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Quella scena del “Padrino” ispirata a una foto di Scafidi

Quella scena del “Padrino” ispirata a una foto di Scafidi

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  8 febbraio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Agli inizi degli anni ‘60 del secolo scorso, quando in Sicilia la mafia falciava alcuni sindacalisti coraggiosi, a scendere in trincea per denunciare al mondo quella quotidiana barbarie c’erano soprattutto giornalisti, scrittori e fotografi. Così le parole si facevano immagini, e le immagini parole.

Il 19 gennaio del 1961, fu lo scatto da fotoreporter del palermitano Nicola Scafidi a svelare la vocazione sanguinaria di una trama di faide che sacrificava vittime innocenti come il pastore tredicenne Paolino Riccobono: c’è il suo cadaverino, martoriato dalla lupara, che giace in primo piano alle pendici declinanti del monte Billiemi mentre, sullo sfondo, s’intravedono la madre e gli altri parenti disperati che corrono ad abbracciarlo. Quella drammatica foto, pubblicata da L’Ora, diventò una prova indelebile che la mafia uccide anche i bambini, risultando emblematica a tal punto da indurre, tredici anni dopo, Francis Ford Coppola a copiarne composizione e contesto. Pochi sanno che il regista utilizzò l’inquadratura di Scafidi per la scena dell’omicidio del giovane fratello di Vito Corleone adolescente, nell’incipit siciliano del suo Padrino – Parte seconda.

Lo stesso potente valore d’iconicità conserva il racconto (ormai difficilmente reperibile) che lo scrittore/pittore Carlo Levi firmò come introduzione a Mafia e politica, il primo importante pamphlet di Michele Pantaleone, pubblicato nel maggio 1962 da Einaudi. Evocando la propria visita a Villalba, fino al ’54 feudo del boss Calogero Vizzini, l’autore di Cristo si è fermato a Eboli narra di quando assistette, da una finestra, a una mattutina “passeggiata dimostrativa” di quattro uomini nella piazza del paese: due mafiosi, un maresciallo dei carabinieri e il parroco erano intenti a salutarsi, ostentando un reciproco rispetto. Così “si svolgeva, forse da secoli, lo stesso atto simbolico di possesso e soggezione: il potere reale si degnava di tenere a braccetto il potere statale e lo strumento spirituale sopra un popolo di servi. Quella passeggiata proterva, quei saluti soggetti, si sarebbe detto non dovessero finire mai: fuori dal tempo, sarebbero durati fino all’apparire di un tempo storico agli uomini della storia”.

Una volta archiviate, flagranti e sintetiche testimonianze come queste sono entrate a far parte del nostro ormai smagato immaginario “dentro la storia”. Anche se d’immagini e parole rivelatrici come quelle di Scafidi e di Levi continuiamo ad avere, oggi più che mai, un urgente bisogno.

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