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“Rinaldo in campo” e la Sicilia dell’Unità diventò un musical

“Rinaldo in campo” e la Sicilia dell’Unità diventò un musical

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  venerdì 9 aprile 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Lo spettacolo di Garinei e Giovannini nacque per celebrare il centenario risorgimentale e fu ambientato nell’Isola dei Mille. Umberto Cantone, l’aiuto regista dell’edizione 1987 coprodotta dal Biondo, racconta i retroscena.

 

A Pietro Garinei potevi chiedere tutto ma non di venir meno alla promessa fatta al capezzale di Sandro Giovannini prima che questi fosse stroncato da un male incurabile che se lo portò via, a 61 anni, il 26 aprile del 1977.

Per non mettere in liquidazione la premiata ditta a cui venne a mancare una delle sue “G”, il patto tra i due imperatori della commedia musicale prevedeva che da allora in poi tutto dovesse rimanere come ai loro tempi, a perpetuare l’epoca della Broadway sul Tevere.

Tutto scaramanticamente uguale, dagli arredi del lillipuziano ufficio (detto il “bunker”) del duo al Teatro Sistina fino alle battute dei più di 40 copioni scritti in 35 anni di sodalizio ininterrotto per le 15.000 repliche di spettacoli che, dopo ogni debutto romano, andavano in giro per mezzo mondo.

Ed è per questo che il compito assegnatomi, in qualità di aiuto regista per la riedizione 1987 del Rinaldo in campo coprodotta dal Teatro Biondo di Palermo e diretta da Garinei con un formidabile Massimo Ranieri protagonista,consisteva nel contribuire a mantenere la “promessa” lavorando all’allestimento di un vero e proprio clone dell’edizione originaria, quella con 107 scritturati (tra attori, ballerini e tecnici) che celebrò il centenario dell’Unità d’Italia e che aveva debuttato all’Alfieri di Torino il 13 settembre del 1961.

La costante verifica che niente cambiasse nella nuova versione rispetto alla prima avveniva giornalmente in una stanzetta a fianco del palcoscenico del Sistina, dove io e Carlo Maresti, storico direttore tecnico della G&G, venivamo ammessi per studiare i movimenti di scena attraverso un monitor che rimandava in Betamax lo sgranato filmato della messinscena doc con Modugno nei panni di Rinaldo e Delia Scala in quelli di Angelica, mandato in onda dalla Rai il 24 novembre 1962. Durante le prime prove a tavolino della versione 1987, i palermitani Burruano e Civiletti, che su proposta del direttore del Biondo Carriglio erano stati scelti per i personaggi di Facciesantu e Prureonasu, tentarono qualche salutare improvvisazione per dare credibilità all’improbabile dialetto da esportazione del copione.

Ma il regista li mise in riga: “Si attengano alle battute scritte, prego”. Cambiare una sola virgola del testo canonico significava finire sull’ordine del giorno, come era accaduto una volta a Montesano e Fabrizi, multati con 10mila lire a testa per essere andati a braccio in una replica del Rugantino riallestito nel 1978.  “Non è per me, ma per rispetto di Sandro che non c’è più”, tagliò corto Garinei.E tutti si ricordarono della “promessa”.

Per la verità, pure Franchi e Ingrassia, la cui carriera lievitò grazie ai due ruoli di briganti nel Rinaldo versione 1961, avevano proposto un siciliano più autentico di quello da commedia all’italiana utilizzato per battute come “Miraculo! Fimmina trasiu ie masculu riusciu!”. Ma anche allora i due autori-registi furono inflessibili: “In questo modo vi capiranno solo in Sicilia e invece voi girerete l’Italia.”

A raccomandare per lo spettacolo quella che di lì a poco sarebbe diventata la più prolifica coppia comica del cinema italiano era stato, com’è noto, il Mimmo nazionale, che aveva trascinato G&G ad assistere a una delle loro esibizioni nell’avanspettacolo, probabilmente al romano Cineteatro Smeraldo di Piazza Cola di Rienzo dove Franco imitava Jerry Lewis e Ciccio faceva l’americano in I legionari della risata.

Non c’è dubbio che la loro performance (nel numero della Ballata dei tre somari e nell’onirica scena dei pupi coreografata, come tutto il resto, dall’hollywoodiano Herbert Ross, che per documentarsi sul folclore siculo si era trasferito per settimane con moglie e assistenti all’Hotel San Domenico di Taormina) contribuì all’esorbitante successo dello spettacolo, insieme alle canzoni di Modugno (Se Dio vorrà è nell’attuale repertorio old fashion) e a quel mix tra bozzettismo comico e mélo patriottico che mandò in visibilio il pubblico tanto della prima quanto della seconda edizione, dove peraltro Gigi e Giacomo riuscirono a non fare rimpiangere la coppia modello.

E pensare che l’impresa del Rinaldo di sessanta anni fa era cominciata sotto cattivi auspici, con l’incidente a Modugno che si ruppe una gamba quando tutta la compagnia, già in foglio paga, si preparava alle prove. La G&G rischiò la bancarotta per il rinvio, e fu costretta a ripiegare con un veloce allestimento di un one man show con Renato Rascel.

Ugualmente sinistrata fu la nostra edizione 1987 con Ranieri, infaticabile animale di palcoscenico (capace di lamentarsi con Garinei per le 5 ore giornaliere di lavoro in palcoscenico, troppo poche per lui impegnato pure nelle sedute per le canzoni arrangiate da Luis Bacalov e per gli allenamenti col maestro di scherma Enzo Musumeci Greco) che fu tormentato, mentre era in prova a Palermo, da lancinanti dolori di schiena derivati dall’incidente durante una replica dello spettacolo Barnum quando precipitò da un filo sospeso sul quale si esibiva da acrobata.

Fu un calvario anche per la protagonista Laura Saraceni, che raccolse degnamente l’eredità di Delia Scala, a cui quasi quotidianamente bisognava iniettare dosi da cavallo di cortisone per una brutta laringite causata dal massacrante sforzo vocale della performance.

Si arrivò al debutto del Biondo, la sera del 4 dicembre, talmente emozionati che uno dei fondali fu calato alla rovescia. Naturalmente in platea non se ne accorsero, e ancora una volta, dopo la straziante partenza del brigante diventato garibaldino e salutato sul molo dalla sua bella in lacrime, a venire giù dagli applausi fu il teatro.

 

 

 

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