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Polvere di locandine: memorie dei teatri di Palermo

Polvere di locandine: memorie dei teatri di Palermo

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  9 settembre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Una delle cose che più rimpiangeranno gli spettatori teatrali, quando alla persistenza del cartaceo subentrerà irreversibilmente la transitorietà del digitale, di sicuro sarà quel feticcio chiamato “programma di sala”. Un robusto fascio di tali pubblicazioni, amorevolmente conservato da un devoto habitué palermitano del secolo scorso, giaceva malamente affastellato dentro un sacco di plastica tra cianfrusaglie d’antan affidate, da eredi liquidatori, a uno dei tanti benemeriti mercatini da marciapiede in città. Così si è rivelato un corpus fragilissimo (e sorprendentemente poco ingiallito) sia di brochure piegate a portafoglio o a fisarmonica, sia di locandine double face e funzionali volantini, tramandati come testimonianza, filologicamente ghiotta, del passaggio di spettacoli d’ogni genere nei più rinomati teatri di Palermo, a partire dal 1903 fino alle soglie degli anni Trenta: prosa, varietà, rivista, opera e operetta, concerto, attrazione circense e di arte varia in scena al Biondo, al Bellini, al Politeama, al Nazionale, all’Olympia, e al Massimo Vittorio Emanuele. Già a prima vista questa preziosa (e commuovente) raccolta dell’anonimo cultore svela remoti e felicissimi incroci: apprendiamo che, il 17 luglio del 1910, Vincenzo, figlio di Eduardo Scarpetta e fratellastro dei De Filippo, si esibì con strepitoso successo nel ruolo di Felice Sciosciammocca in “’O miedeco d’e’pazze!” (cavallo di battaglia del padre e poi, su grande schermo, di Totò), al dimenticato Japon Theatre di Palermo che, proprio in quell’anno, fu inaugurato al Giardino Inglese come ulteriore emblema dell’affinità elettiva che legò proficuamente cultura giapponese e  Art Nouveau al tempo dei Florio e di Floriopoli. Altrettanta curiosità suscita l’ampia locandina dell’evento di domenica 11 febbraio 1906 al Politeama Garibaldi: fu lì che, alle ore “21 precise”, risuonò il gong iniziale degli attesi incontri del Grande Campionato di Lotta libera per la Coppa della Sicilia, evento preceduto dallo spettacolo con elefanti di Charlotte De Valsois, dal Varietà del Théatre de Montecarlo, dal quartetto di danze asiatiche Wa-Ny-Ah e dalla cantante nostrana Cleo Lauri accompagnata da “28 professori d’orchestra 28!”

Soprattutto sul versante della prosa non manca, in questo mucchio, la documentazione di chicche rimarchevoli: alzi la mano chi rammenta l’esistenza della fluviale trasposizione de “I Beati Paoli” di Natoli in forma di “grandioso dramma in 7 atti” messo in scena, da un’anonima compagnia di 25 attori e altrettante comparse, al Teatro Biondo un lunedì di marzo (del 1911 o ’12), a partire dalle 21 fino alle ore piccole, dove l’intera trama del romanzo venne rappresentata davanti a giganteschi fondali dipinti che evocavano la Grotta degli “incappucciati”, Piazza della Fieravecchia e l’esterno della chiesa di S. Maria dei Cancelli; o chissà quanto ai fanatici del giallo farà piacere riesumare il debutto, datato 14 settembre 1907 e sempre sul palcoscenico del Biondo, dei quattro atti di “Sherlock Holmes – Poliziotto dilettante”, a cura della messinese Compagnia Drammatica Italiana diretta dal primattore Giovanni Novelli, reduce da un successo capitolino di ben 300 repliche. E fa molto vintage l’immagine scontornata di una testa di donna che risalta ad apertura del “programma degli spettacoli” degli allora neonati “Teatri e Cinematografi dei Fratelli Biondo di Palermo”, capaci d’importare, durante la belle époque che ci proiettò in mezzo mondo, grandi “Tournées internazionali di Attrazioni-Canto-Varietà-Danze”,  mentre sulle assi di legno ancora giovani del teatro di via Roma si avvicendavano compagnie primarie, come quelle di Tina Di Lorenzo e Armando Falconi, di Emma Gramatica, di Tatiana Pavlova e, non ultimo, del Cav.Uff. Angelo Musco con la sua “Comica Compagnia Siciliana”. Grazie a uno dei foglietti della ritrovata raccolta registriamo che questi, domenica 5 luglio 1914, concluse trionfalmente al Biondo le prime repliche di “Lu paraninfu”, commedia dedicatagli da Luigi Capuana, bissando così il successo dello spettacolo che, a fine giugno, aveva riempito poltrone, palchi e piccionaia della stessa sontuosa sala “rinfrescata da potenti ventilatori”, ovvero il “San Giovanni decollato” di Martoglio riproposto a grande richiesta col geniale capocomico a fianco dei fuoriclasse Rosina Anselmi e Turi Pandolfini. Del gruppo di reperti fanno dunque parte un bel numero di volantini del teatro di Margherita Biondo, alcuni dei quali risalenti alla sua prima stagione del 1904 (dopo il ciclo di rappresentazioni inaugurali con Ermete Novelli nell’ottobre dell’anno precedente): si tratta di svariati allestimenti del Varietà della celebre trasformista Fatima Miris (al secolo Maria Frassinesi) che sapeva mutarsi fulmineamente nella giocoliera Kina Kina, in Pepinas la stella di Siviglia e nella macchietta Cretiniwski, proponendo in chiusura l’illusionismo del suo personalissimo Cinemafatimatografo. Assai più austere appaiono invece le locandine del Massimo V.E., tempio basiliano del teatro musicale: si va dalla terza matinèe di “Tosca”, con l’avvenente Livia Berlendi, in una domenica di marzo del 1910,  fino alle stagioni di Quaresima e Primavera del 1926 che in quell’anno videro trionfare un “Tannhäuser” con il tenore Giuseppe Taccani nel ruolo del titolo. Spiccano inoltre i variegati programmi annuncianti le repliche domenicali al Regio Teatro Bellini durante il Carnevale 1923, con le locandine di concerti e spettacoli sovrastate da decine di spazi commerciali utili a promuovere, tra le tante ditte, le leggendarie pasticcerie allora in auge, l’”Italia” annessa alla celebre birreria, la Cream Room di via Villarosa e Caflisch con le sue “squisite” cassate. Una brochure del Teatro Nazionale di via Emerico Amari, stagione 1922, arrivò a non pubblicare in copertina i numeri del suo spettacolo d’arte varia preferendo dare rilievo al menù del Servizio di Buvette fornito dalla Latteria Mazzara: “cioccolatta” espressa, tè e caffè semplice o al latte, vermouth e Marsala, paste, cannoli (speciali) e aranciata (calda). I raffinati programmi spillati, risalenti all’estate 1911, del Teatro Olympia di via della Libertà (gestito dall’Impresa Pipi-Cuccia), espongono l’ammiccante ritratto in rosso di una procace danzatrice spagnoleggiante, e anche loro appaiono farciti di réclame che incorniciano geometricamente ogni titolo delle operette in programma: “Primavera scapigliata”, “Valzer d’amore” e, naturalmente, “La vedova allegra”. Ma a farla da padrone, in questa filiera cartacea, sono i fantasiosi e multiformi programmi di sala del Politeama Garibaldi, il più antico dei quali annuncia, per sabato 30 maggio 1903, la quindicesima replica di una maratona teatrale affidata al virtuosismo del mattatore trasformista Leopoldo Fregoli: si cominciava dall’esibizione del suo “repertorio eccentrico”, si proseguiva con uno scherzo comico e con i “sei quadri e apoteosi” di “Faustino” (parodia del “Faust” goethiano) arrivando al gran finale di un “dietro le quinte” pre-futurista dal titolo  Fregoligraph preceduto, come si usava, da una “brillantissima farsa”.  E poi, ben prima delle stilizzate brochure di “grandi stagioni liriche”, all’alba del letale Ventennio mussoliniano, ecco gli annunci dei popolari spettacoli circensi al Politeama come quello, capace oggi di far accapponare la pelle di ogni animalista, del Circo Gleich, arrivato a Palermo nel febbraio del ’26 e ben fiero di presentare, davanti alla platea da 5000 posti del teatro di piazza Castelnuovo, un carosello di 4 cammelli montati , 6 bufali e 1 bisonte ammaestrati, una scena grottesca a cavallo di cani, le evoluzioni della cavalla Princess e di 8 pony, assieme all’irruzione sul palco di 2 elefanti, 1 zebra e orsi, leoni e tigri, con il corollario di “prodigiosi” numeri affidati a funamboli e clown. Forse bastano questi elenchi di motivi e figure a rendere l’idea di un mucchio cartaceo che sa farsi regesto parziale ma esemplare. Si può aggiungere solamente che, a vederla così, attraverso la lente deformata dei tanti annunci di teatrale divertissement profuso, la Palermo di quei primi decenni di Novecento possedeva un’allure da West End del Mediterraneo. E capitale di teatri e cinematografi lo fu veramente, almeno per la felicissima porzione dei suoi spettatori che poteva permettersi di pagare il biglietto d’ingresso.

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