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Pirandello fatale: quel flop di Totò e Welles

Pirandello fatale: quel flop di Totò e Welles

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  12 febbraio 2017

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Era il 1953 e quello della premiata ditta di cineproduttori Ponti-De Laurentis si annunciava come un progetto da Hollywood sul Tevere. A soddisfare il colto e l’inclita, almeno sulla carta, c’era il Pirandello dell’apologo grottesco L’uomo, la bestia e la virtù da affidare alla sapienza di Brancati sceneggiatore e all’intelligenza registica di Steno, il tutto girato senza badare a spese, in un abbacinante quanto pomposo Gevacolor e a servizio d’interpreti stellari: il campione dei comici Totò nella parte di Paolino affiancato, per i ruoli di capitan Perella e consorte, dall’ingegnosa star in trasferta Orson Welles e dall’attempata femme fatale Vivian Romance. Ognuno dei partecipanti di quell’allettante impresa brillava di luce propria, dall’aiuto sceneggiatore Lucio Fulci all’imberbe segretario di edizione Sergio Leone. Eppure il risultato fece flop: fin dall’uscita la pellicola fu inspiegabilmente boicottata dagli spettatori e talmente bersagliata dai critici da indurre gli eredi di Pirandello a pretenderne il ritiro dalle sale. Questo è  il motivo per cui L’uomo, la bestia e la virtù rimane una perla rara della filmografia di Totò.

Scongelato solamente nel 1993, allo scadere del veto, è stato di rado programmato in Rai e pubblicato in VHS nella versione decolorata piratescamente circolante fino ad oggi, in attesa di un restauro in Dvd. Col senno di poi, molti raccontarono quel fallimento come se fosse annunciato e, tra questi, un Welles coinvolto per ragioni “alimentari” che in seguito parlò di Totò come di un comico “buffissimo” convinto di essere un discendente di Carlomagno e della Romance come di una ex-diva soggiogata dal marito egiziano che le riscriveva le battute snobbando Pirandello: “E poi lei parlava in francese, il principe e io parlavamo in italiano, e il dialogo non aveva il minimo senso”.

Dal canto suo, il protagonista di quel film sfortunato si pentì di essersi fatto abbindolare da un Laurentiis in vena di lusinghe: “Principe, voi non dovete mettervi paura, voi siete un genio che risolve tutto…” E Totò, per tutta risposta: “I geni stanno nelle enciclopedie e sulle lapidi; io preferisco leggerle!”.

A vederlo oggi, il film di Steno risulta magari loffio ma non pessimo come lo si dipinse, con un Totò efficacemente misurato e con un godibile Welles da Corriere dei piccoli. Irritante è più che altro il finale antipirandelliano imposto dalla censura a Brancati, con la riconciliazione carnale dei coniugi che tronca la relazione adulterina tra la Perella fedigrafa e Paolino, costringendo questi a sposare una prostituta, naturalmente gentile e pronta a farsi redimere.

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