venerdì, 24 Maggio 2024

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Press » “Paolo il caldo”, la scomparsa di un “cult”
“Paolo il caldo”, la scomparsa di un “cult”

“Paolo il caldo”, la scomparsa di un “cult”

Print Friendly, PDF & Email

Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  4 ottobre 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Il profilo di una testa maschile con un paio di natiche al posto dell’osso occipitale: con questo logo, concepito dall’estroso grafico Arturo Testa, si consegnò alla storia della commedia all’italiana la trasposizione dell’omonimo, ultimo romanzo di Vitaliano Brancati. Di quel classico, a 60 anni dalla pubblicazione postuma del 1955 per Bompiani (autorizzata, con i due ultimi capitoli mancanti, dallo stesso autore poco prima dell’operazione chirurgica che gli fu precocemente fatale), c’è da rilevare tristemente che l’ultima edizione, un Oscar Mondadori con l’acuta introduzione di Antonio Di Grado, risale al 2001 ed è esaurita, mentre il film del 1973 è diventato un cult visibile solo per spezzoni su YouTube, mai pubblicato in Dvd. Il cast della pellicola, sia tecnico sia attorale, era invidiabile: Delli Colli alla fotografia e la Pescucci costumista, con Giancarlo Giannini che offrì tutte le sue temperature d’interprete al ruolo del titolo, affiancato da attori di prim’ordine. C’era Riccardo Cucciolla nei panni del malinconico padre di Paolo destinato al suicidio, mentre a Moschin toccò la parte del pusillanime zio Edmondo e a  Lionel Stander quella del depravato barone-patriarca. Sul versante femminile, Ornella Muti dispiega tutto il proprio carisma erotico come angelo carnale utile all’iniziazione domestica di Paolino, mentre Rossana Podestà dà peso alla possessiva Ilia (la concubina romana che arriva a cucire la patta di Paolo per contenerne il priapismo), e la Asti incarna efficacemente la mantide dei salotti letterari Beatrice. Troviamo poi il grande Vittorio Caprioli nei panni del bilioso farmacista sottoposto, per la sua gelosia, alle sevizie dei nobili Castorini che imperano nella provinciale Catania dei tempi del littorio. Ma nonostante tanta generosità produttiva, di quel teorema sul gallismo come ossessione mortuaria nel quale Brancati rovesciò il segno della produzione precedente (provvedendo ad infarcire di angoscia metafisica la sostanza della sua feroce ironia), la bozzettistica versione scritta e diretta per lo schermo da Marco Vicario conserva solamente la buccia. Per una polpa così impregnata di devastanti umori satirici (con un’acre ritratto di Roma capitale di corruzione che può anche ben illuminarci sull’attuale e irresistibile caduta), per la trasposizione sul grande schermo del più geniale dei nostri scrittori, che anche in questa sua estrema prova sa smitizzare  “la mitografia della sicilitudine e del suo vittimismo marpione” (Di Grado), più che Vicario, modesto emulo del grottesco superficiale di Lina Wertmuller, ci sarebbe voluto Fellini, il cui cinema deve peraltro qualcosa a Brancati, e che in La città delle donne inventò da par suo un femminile bestiario d’Apocalisse degno del finale di quell’incompiuto, memorabile romanzo.

- GALLERY -