” dello scrittore di Racalmuto più di un motivo d’ispirazione per il suo estremo esperimento cinematografico: entrambe le opere esibiscono una struttura dantesca nell’evocare una “mostruosa” metafora apocalittica sul potere (del vecchio fascismo come del nuovo identificato nella Dc e nei suoi notabili) che si fa espressione criminale di anarchia assoluta in claustrofobici universi “che elaborano fino alla follia i dati della realtà”. Ed è proprio allo Sciascia moralista “purissimo” e instancabile indagatore di realtà che Pasolini si rivolge, nella consuetudine di un lungo dialogo mai interrotto, dalla metà degli anni Cinquanta in poi, anche se talvolta incrinato da qualche reciproco malinteso in cui si fronteggiarono differenti temperature intellettuali e opposti metodi di giudizio. “Sciascia non ha mai smesso di essere attuale. In Todo modo, il suo romanzo migliore, egli non si disperde in rancori o perdoni: e formula la sua condanna”. In quel libro “magistrale”, Pasolini seppe decifrare un comune codice ideale che lo legava al suo sodale siciliano, la messa in forma compiuta di quel processo al Palazzo che era diventata la sua ossessione. Con analogo fervore, Sciascia ricambiò quel generoso tentativo di rispecchiamento: dopo il maledetto 2 novembre del brutale e irrisolto assassinio, si dichiarò la sola persona con cui Pasolini potesse parlare e definì la sua morte violenta, così emblematica da risultare ad altri persino letteraria, “una tragica testimonianza di verità”.

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