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Todo modo, il film fantasma di Petri e Sciascia

Todo modo, il film fantasma di Petri e Sciascia

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  23 febbraio 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Ad alcuni film non è dato invecchiare perché sono condannati all’invisibilità fin dalla loro uscita.

E’ il caso di “Todo Modo” che Elio Petri girò nel 1976 traendolo dal più oracolare dei romanzi di Leonardo Sciascia, scritto nel ’74 e quindi 40 anni fa.

Sottoposto a una censura non solo di mercato (perché politicamente offensivo e poi presago della furia brigatista che sacrificò Moro), questo cine-pamphlet metafisico prova a inscenare il “processo alla Democrazia Cristiana” auspicato da Pasolini.Mai stampato in Dvd e raramente trasmesso in Tv, oggi pochi lo ricordano.

E’ un film che tradisce il romanzo (e quindi lo interpreta) condividendone l’intreccio da giallo fantapolitico.

Se il libro del raisonneur di Regalpetra è un magnifico scherzo letterario d’ispirazione pascaliana, il lavoro di Petri si fa ideologicamente tranchant ammantandosi di Camus e Kafka. Sono due opere dallo stile opposto ma unite dalla stessa indignazione.

Corruzione, mafioseria, rapacità, cinismo: ecco i peccati dei notabili Dc riunitisi nel labirintico eremo di Zafer per eseguire gli esercizi spirituali secondo le regole di Sant’Ignazio di Loyola (suo è l’imput del titolo: “todo modo para buscar la voluntad divina”). A istigare all’autodistruzione il gregge dei contriti provvede l’officiante dell’eremo, l’eccentrico don Gaetano il cui motto urlato in faccia ai condannati eccellenti è: “Che i morti seppelliscano altri morti!”

E l’ironica trama di Sciascia prevede l’assassinio di due notabili, un’indagine poliziesca fallita e l’eliminazione dello stesso prete padrone giustiziato (forse) dall’io narrante, testimone dei fatti e alter ego dell’autore. Per la sua versione, il regista rincara la dose: il don Gaetano di Mastroianni non è il sofista del romanzo ma un invasato fustigatore che sottopone i propri ospiti a un’espiazione da rituale sadiano. E mentre nel bunker i cadaveri si moltiplicano, all’esterno una peste collettiva annuncia la nemesi finale.

Nel film fecero scandalo l’Aldo Moro interpretato da Volonté come una melliflua maschera d’impotenza e l’Andreotti di Michel Piccoli, crudele puparo trovato morto a chiappe scoperte (personaggi entrambi assenti nel libro).

La soluzione pirandelliana dell’intrigo, prospettata da Sciascia per alludere alla piaga delle stragi di stato irrisolte, non bastò a Petri che preferì invocare l’Angelo sterminatore. A quella grottesca nomenklatura di mostri spettò un apocalittico mistero buffo su grande schermo.

Così la Balena bianca Dc ha avuto almeno un grande romanzo e un film straordinario che seppero prevederne la rovina. Per gli attuali epigoni al potere restiamo ancora in attesa del capolavoro che possa denunciarne il miserabile andazzo da pescecani. Il titolo si potrebbe magari rubare al recente libro di Kundera: La festa dell’insignificanza.

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