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Ricordo di Lauren Bacall – La diva che visse due volte

Ricordo di Lauren Bacall – La diva che visse due volte

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Tipologia:  Note

Data/e:  12 agosto 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Anche lei in punta di piedi… (16 settembre 1924 – 12 agosto 2014)

Nel titolo della sua autobiografia ha messo un “Io” prima del proprio nome.
Era consapevole che la sorte le aveva dato la possibilità di avere due vite: la prima come moglie di Humphrey Bogart, sua partner “fatale” anche sullo schermo; la seconda appunto come “io”, come folgorante icona di seduzione diventata testimone, orgogliosamente sopravvissuta a se stessa, di quella Hollywood che per i fans rimane una Mecca dell’Immaginario e per chi l’ha vissuta è stata invece “una caserma di schiavi senza anima” (la definizione è di Orson Welles).
Lungo tutto il resto della sua esistenza longeva, dopo la prematura scomparsa dell’ amatissimo pigmalione “Bogie”, ha saputo gestire con dignità la propria immagine, esibendo quasi per sfida le rughe implacabilmente incalzanti sul suo singolare, irresistibile, magnifico volto di gatta.
Riuscì a sovrapporsi con tutta se stessa, da adulta (“Crescere richiede più tempo di quanto in genere si pensi”- dichiarò una volta), a quell’altra Bacall che, da giovanissima, è stata simbolo di una sessualità pronta ad accendersi come un fiammifero (nessuna diva ha saputo dare al gesto di fumare una più esplicita valenza erotica).
Prima femmina un po’ preda e un pò predatrice, nei cult di Hawks (“Acque del Sud” e “Il grande sonno”) e di Huston (“L’isola di corallo”), a manifestare un’eleganza aristocraticamente glamour che la faceva giganteggiare persino al cospetto di Marilyn (in “Come sposare un milionario”); poi finalmente donna dura e pura, tenacemente engagé, sempre seguendo la lezione di Bogie (con il quale condivise la gogna della Lista nera maccartista), colui che, ricordò teneramente lei stessa, “con la sua grande capacità di amare, senza mai reprimermi, mi dimostrò l’importanza della qualità della vita. Non vendere mai la propria anima, avere stima di sé, essere sinceri, era la cosa più importante di tutte”.
Solida come una roccia, la diva che visse due volte riuscì a non trasformarsi, come tante altre sue colleghe, in spettro o simulacro vivente, anche quando, a fine carriera, accettò di comparire come lussuoso ed evocativo feticcio per Altman (in “Pret-à-porter”) e per Lars Von Trier (in “Dogville” e “Manderlay”).
Resistendo al proprio mito, che nel frattempo cresceva naturalmente, lei così grande volle farsi piccola, cosciente di essere donna prima che attrice.
La sua autobiografia, del resto, si chiude così: “Attribuisco molto valore a quel che c’è in questo mondo. Ho un contributo da portare, non occupo semplicemente uno spazio in questa vita. Posso aggiungere qualcosa alle vite che tocco. Non mi piace tutto ciò che conosco di me, e non sarò mai soddisfatta, ma nessuno è perfetto”.

 

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