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Quasimodo, come here : così il poeta intervistò Anitona, in la Repubblica/Palermo

Quasimodo, come here : così il poeta intervistò Anitona, in la Repubblica/Palermo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  venerdì 16 aprile 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

A coloro che lo studiano tra i banchi, e attualmente giocoforza in Dad, può riuscire difficile immaginare il poeta di Modica, il nostalgico cesellatore di Ed è subito sera, impegnato a gestire la propria celebrità come una popstar.

Eppure Salvatore Quasimodo, ancora fresco di Nobel, una popstar lo era veramente nel Belpaese del 1962. Quotidiani e rotocalchi facevano a gara nel corteggiarlo implorando un suo commento sull’argomento del giorno, e lui si concedeva, con un narcisismo da influencer ante litteram, ragionando sul lancio dello Sputnik (che allora era un satellite artificiale e non un vaccino) o firmando un reportage sui suoi viaggi da iscritto al Pci nei paesi dell’Est.

Fu proprio durante questo intenso tran tran pubblicistico che al simbolo della lirica engagé, da sempre sensibile alle lusinghe dell’eros sublimato (ricordate “piegato hai il capo/e la tua veste è bianca/e un seno affiora ché la trina è sciolta/sull’omero sinistro”?), capitò d’incontrare, in tutto il suo splendore da maggiorata, l’allora rampante Ekberg della Dolce vita di Fellini.

Dell’incontro sappiamo che avvenne in un caldo pomeriggio primaverile di quasi sessanta anni fa, nella prima casa romana dell’attrice sulla via Cassia, e che il poeta si presentò all’appuntamento in completo grigio e soprabito scuro, mentre lei gli apparve fasciata fino alla cintola da una calzamaglia che esaltava cosce affusolate e fianchi statuari, con le procacità mammarie occultate da un ampio maglione nero che allora faceva molto esistenzialismo parigino.

Per rompere il ghiaccio, Quasimodo azzardò un giudizio perentorio sulla primavera definendola una stagione retorica. “Che significa retorica?” gli domandò Anitona. Tutto faceva presagire che si sarebbe trattato di un dialogo tra sordi alla presenza di un interprete.

L’iniziativa era stata della Lerici editori per una breve collana dedicata a monografie illustrate di cine-icone dell’eros emancipato affidate a letterati. Moravia con Claudia Cardinale, Simone de Beauvoir con Brigitte Bardot, e quindi Quasimodo con Ekberg, perché no?

Come gran parte degli italiani, il poeta aveva scoperto l’ex miss Svezia 1951 sul grande schermo, in occasione del suo clamoroso battesimo felliniano (il mambo, l’ululato al chiaro di luna, il bagno in fontana, “Marcello, come here!”) che l’aveva elevata a emblema della vita “dolce” in quanto sregolata, adrenalinica, lussuriosa e decadente.

Tutte qualità che la giunonica attrice sembrava incarnare con spudorata naturalezza. Descrivendola nel libro, poi uscito nel 1965 e ristampato qualche anno fa dalle edizioni Ghibli, il poeta sciorina lambiccati riferimenti ai colori botticelliani della sua figura e al mondo di Odino evocato dalle “acute mandorle di cristallo di quegli occhi”, fino a definirla “una fusione tra i miti efebici del Nord con quelli realistici della giovinezza nelle campagne ribollenti del Sud”.

Ma poi smette il corteggiamento da seduttore cerebrale per estrarre il bisturi critico. Quella maxfactorizzata e prorompente dea del sesso, che a Roma scorrazzava da virago anche sotto la pioggia su una Mercedes 300 SL open air, gli appare malinconicamente “legata al momento solare dell’illusione sociale italiana del dopoguerra”, un marchio della speranza “ingenua, ma valida” di una breve stagione.

E così, una volta esauriti i troppo gelidi convenevoli, per dare senso all’incontro, Quasimodo provò a mettere sotto torchio, con un pizzico di sadismo, l’Anitona. Le chiese perché il regista della Dolce vita avesse scelto proprio lei, se era vero che i fans la apprezzavano solamente come icona erotica, se aveva amato troppi uomini o troppo pochi, se recitare significasse manifestare la propria umanità.

E poi trascrisse alla lettera l’incerto italiano delle sue risposte: “Fellino credeva quel personaggio lui voleva io fare è veramente io. Gente crede che una persona bella fa una vita glamorosa e non che può essere tranquilla. Io amato soli tre uomini. Io fare attrice perché questo mio lavoro. Tutti attori deve essere umani. Se non come possibile rappresentare diversi caratteri?”

Ekberg finì per concedersi docilmente e lucidamente alle torsioni analitiche del suo autorevole inquisitore riuscendo a riconquistarlo. La conversazione si fece allora allora più intima e i due rinunciarono alla mediazione dell’interprete. Il poeta espresse la propria idea sulla donna che, proprio quando è sensuale, “non può amare diversi uomini contemporaneamente”. E si sperticò in lodi sulla vitalistica intelligenza della diva che la conduceva a mordere la vita però rifiutando ogni cliché su sé stessa. “Lei è una donna pratica anche quando sogna. Ed è pure una brava ragazza”.

Quegli inconsueti apprezzamenti commossero l’attrice, che avrebbe ricordato con orgoglio l’incontro con il poeta fino ai suoi ultimi giorni, quando era consegnata all’oblio in una casa di riposo a Rocca di Papa dove morì 84enne nel gennaio del 2015. Quanto a Quasimodo, chissà quante volte, da allora in poi, sognò la sua Anitona. E chissà se la identificò con una di quelle monache irlandesi che, in uno dei suoi ultimi versi scritti nel 1965 mentre era ricoverato per infarto all’ospedale di Sesto San Giovanni, “non parlano mai di morte, sembrano mosse dal vento” e “non si meravigliano di essere giovani e gentili”.

 

 

 

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