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L’estate siciliana della guerra vista da Savarese

L’estate siciliana della guerra vista da Savarese

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  22 febbraio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

L’ultimo, piccolo libro di Nino Savarese è una fervente riflessione sul dolore di una piccola comunità lacerata, eletta a emblema dello smarrimento e del terrore che, ancora oggi, azzannano qualunque profugo dal proprio paese in guerra.

Uscito postumo, deprivato delle rifiniture del suo autore, scomparso nel gennaio del ‘45, Cronachetta siciliana dell’estate 1943 si annoda ai giorni dello sbarco delle truppe alleate, quando le campagne di Enna diventarono il crocevia degli sviluppi di un conflitto che mescolava, confondendoli, i carnefici con le vittime.

Sono meno di cento pagine, che si addensano nella legatura spartana della prima edizione, ormai introvabile, pubblicata da Salvatore Sciascia vent’anni dopo quegli eventi.

Il racconto di Savarese è un torso di memoria condivisa, protesa sulle devastazioni che allora sfregiarono i suoi familiari paesaggi naturali e umani. Le descrizioni iniziali, venate da un lirico rimpianto per la pace perduta, sfumano rapidamente in una vivida esposizione della quotidiana vertigine provocata dalla foga dominatrice degli americani sbarcati, “i ricchi arrivati in terra di poveri”.

La guerra era una calamità sconosciuta per la popolazione contadina di “quel piccolo teatro del mondo”, dove l’altipiano di Enna ferma lo sguardo di fronte al proscenio di Calascibetta.

E diventa documento prezioso la narrazione dell’estenuante fuga dei conterranei dello scrittore, avvenuta tra stenti illimitati e traumi luttuosi, mentre bombardamenti e razzie scuotevano “la quiete delle cose”, denudandone le fondamenta fatiscenti, ed espressioni di raro altruismo e di frequenti empietà si consumavano in quel microcosmo.

La prosa levigata del rondista lascia spazio alla prosciugata “cronachetta” dei fatti, e così si compie, nel cuore di questo libro, lo stesso miracolo di un’altra narrazione di caos bellico nel ‘43, quella del 16 ottobre di Giacomo Debenedetti, diario lucidissimo della retata nazista degli ebrei a Roma.

In entrambi i testi c’è l’arrendersi di ogni estetismo letterario di fronte all’evidenza della realtà, quando questa si fa metafora da sola.

Il racconto di Savarese propone, fra l’altro, una meditazione sulla cecità di ogni esperienza dolorosa, capace di ottundere chi la soffre. In quei casi, però, la limitata percezione del proprio presente può aprire il varco a un’ammissione d’ignoranza rispetto a quello che accade lontano: “Io so che nulla posso vedere di tutto ciò che in questo momento travaglia e uccide gli uomini nel resto del mondo”.

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