venerdì, 21 Giugno 2024

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L’antro delle Ninfe di Porfirio – Prima edizione Adelphi 1986 – Con il testo integrale tradotto da Laura Simonini

L’antro delle Ninfe di Porfirio – Prima edizione Adelphi 1986 – Con il testo integrale tradotto da Laura Simonini

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Autore/i:  Porfirio

Tipologia:  Versione italiana con testo a fronte di un commento ad alcuni versi dell'"Odissea" di Omero

Editore:  Adelphi Edizioni, Collana "Classici", n.48

Origine:  Milano

Anno:  1986 (aprile)

Edizione:  Prima edizione

Pagine:  288

Dimensioni:  cm. 20,5 x 13

Caratteristiche:  Legatura in tela e cartone di colore porpora, sopraccoperta di colore bianco con titoli in nero e acetato protettivo, cofanetto in cartoncino di colore porpora con titoli in bianco

Note: 

Prima edizione Adelphi del 1986 (collana Classici, n.48) di L’antro delle Ninfe (De antro Nympharum) di Porfirio (testo composto intorno al 260 d.C. quando l’autore aveva meno di trent’anni), a cura della studiosa Laura Simonini (traduzione con testo a fronte, note e introduzione).

Si tratta di una interpretazione di pochi versi del canto 13 dell’Odissea di Omero, “alla luce di un tema fondamentale del pensiero neoplatonico (Porfirio fu allievo di Plotino): il dramma della discesa dell’anima nel mondo della generazione e il suo ritorno al divino. L’antro rappresenta il cosmo, Ninfe e api le anime, i manti purpurei tessuti dalle Ninfe significano il formarsi del corpo intorno alle ossa; le due porte dell’antro, infine, sono le vie di discesa e di risalita nel percorso cosmico dell’anima. Negli ultimi capitoli l’interpretazione viene estesa a tutto il poema, letto come dramma di Odisseo, simbolo dell’anima che è passata attraverso la generazione e approda alla vera patria”.

NOTA

« La letteratura classica nasconde alcune gemme che, per circostanze varie, intrecciate nei secoli, non sono neppure lontanamente conosciute in maniera adeguata al loro splendore. Una di tali gemme è L’antro delle Ninfe: in questo breve scritto troviamo forse la condensazione suprema, nel minimo numero di parole, della sapienza simbolica dell’antichità classica. Allievo prediletto di Plotino, e chiamato una volta da lui «insieme poeta, filosofo e ierofante», con definizione che ci esime nel cercarne alcun’altra, Porfirio fu un uomo schivo e profondo, che lasciò vivere la sua opera nella vasta ombra del maestro, del quale curò anche l’edizione delle Enneadi. Ma la sua fisionomia era perfettamente segnata,e singolarissima. La bizzarria della sorte ha voluto che, fra i suoi numerosi scritti, avessero nei secoli una notevole influenza proprio quelli di logica, i più lontani dalla sua opera «ierofantica», in larghissima parte perduta. Tanto più prezioso è per noi questo Antro delle Ninfe, dedicato al commento di alcuni versi dell’Odissea sull’antro dove Odisseo nascose i ricchi doni dei Feaci. Quell’antro, ci spiega subito Porfirio, non si trova a Itaca né in alcun altro luogo. Quell’antro è geroglifico del mondo stesso. Tutti gli elementi che gli appartengono, dalle Ninfe al miele, dall’olivo ai telai di pietra, dalle acque perenni alle misteriose aperture chiamate «porta degli uomini» e «porta degli dèi», sono altrettanti immagini di come il mondo è costituito, un’ostensione figurata della vita e della morte. Un’opera così concepita richiede, quasi per ogni sua parola, un ricco commento, che segua il cammino di quelle immagini nei testi più disparati delle letterature antiche. Un tale commento sinora mancava, e qui viene offerto dalla curatrice dell’opera, Laura Simonini (laureata in letteratura greca all’Università Statale di Milano, studiosa di poesia greca arcaica ed ellenistica). »

(Nota al risvolto di questa edizione)

 

Sinossi: 

L’ANTRO DELLE NINFE

Traduzione integrale di Laura Simonini

1.

L’antro di Itaca descritto in questi versi da Omero è un enigma:

In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie: vicino è un antro amabile, oscuro, /
sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; /

in esso sono crateri ed anfore /

di pietra, lì le api ripongono il miele./

E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe /
tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; /
qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, /

l’una, volta a Borea è la discesa per gli uomini, /
l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la /

varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali.

 

2.

Il poeta non ha tratto la sua descrizione da racconti basati su dati reali: lo rivelano gli autori di viaggi intorno all’isola che, come afferma Cronio (amico e seguace di Numenio d’Apamea), non menzionano nessun antro del genere. D’altra parte, se l’antro fosse una libera finzione poetica, è evidente che Omero non sarebbe credibile se, dando forma a ciò che casualmente gli si presentava alla mente, si illudesse di poter convincere che a Itaca l’abilità di un uomo aveva costruito una via per gli uomini e una per gli immortali; o – se non un uomo – che la natura stessa lì avesse rivelato una discesa per tutti gli uomini e un’altra via per tutti gli dèi. L’intero universo è senza dubbio pieno d’uomini e  dèi, ma è molto lontano dalla verosimiglianza che nell’antro di Itaca vi sia un percorso per il quale discendono gli uomini e uno per il quale risalgono gli dèi.

3.

Dopo tali premesse Cronio afferma che è evidente non solo ai sapienti ma anche ai profani che il poeta parla in questi versi con enigmi e allegorie costringendo a indagare  quale sia  la porta per gli uomini e quale quella per gli dèi, e cosa voglia significare  questo antro a due porte, definito sacro alle Ninfe, amabile in sé e insieme oscuro, poiché ciò che è tenebroso non è per nulla amabile, ma anzi temibile. Perché poi non dice semplicemente « sacro alle Ninfe», ma aggiunge la precisazione « chiamate Naiadi»? Qual’ è poi la funzione di crateri e anfore, dato che non si menziona alcun liquido versato in essi, ma si dice che qui, come negli alveari, le api ripongono il loro miele? Gli alti telai siano pure offerte votive alle Ninfe: ma non sono di legno o di altro materiale, e sono anch’essi di pietra come anfore e crateri? Questo tuttavia è  meno oscuro nel suo significato: ma è meraviglioso e stupefacente non solo a vedersi, ma anche a sentirsi che le Ninfe tessano su questi telai di pietra manti purpurei.  Chi infatti può credere che le dee in un antro tenebroso tessano manti purpurei su telai di pietra, sentendo poi dire che tali tessuti divini e drappi purpurei sono visibili? E inoltre, è meraviglioso che l’antro abbia due porte, una per la discesa degli uomini, l’altra per gli dèi, e che quella accessibile agli uomini sia orientata verso Borea e quella per gli dèi verso Noto; ed è non piccola difficoltà capire perché il poeta  abbia attribuito agli uomini il nord, agli dèi il sud, e perché a questo scopo non si sia valso piuttosto delle indicazioni di levante e ponente, dato che in quasi tutti i templi l’entrata e le statue sono orientate a levante e chi vi entra guarda a ponente quando, in piedi davanti alle statue, rivolge agli dèi preghiere e atti di culto.

4.

Poiché la narrazione è ricca di tali oscurità, non si tratta di una finzione poetica composta casualmente, e non è nemmeno la descrizione di un luogo reale, ma il poeta cela in essa una allegoria, e aggiunge misticamente presso l’antro anche una pianta di olivo. Rintracciare il significato di tutti questi misteri e svelarlo, anche dagli antichi era considerato compito faticoso e noi con il loro aiuto e con le nostre capacità cercheremo ora di scoprirlo.

Per quanto concerne la reale esistenza del luogo, mi pare che dimostrino superficialità e leggerezza quanti hanno giudicato l’antro e tutto ciò che di esso è narrato una pura finzione del poeta; diversamente, invece, i geografi; tra i migliori e i più accurati è anche Artemidoro di Efeso (vissuto tra il II e il I secolo a.C., autore delle Geographoumena, opera in 11 libri) che, nel quinto libro della sua opera così scrive: «L’isola di Itaca si trova 12 stadi a oriente dal porto di Panormo di Cefalonia, è lunga 85 stadi, erta sul mare e stretta, e ha un porto chiamato Phorkys; qui vi è una spiaggia con un antro sacro alle Ninfe, dove si dice che Odisseo sia stato sbarcato dai Feaci». Pertanto, la descrizione dell’antro non dovrebbe essere del tutto una finzione poetica di Omero. Sia che egli lo abbia descritto come realmente era, sia che abbia aggiunto qualcosa di suo, per chi vuole investigare rimane ugualmente il compito di rintracciare l’intenzione o degli uomini che lo costruirono o del poeta che vi ha aggiunto dei particolari: perché né gli antichi costruivano templi senza simboli mistici, né Omero espose a caso il suo racconto su questo soggetto. Più si potrà mostrare che quanto riguarda l’antro non è finzione di Omero, ma era stato consacrato agli dèi prima di lui,  più questo luogo sacro si rivelerà un tesoro di antica saggezza: per questo merita un’attenta ricerca ed esige che sia rivelato il carattere simbolico della sua consacrazione.

5.

Gli antichi consacravano davvero opportunamente antri e caverne al cosmo, considerato nella sua totalità o nelle sue parti, poiché facevano della terra il simbolo della materia di cui il cosmo è costituito (per questo motivo alcuni identificavano terra e materia) e d’altra parte gli antri rappresentavano per loro il cosmo che si forma dalla materia: essi, infatti, per la maggior parte sono di formazione spontanea e connaturali alla terra, circondati da un blocco uniforme di roccia, che internamente è cava e all’esterno si perde nella infinita illimitatezza della terra. Il cosmo d’altra parte è di formazione spontanea ed è connaturale alla materia, che gli antichi designavano enigmaticamente pietra e roccia  per il fatto che appare inerte e ostile alla forma, e la consideravano infinita per il suo essere amorfa.  Poiché la materia è fluida,  priva in sé della forma che la modella e le conferisce apparenza, gli antichi, come simboli delle qualità insite nel cosmo in virtù di essa, accolsero l’acqua che sgorga e trasuda dagli antri, la tenebrosità e, come dice il poeta, l’oscurità.

6.

A causa della materia, quindi, il cosmo è oscuro e tenebroso, ma è bello e amabile per l’intrecciarsi delle forme che lo adornano, per le quali è chiamato cosmo. Pertanto è giusto dire che l’ antro è amabile non appena vi si entra per il fatto che esso partecipa della forma ma, per chi esamina le sue profondità e le penetra con l’intelletto, è oscuro; quindi, ciò che all’esterno e in superficie è amabile, ciò che è all’interno e in profondità è oscuro. Così anche i Persiani danno il nome di antro al luogo in cui durante i riti introducono l’iniziato al  mistero della discesa delle anime sulla terra e della loro risalita da qui. Eubulo testimonia che fu Zoroastro il primo a consacrare a Mitra, padre e artefice di tutte le cose, un antro naturale situato nei vicini monti della Persia, ricco di fiori e fonti: l’antro per lui recava l’immagine del cosmo di cui Mitra è demiurgo, e le cose situate nell’antro a intervalli calcolati erano simboli degli elementi cosmici e delle regioni del cielo.

Dopo Zoroastro prevalse anche presso gli antichi l’uso di celebrare riti iniziatici in antri e caverne, sia naturali, sia costruiti artificialmente. Come infatti consacrarono in onore degli dèi olimpi templi, edifici e altari, per gli dèi ctonii e gli eroi are, per le divinità sotterranee  buche e cavità, così consacrarono antri e caverne alle Ninfe, in virtù delle acque che stillano o sgorgano dagli antri, alle quali presiedono le Ninfe Naiadi, come mostreremo tra poco.

7.

Consideravano l’antro simbolo non solo, come si è detto, del cosmo, cioè del generato e del sensibile, ma l’oscurità degli antri li indusse a vedervi il simbolo anche di tutte le potenze invisibili, la cui essenza appunto non è percepibile allo sguardo. Così Crono si prepara un antro nell’Oceano e lì nasconde i suoi figli; anche Demetra alleva Kore in un antro tra le Ninfe e passando in rassegna le opere dei teologi si troverebbero senz’altro molti altri esempi analoghi.

8.

Consacravano antri alle Ninfe, soprattutto alle Naiadi, che presiedono alle fonti e prendono il nome di Naiadi dalle acque da cui sgorgano le correnti: lo dimostra anche l’inno ad Apollo, in cui si dice:

A te fonti di acque intellettuali /

assegnarono quelle che vivono negli antri della terra, /

nutrite dal soffio della Musa /

a un canto divino; esso facendole sgorgare sul suolo /

per ogni rivo / 

offrono ai mortali di dolci acque /

flussi inesauribili.

Di qui, penso, presero spunto anche i pitagorici e, dopo di loro, Platone quando chiamarono il cosmo antro e caverna. In Empedocle, infatti, le potenze che guidano l’anima dicono:

“siamo giunte in questo antro coperto”

e in Platone, nel settimo libro della Repubblica, si dice: “Ecco, immagina che vi siano uomini in una dimora a forma di caverna sotterranea, aperta verso l’alto alla luce, e che ha una via di accesso la quale  si snoda lungo tutta l’ampiezza della caverna”. E quando l’interlocutore esclama: “Che strana immagine la tua!” egli (Socrate) aggiunge: “Ora, caro Glaucone, bisogna adattare  questa immagine  a tutto il nostro discorso precedente e paragonare il mondo delle apparenze visibili alla dimora della prigione, e la luce del fuoco alla potenza del Sole”.

9.

Questo dimostra dunque che i teologi ponevano negli antri il simbolo del cosmo e delle potenze cosmiche, e anche, come si è detto, della essenza intelligibile, ma partendo da considerazioni diverse:  simbolo del mondo sensibile perché gli antri sono tenebrosi, rocciosi e umidi, e tale consideravano il cosmo resistente e fluido per la materia di cui è costituito. D’altra parte, l’antro era simbolo del mondo intelligibile perché esso è di essenza invisibile alla percezione, salda e stabile. Così è simbolo anche delle potenze particolari invisibili e soprattutto di quelle insite nella materia. Gli antri,infatti, ne erano considerati simboli per la loro formazione spontanea, e per l’aspetto oscuro, tenebroso e roccioso, e certo non sotto tutti i punti di vista né, come alcuni immaginarono, per la loro forma, poiché non ogni antro è sferico.

10.

Se l’antro è a due entrate, come quello di Omero che ha due porte, non lo consideravano simbolo della essenza intelligibile, bensì di quella sensibile; così l’antro di cui ora si tratta, per il fatto che, come dice Omero, vi scorrono “acque perenni”, non potrebbe  essere  simbolo della essenza intelligibile, ma di quella legata alla materia. E perciò  è sacro non alle Ninfe dei monti, delle vette o altre simili, ma alle Ninfe Naiadi, che prendono il loro nome dalle acque correnti.

Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi, infatti, ritenevano che tutte le anime si posassero sull’acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: ” il soffio divino si muoveva sull’acqua”. Per questo – dice –  gli Egiziani collocano gli esseri divini non sulla terraferma, ma tutti su una barca, sia il Sole sia, in generale, tutti: bisogna sapere che questi sono le anime che, planando sull’acqua, discendono nella generazione.  Di qui il detto di Eraclito: ” per le anime è  piacere, non morte, divenire umide”, cioè è un piacere cadere nella generazione; e altrove egli dice: “noi viviamo la morte di quelle, e quelle vivono la nostra morte”. Perciò, per Numenio, il poeta chiama “umidi” coloro che sono nati nella generazione, avendo anime umide. Esse, infatti, amano  il sangue e il seme umido,e le anime delle piante si nutrono di acqua.

11.

Alcuni poi sostengono che i corpi aerei e celesti si nutrono dei vapori di fonti, fiumi e di altre esalazioni. Gli stoici ritenevano che il sole si alimentasse dell’ esalazione del mare, la luna di quella delle acque di fonti e fiumi, gli astri di quella della terra. E per questo il sole è una massa ignea intelligente nutrita dal mare, la luna dalle acque fluviali, le stelle dalle esalazioni emanate dalla terra. Pertanto è necessario che anche le anime, sia quelle corporee sia quelle incorporee, ma anche attirano a sé un corpo, e  soprattutto quelle che stanno per legarsi al sangue e a corpi umidi, inclinano all’ umido e  si incarnino diventate umide. Per questo si richiamano le anime dei morti con spargimento di sangue e bile, e le anime che amano il corpo, attirando a sé il soffio umido, lo condensano come nube. La nuvola infatti è formata da aria umida condensata; e quando il soffio umido si è condensato in esse per un eccesso di umidità, le anime  diventano visibili. Da anime di questo tipo provengono quelle apparizioni  di  fantasmi che si presentano ad alcuni quando contaminano lo spirito secondo la loro immaginazione; ma le anime pure si allontanano dalla generazione. Eraclito stesso dice: “l’anima secca è la più saggia”. Così anche quaggiù il soffio diventa umido, aumenta la sua umidità nel desiderio di unione sessuale, poiché l’anima attrae a sé vapore umido per inclinazione alla generazione.

12.

Le Ninfe Naiadi sono dunque le anime che discendono nella generazione. Da qui nasce anche l’uso di chiamare «ninfe» le donne che si sposano come se contraessero un vincolo al fine di generare, e di cospargerle di acque attinte da fonti o correnti o sorgenti perenni. Ma per le anime iniziate alla natura e per i dèmoni che presiedono alla nascita il cosmo  è sacro e amabile, sebbene sia per natura tenebroso e oscuro; e ciò fece pensare che queste anime  fossero aeree e di sostanza aerea. Per tale motivo il santuario adatto a loro sulla terra può essere un antro, amabile e oscuro a immagine del cosmo, nel quale, come in un tempio immenso, vivono le anime: e l’antro, dove si trovano acque perenni, è adatto alle Ninfe, che presiedono alle acque.

13.

Questo antro sia dunque  consacrato alle anime e alle potenze più particolari, le Ninfe che presiedono a correnti e fonti e per questo vengono chiamate Pegee e Naiadi. Quali sono dunque i diversi simboli che si riferiscono,  gli uni alle anime e gli altri alle potenze delle acque, per poter considerare questo antro luogo sacro e comune ad ambedue? I crateri e le anfore di pietra siano dunque i simboli delle Ninfe delle acque.  Essi sono simboli anche di Dioniso, ma solo nel caso in cui siano fatti di ceramica, vale a dire di terracotta, perché sono adatti al dono al dio della vite; infatti  il suo frutto si matura grazie al fuoco celeste.

14.

I crateri di pietra e le anfore sono simboli molto adatti alle Ninfe che presiedono all’acqua scaturente dalle roccia, e quale simbolo sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione e tendono alla creazione del corpo?   Perciò il poeta osò dire che su questi telai

tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi.

La carne, infatti, si forma sulle ossa e intorno a esse, e negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò si dice che anche i telai sono di pietra pietra e non di un’altra materia; i manti purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto che si forma dal sangue: infatti le vesti di lana sono color porpora per il sangue, la lana è tinta con prodotti di origine  animale, e la carne si forma con il sangue e a partire dal sangue. Il corpo poi, è la tunica che avvolge l’anima come una veste, spettacolo davvero meraviglioso a vedersi,  sia che si contempli la composizione d’insieme o il legame dell’anima con il corpo. Così anche in Orfeo Kore, patrona di tutto quanto viene seminato, è rappresentata mentre lavora al telaio: e gli antichi dicevano che il cielo è un peplo, come fosse la veste degli dèi celesti.

15.

Per quale motivo, dunque, le anfore sono piene non di acqua ma di favi? In effetti, dice il poeta, qui le api «ripongono il miele».Il verbo τιθαιβώσσειν [riporre miele] significa τιθέναι τὴν βόσιν [riporre cibo], e il miele è cibo e nutrimento delle api. I teologi usano il miele in numerosi e disparati simboli, perché è una sostanza con molte proprietà, in quanto possiede sia il potere di purificare sia il potere di conservare. Infatti, grazie al miele molte sostanze si mantengono immuni da putrefazione e con il miele si detergono e mantengono pulite piaghe croniche. È dolce al palato e le api lo raccolgono dai fiori: le api, poi, nascono dai buoi. Perciò nel rituale di iniziazione al grado del Leone, quando si purificano le mani degli iniziati cospargendole di miele anziché di acqua, li si esorta a conservarle pure  da qualsiasi cosa possa arrecare dolore, danno o contaminazione; e come si conviene a un iniziato, avendo il fuoco virtù catartica, si purifica l’iniziato con un liquido adatto al fuoco, e si rifiuta l’acqua in quanto sostanza ostile al fuoco. Con il miele viene purificata anche la lingua da ogni errore e colpa.

16.

D’altra parte, quando viene offerto miele al Perse, come  protettore delle messi, è la sua capacità protettiva che nel simbolo si considera. Questa è la ragione per cui alcuni pensarono di interpretare come miele il nettare e l’ambrosia che il poeta fa instillare nelle narici dei cadaveri perché i corpi non imputridiscano, dato che il miele è nutrimento degli dèi. Ecco perché in un passo il poeta dice: «rosso nettare»: tale, infatti, è il colore del miele. Ma se con «nettare» si debba intendere miele, è una ricerca che approfondiremo in altra occasione. In Orfeo, Crono è adescato da Zeus con il miele;  infatti egli, sazio di miele, si ubriaca ed è ottenebrato come fosse ebbro di  vino, e si addormenta come Poros in Platone, dopo che si è saziato di nettare «perché allora non c’era ancora il vino». In Orfeo la Notte, quando suggerisce a Zeus l’inganno per mezzo del miele, dice:

quando tu lo veda sotto le querce dalle alte foglie ubriaco per il frutto del lavoro delle api ronzanti

legalo. Così accade a Crono, che viene legato e castrato come Urano. Il teologo esprime qui in modo enigmatico il fatto cghe gli esseri divini vengono soggiogati dal piacere e indotti a spargere il seme, e struggendosi nel piacere disseminano le loro forze generatrici.  Così Crono castra Urano che discende verso Terra indotto dal desiderio di unirsi a lei. Per i teologi la dolcezza del miele, con la quale Crono viene tratto in inganno per essere poi castrato, rappresenta il piacere che deriva dall’unione sessuale. Crono, infatti, con la sua sfera celeste è il primo dei pianeti che si oppongono a Urano. Sia dal cielo sia dai pianeti discendono delle potenze: Crono coglie quelle che emanano dal cielo, Zeus quelle che provengono da Crono.

17.

Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare contro la putredine, e come simbolo della forza sedativa del piacere che induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe dell’acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque – cui le ninfe presiedono – della loro virtù purificatrice e della loro cooperazione al processo generativo: l’acqua, infatti, coopera alla generazione. Ed è anche per questo motivo che le api ripongono il miele nelle anfore e nei crateri, perché i crateri sono simbolo di fonti – proprio come presso Mitra è collocato un cratere al posto di una fonte; le anfore poi sono simbolo di ciò con cui si attinge acqua dalle fonti.

18.

Fonti e rivi sono propri delle ninfe dell’acqua e ancor più delle ninfe-anime che gli antichi chiamavano specificatamente api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un’espressione appropriata quando, riferendosi alle anime, dice :

ronza lo sciame dei morti venendo alla luce.

Gli antichi, poi, chiamavano Melissai  le sacerdotesse di Demetra, come si conviene alle iniziate ai misteri della dea sotterranea, e Kore stessa Melitode; e chiamavano Melissa la Luna, che presiede alla  generazione, tanto più in quanto la Luna è anche Toro, il Toro è l’esaltazione della Luna,  le api nascono dai buoi e le anime che scendono nella generazione sono dette nate da un bue e dio ladro di buoi è colui che segretamente promuove la generazione.

Per gli antichi il miele era anche simbolo della morte (ragione per la quale offrivano agli dèi ctonii libagioni di miele), la bile invece, simbolo di vita, volendo con ciò esprimere in modo allusivo che la vita dell’anima muore a causa del piacere e ritorna alla vita con l’amarezza (motivo per cui offrivano agli dèi anche sacrifici di bile), oppure intendendo che la morte pone fine alle sofferenze, mentre la vita terrena è amarezza e dolore dopo dolore.

19.

Però non chiamavano api indistintamente tutte le anime che scendono nella generazione, ma solo quelle destinate a vivere secondo giustizia e a tornare di nuovo al luogo di origine dopo aver compiuto azioni gradite e accette agli dèi. Infatti, l’ape è un animale che ama tornare alla propria origine ed è soprattutto giusto e sobrio; per questo le  libagioni di miele sono dette «sobrie». Le api, poi, non si posano sulle fave che gli antichi consideravano simbolo della generazione che procede in linea retta senza interruzioni, perché solo le fave tra tutte le piante seminate hanno un fusto interamente cavo, che non è spezzato e ostruito da nodi intermedi. Quindi i favi e le api potrebbero essere simboli appropriati e pertinenti sia alle ninfe d’acqua sia alle anime che, come giovani spose, entrano nella generazione.

20.

Nei tempi più remoti, dunque, gli uomini  consacravano agli dèi caverne e antri, quando ancora non avevano pensato di costruire templi, come a Creta la grotta dei Cureti dedicata a Zeus, in Arcadia a Selene e a Pan Liceo, a Nasso a Dioniso, e ovunque conobbero Mitra si propiziavano la divinità in una grotta; ora Omero non si accontentò di dire che l’antro di Itaca aveva due porte, ma aggiunse che una era orientata a Borea, e l’altra a Noto, e che per quella settentrionale si poteva scendere, mentre per quella a sud non specificò se lo si poteva, ma disse solo:

e non la

varcano gli uomini, ma è il cammino degli

immortali.

21.

Ne consegue pertanto che si deve cercare l’intenzione di coloro che consacrarono l’antro, se è vero che il poeta riferisce un dato reale, o, se la narrazione è una sua finzione poetica, quale ne sia il misterioso significato. Considerando l’antro immagine e simbolo del cosmo, Numenio e il suo seguace Cronio  dicono che ci sono due estremità nel cielo: di esse né una è più a sud del tropico invernale, né l’altra è più a nord del tropico d’estate. Il tropico d’estate è in corrispondenza del Cancro, quello d’ inverno in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo vicino a noi venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più vicina alla terra; il Capricorno, poiché il polo sud è  invisibile, venne assegnato al pianeta più lontano e più alto di tutti.

22.

I segni  zodiacali si dispongono in questa successione:  dal Cancro verso il Capricorno, prima è il Leone, casa del Sole, poi la Vergine, casa di Mercurio,  la Bilancia di Venere, lo Scorpione di Marte, il Sagittario di Giove, il Capricorno di Saturno; procedendo in senso inverso, a partire dal Capricorno, c’è: l’Acquario, casa di Saturno,  i Pesci di Giove, l’Ariete di Marte, il Toro di Venere,  i Gemelli di Mercurio e, ultimo,  il Cancro casa della Luna. I teologi, dunque, considerarono come porte questi due segni, Cancro e Capricorno – quelle che Platone chiamò imboccature – e dissero che di queste due  il Cancro è la porta per la quale scendono le anime, il Capricorno quella per la quale risalgono. Il Cancro è settentrionale e via di discesa, il Capricorno meridionale e via di risalita.  atto alla ascesa.

23.

Le regioni settentrionali appartengono alle anime che discendono nella generazione, e quindi giustamente la porta dell’antro volta a nord è accessibile agli uomini; le regioni meridionali  non sono luogo degli dèi, ma di chi ritorna agli dèi e proprio per questo il poeta disse che è cammino non di dèi ma «degli immortali» – espressione che si addice anche alle anime, perché sono immortali o in sé o nella loro essenza.

Numenio dice che anche Parmenide nella Fisica fa menzione di queste due porte, come i Romani e gli Egiziani. I Romani, infatti, celebrano i Saturnali quando il Sole è nel Capricorno e durante la  festa gli schiavi indossano le vesti degli uomini liberi e tutti si scambiano ogni cosa reciprocamente;  il legislatore con ciò ha voluto significare che per questa porta del cielo coloro che ora per la generazione sono schiavi diventano liberi grazie alla festa in onore di Saturno e alla casa a lui attribuita, ritornando a vivere e allontanandosi dal mondo della genesi. Per i Romani la strada che parte dal Capricorno è in discesa; e perciò chiamando ianua   la porta, hanno chiamato Gennaio (Ianuarius), cioè il portiere, il mese in cui il Sole al Capricorno risale a oriente, dopo essersi volto a nord.

24.

Per gli Egiziani l’inizio dell’anno non è l’Acquario, come per i Romani, bensì il Cancro, perché Sothis, che i Greci chiamano costellazione del Cane, è vicina al Cancro. Per loro l’inizio dell’anno è il sorgere di Sothis, che segna l’inizio della generazione nel cosmo. Omero, quindi, non ha dedicato le  porte dell’antro né a oriente né a occidente  né agli equinozi, cioè ad Ariete e a  Bilancia, ma al sud e al nord e alle porte più settentrionali nella regione celeste settentrionale e a quelle più meridionali nella regione celeste meridionale, perché l’antro è sacro alle anime e alle Ninfe delle acque, e queste per le anime sono le zone adatte alla discesa nella generazione e alla risalita dopo la generazione.

Pertanto assegnarono come adatta a Mitra la sede agli equinozi; egli porta il pugnale di Ariete, segno di Ares, e cavalca il Toro, di Afrodite. Poiché Mitra, come il Toro, è demiurgo e padrone della generazione, è collocato nel cerchio equinoziale, avendo alla sua destra le regioni settentrionali, alla sua sinistra quelle meridionali, e a sud è collocato Cautes perché è caldo, a nord Cautopates per il fatto che il vento del nord è freddo.

25.

Alle anime che scendono nella generazione e se ne separano assegnarono a buon diritto dei venti, per il fatto che anch’esse attirano a sé un soffio, come pensarono alcuni, e tale è la loro essenza. Borea ben conviene alle anime che scendono nella generazione: per questo a chi sta per morire la brezza del vento del nord

spirandovi sopra vivificava l’animo

che con pena ansima, 

il soffio di Noto, invece, dissolve. Il soffio di Borea, infatti,  essendo più freddo, congela e mantiene nel freddo della generazione terrestre; quello di Noto,  più caldo, dissolve e rinvia l’anima verso il calore del divino. Poiché la terra da noi abitata è più settentrionale, necessariamente le anime che qui sono generate hanno consuetudine con Borea, le anime che si allontanano da qui, invece, con Noto; questo è il motivo per cui Borea è impetuoso quando inizia a soffiare,  Noto invece quando sta terminando; il primo si avventa immediatamente su coloro che abitano nella zona artica, l’altro viene da molto lontano e il soffio che viene da lontano è più lento: quando le brezze si riuniscono, allora raggiunge il massimo del suo impeto.

26.

Poiché le anime arrivano alla generazione dalla porta orientata a nord, gli antichi hanno creduto che questo vento avesse proprietà erotiche; Omero dice infatti:

simile a cavallo dalla cupa criniera si giacque con 

loro;

e quelle concepirono e generarono dodici puledri, 

e dicono anche che Borea rapì Orizia, che generò Zete e Calais.

Poiché invece il sud è assegnato agli dèi, quando è mezzogiorno nei templi degli dèi si tirano le tende, attenti a osservare proprio questo precetto di Omero, cioè che quando il dio piega verso sud non è lecito agli uomini entrare nei templi, perché è la via degli immortali.

27.

Quando il dio è al culmine, pongono dunque sulla porta il simbolo del mezzogiorno e del sud:  pertanto non è permesso parlare  a nessuna ora nemmeno sulle altre porte, perché la porta è sacra; e per questo i pitagorici e i saggi egiziani ponevano il divieto di parlare passando attraverso porte e ingressi, per venerare con questo silenzio il dio che è il principio di tutte le cose.

Anche Omero sapeva che le porte sono sacre e lo rivela Eneo che scuote la porta come gesto di supplica:

scuotendo le porte ben chiuse, implorando  il figlio in ginocchio.

E conosceva pure le porte del cielo –  affidate alle Ore – che sono all’origine del tempo nuvoloso e si aprono e chiudono con le nuvole:

se allontanare o calare la densa nube

e che per questo rimbombano, perché anche i tuoni passano per le nubi:

da sole risuonarono le porte del cielo, affidate alle

Ore.

28.

In un passo menziona pure le porte del sole, intendendo Cancro e Capricorno, infatti il sole discendendo nel suo percorso dalle regioni del vento del nord verso sud e di lì risalendo verso nord, arriva fino a questi limiti estremi. Capricorno e Cancro sono vicini alla Via Lattea, occupandone le estremità, e cioè il Cancro quelle settentrionali, il Capricorno quelle meridionali.

Per Pitagora le anime sono «popolo di sogni» che, egli dice, si riuniscono nella Via Lattea, così chiamata dalle anime che, quando cadono nella generazione, si nutrono di latte. Per questo chi evoca  le anime offre loro libagioni di miele mescolato a latte: perché attratte dal piacere esse giungono alla generazione, e il latte compare naturalmente insieme al loro concepimento.

Inoltre, nelle regioni meridionali il corpo è piccolo, perché il caldo di solito lo dissecca in sommo grado, e proprio per questo risulta piccolo e asciutto. Nelle regioni settentrionali, invece, tutte le corporature sono grandi, come dimostrano i Celti, i Traci, gli Sciti, i quali hanno una terra ricca di umidità e di pascoli. E poi il nome stesso del vento, Borea, viene da bora che significa nutrimento: poiché, quindi, è vento che soffia da una terra ricca di nutrimento è chiamato Borea, perché è un vento che dà nutrimento.

29. 

Per questi motivi, dunque, le zone settentrionali sono adatte alla stirpe mortale e soggetta alla generazione, le zone meridionali alla stirpe più divina, come l’oriente è proprio degli dèi e l’occidente dei demoni.

Poiché la natura ha origine dalla diversità, ovunque l’entrata a due porte ne è simbolo. Il cammino, infatti, può avvenire o attraverso l’intelligibile o attraverso il sensibile; e quello attraverso il  sensibile o attraverso la sfera delle stelle fisse o attraverso i pianeti, e ancora, o attraverso un cammino  immortale o mortale. C’è un centro sopra la terra e uno sotto terra, uno a oriente e uno a occidente,  la sinistra e la destra, la notte e il giorno; e per questo è «armonia» e tensione di contrari e scocca dardi dal suo arco per l’esistenza dei contrari.  Platone parla di due imboccature: attraverso una si risale al cielo, dall’altra si scende sulla terra, e i teologi fecero del Sole e della Luna le porte  delle anime che risalgono  per la porta del Sole e discendono per quella della Luna; e in Omero ci sono due orci:

dei doni che concede, l’uno dei cattivi, dei buoni 

l’altro.

30.

Anche nel Gorgia di Platone l’anima è  un orcio: un’anima fa il bene, l’altra il male, una è razionale, l’altra è irrazionale. L’immagine degli orci nasce dal fatto che le anime sono ricettacoli di attività e qualità di ogni tipo. In Esiodo un orcio è concepito chiuso, l’altro è quello che il piacere apre e ne disperde il contenuto ovunque, mentre rimane dentro solo la speranza. Infatti, in coloro che posseggono un’anima stolta che si disperde nella materia e non mantiene il proprio posto, in tutti costoro l’anima si nutre di belle illusioni.

31.

Dato che ovunque le due porte sono simbolo della natura, anche l’antro di Omero non ha un solo ingresso ma due porte, diverse l’una dall’altra a somiglianza della realtà, e una si addice agli dèi e ai buoni, l’altra ai mortali e ai più ignobili. Partendo da analoghe considerazioni, Platone conosce anch’egli crateri e parla di orci anziché di anfore, e di due imboccature, come si è detto, invece che di due porte. E Ferecide di Siro menziona recessi, fosse, antri, porte e ingressi, alludendo enigmaticamente con questi simboli alla generazione delle anime e al loro distacco da essa. Ma per non dilungarci troppo introducendo l’esempio di  antichi filosofi e teologi, riteniamo di aver chiarito con quanto detto il significato complessivo della narrazione di Omero.

32.

Rimane però da chiarire quale sia il significato del simbolo dell’olivo, piantato vicino all’antro. Senz’altro esso nasconde qualche straordinario significato, perché non si dice che è piantato lì vicino, ma in capo al porto:

In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie:  vicino è un antro.

Non si tratta, come si potrebbe pensare, di una pianta germogliata lì per caso: essa abbraccia e dà unità all’intero enigma dell’antro. Poiché  infatti il cosmo non si è creato a caso e come capitava,  ma è un’opera perfetta realizzata da saggezza divina e natura intelligente, l’olivo, piantato vicino all’antro, immagine del cosmo, è simbolo della saggezza di dio. L’olivo, infatti, è pianta di Atena e Atena è la saggezza. Poiché Atena è nata dalla testa del padre, dio, il teologo pensò che il luogo adatto per l’olivo fosse consacrarlo in capo al porto; con ciò volle significare che l’universo non è formazione spontanea o frutto di un caso irrazionale,  ma è  realizzazione perfetta di natura intelligente e di sapienza, dalla quale è separato come lo è dall’olivo, che si erge staccato ma vicino all’antro e in capo a tutto il porto.

33.

L’olivo, che è sempreverde, ha in sé una caratteristica molto adatta alle conversioni delle anime del cosmo, alle quali l’antro è consacrato. Infatti in estate l’olivo volge verso l’alto la parte bianca delle foglie, in inverno rivolge al suolo quella più bianca. Per tale motivo durante le preghiere e le suppliche si tendono ramoscelli d’olivo, formulando l’augurio che le tenebre dei pericoli si mutino in luminoso candore.

L’olivo dunque, per natura sempreverde, produce frutti che sono sostegno alle fatiche; è dedicato ad Atena, e agli atleti vincitori è data in premio una corona di olivo, come di olivo sono i ramoscelli dei supplici. Anche il cosmo è retto da una natura intelligente e guidato da saggezza eterna e sempre fiorente, dalla quale vengono i premi della vittoria agli atleti della vita e il rimedio che dà sollievo alle infinite pene, e colui che solleva e attrae a sé i supplici e i compassionevoli è il demiurgo che tiene il cosmo unito e coerente.

34.

Giunti a questo antro, dice Omero, bisogna deporre ogni possesso esterno, denudarsi e assumere l’aspetto di un mendico dal corpo avvizzito, gettare ogni cosa superflua, staccarsi dalle sensazioni e allora deliberare con Atena, seduto con lei ai piedi dell’olivo, su come eliminare tutte le passioni che traviano la propria anima.

I discepoli di Numenio non senza scopo, penso, ritennero che Odisseo per Omero fosse  nell’Odissea l’immagine di colui che passa attraversando tutti gli stadi della generazione, per ritornare in tal modo tra coloro che sono estranei ad ogni flutto e inesperti del mare:

fino a quando tu giunga da uomini che ignorano 

il mare

né mangiano cibo mescolato al sale del mare. 

Anche in Platone le distese delle acque, il mare e flutti sono la materia.

35.

Per questo, penso, Omero diede al porto il nome di Phorkys:

c’è un porto di Phorkys

dio del mare; Omero, nella genealogia all’inizio dell’Odissea, ne menziona la figlia Thoossa, madre di Polifemo, che Odisseo accecò: egli voleva dunque che, fino all’arrivo in patria, Odisseo avesse qualcosa che gli ricordasse le sue colpe. Per questo a lui, supplice della divinità, si addice sedere sotto l’olivo e sotto i suoi rami cercare di placare il demone della nascita: non era possibile, infatti, liberarsi da questa vita dei sensi accecandola semplicemente, cercando di eliminarla rapidamente:  colui che aveva avuto tale ardire era incalzato dall’ira degli dèi del mare e della materia, divinità che si deve prima placare con sacrifici e faticose peregrinazioni e sofferenze di  mendico, ora lottando con  le passioni, ora avvalendosi di magie e astuzie, e trasformandosi completamente di fronte a esse per poter, nudo, senza stracci, distruggerle tutte. E neppure così egli si libererà dalle sofferenze, ma solo quando sarà del tutto uscito dal mare e tra anime che ignorano a tal punto le opere del mare e della materia da ritenere, per la loro assoluta inesperienza degli strumenti e dell’attività del mare, che il remo sia un vaglio.

36.

Non bisogna pensare che tali interpretazioni siano forzose e frutto di ingegnosa inventiva ammantata di plausibilità: ma pensando quanto grandi furono la sapienza degli antichi e l’intelligenza di Omero e la sua perfezione in ogni virtù, non si disconosca che egli ha nascosto l’immagine di realtà più divine sotto la finzione di una favola: perché non sarebbe riuscito a plasmare con successo l’intera narrazione, se non si fosse basato su alcune verità per modellare la sua finzione. Ma a questo problema dedicheremo uno scritto sistematico in altra occasione: per quanto riguarda l’antro di cui ci siamo occupati, qui si conclude la nostra interpretazione.

 

COMMENTO AL TESTO

 

 

IL SIMBOLISMO DELLO ZODIACO NEI PITAGORICI

di René Guenon  

Le symbolisme du Zodiaque chez les Pythagoriciennes, in Études Traditionelles, giugno 1938 

Trattando la questione delle porte solstiziali ci siamo riferiti direttamente soprattutto alla tradizione indù, perché in essa i dati che vi si riferiscono sono presentati nel modo più chiaro; ma in realtà si tratta di qualcosa che è comune a tutte le tradizioni, e si può trovare anche nell’antichità occidentale.

Nel Pitagorismo, in particolare, il simbolismo zodiacale sembra aver avuto un’importanza altrettanto considerevole; le espressioni ‘porta degli uomini’ e ‘porta degli dèi’, da noi usate, appartengono del resto alla tradizione greca; solo che le informazioni giunte sino a noi sono in questo caso talmente frammentarie e incomplete che la loro interpretazione può dar luogo a parecchie confusioni, che non sono mancate da parte di coloro che hanno considerato tali informazioni isolatamente e senza renderle più chiare per mezzo di un raffronto con altre tradizioni.

Anzitutto, per evitare certi equivoci, sulla posizione reciproca delle due porte, occorre ricordarsi di quanto abbiamo detto sull’applicazione del ‘senso inverso’, a seconda che le si consideri in rapporto all’ordine terrestre o all’ordine celeste: la porta solstiziale d’inverno, o il segno del Capricorno, corrisponde al nord nel ciclo annuale, ma al sud in relazione al cammino del sole nel cielo; così, la porta solstiziale d’estate, o il segno del Cancro, corrisponde al sud nel ciclo annuale, e al nord in relazione al cammino del sole.

Per questo, mentre il movimento ‘ascendente’ del sole va da sud a nord e il suo movimento ‘discendente’ da nord a sud, il periodo ‘ascendente’ dell’anno dev’essere invece considerato compiersi nella direzione nord-sud, e il suo periodo’ discendente’ in quella sud-nord, come abbiamo già detto in precedenza. Proprio in rapporto a quest’ultimo punto di vista, secondo il simbolismo vedico, la porta del dêva-loka è situata verso nord e quella del pitri-loka verso sud, senza che vi sia in ciò, malgrado le apparenze, alcuna contraddizione con quello che troveremo più avanti.

Citeremo, corredandolo delle spiegazioni e rettificazioni necessarie, il riassunto dei dati pitagorici esposto da Jérôme Carcopino¹: «I pitagorici» egli dice «avevano costruito tutta una teoria sui rapporti dello Zodiaco con la migrazione delle anime. A quale data risalirebbe? È impossibile saperlo. Fatto sta che nel secolo II della nostra era, essa fioriva negli scritti del pitagorico Numenio, che ci è permesso di conoscere attraverso un riassunto secco e tardivo di Proclo, nel suo commento alla Repubblica di Platone, e un’analisi, al tempo stesso più ampia e più antica, di Porfirio, nei capitoli XXI e XXII del De Antro Nympharum». Ecco, diciamolo subito, un esempio piuttosto significativo di ‘storicismo’: la verità è che non si tratta per nulla di una teoria ‘costruita’ più o meno artificialmente, a questa o quella data, dai pitagorici o da altri, a modo di una semplice opinione filosofica o di una concezione individuale qualunque; si tratta di una conoscenza tradizionale, che concerne una realtà di ordine iniziatico, e, proprio in virtù del suo carattere tradizionale, non ha e non può avere alcuna origine cronologicamente assegnabile.

Sono, beninteso, considerazioni che possono sfuggire a un ‘erudito’; ma egli dovrebbe almeno capire questo: se la teoria in questione fosse stata ‘costruita dai pitagorici’, come spiegare il fatto che essa si trova dappertutto, al di fuori di ogni influenza greca, e in particolare nei testi vedici, che sono sicuramente di molto anteriori al pitagorismo? Anche questo, Carcopino, in quanto ‘specialista’ dell’antichità greco-latina, può sfortunatamente ignorarlo; ma, da quel che riferisce egli stesso in seguito, risulta che tale dato si trova già in Omero; dunque, anche presso i Greci essa era conosciuta, non diremo solo prima di Numenio, cosa fin troppo evidente, ma prima dello stesso Pitagora; si tratta di un insegnamento tradizionale che si è trasmesso in modo continuo attraverso i secoli, e poco importa la data forse ‘tardiva’ alla quale certi autori, che non hanno inventato nulla e non ne hanno mai avuto la pretesa, l’hanno formulato per iscritto in modo più o meno preciso.

Detto questo, torniamo a Proclo e a Porfirio: «I nostri due autori concordano nell’attribuire a Numenio la determinazione dei punti estremi del cielo, il tropico d’inverno, sotto il segno del Capricorno, e il tropico d’estate, sotto quello del Cancro, e nel definire, evidentemente sulle sue tracce, e sulle tracce dei ‘teologi’ che egli cita e che gli sono serviti da guide, il Cancro e il Capricorno come le due porte del cielo. Sia per discendere nella generazione, sia per risalire a Dio, le anime dovevano quindi necessariamente varcare una di esse». Per «punti estremi del cielo», espressione un po’ troppo ellittica per essere perfettamente chiara da sola, bisogna naturalmente intendere qui i punti estremi raggiunti dal sole nella sua corsa annuale, dov’esso in certo modo si arresta, da cui il nome di ‘solstizi’; a tali punti solstiziali corrispondono le due ‘porte del cielo’, il che è appunto esattamente la dottrina tradizionale che già conosciamo.

Come abbiamo indicato altrove, questi due punti erano talora simboleggiati – per esempio sotto il tripode di Delfi e sotto gli zoccoli dei corsieri del carro solare – dal polipo e dal delfino, che rappresentano rispettivamente il Cancro e il Capricorno. Inutile dire, d’altra parte, che gli autori in questione non hanno potuto attribuire a Numenio la determinazione stessa dei punti solstiziali, che erano noti da sempre; si sono semplicemente riferiti a lui come a uno di coloro che ne avevano parlato prima di loro, e come egli stesso si era già riferito ad altri ‘ teologi’.

Si tratta poi di precisare il ruolo proprio di ciascuna delle due porte, ed è qui che nasce la confusione:, «Secondo Proclo, Numenio le avrebbe rigidamente specializzate: per la porta del Cancro, la caduta delle anime sulla terra; per quella del Capricorno, l’ascensione delle anime nell’etere. In Porfirio, invece, è detto soltanto che il Cancro è a nord e favorevole alla discesa, il Capricorno a sud e favorevole alla salita: di modo che invece di essere strettamente assoggettate al ‘senso unico’, le anime avrebbero conservato, sia all’andata che al ritorno, una certa libertà di circolazione». La fine di questa citazione esprime, a dire il vero, un’interpretazione di cui conviene lasciare tutta la responsabilità a Carcopino; non vediamo assolutamente in cosa quel che dice Porfirio sarebbe ‘contrario’ a quel che dice Proclo; forse è formulato in modo un po’ più vago, ma sembra di fatto voler dire in fondo la stessa cosa: ciò che è «favorevole» alla discesa o alla salita deve probabilmente intendersi come ciò che la rende possibile, poiché non é molto verosimile che Porfirio abbia voluto lasciar sussistere in tal modo una specie di indeterminazione, il che, essendo incompatibile con il carattere rigoroso della scienza tradizionale, non sarebbe in ogni caso in lui che una pura e semplice prova d’ignoranza su questo punto. Comunque, è visibile che Numenio non ha fatto altro che ripetere, sulla funzione delle due porte, l’insegnamento tradizionale conosciuto; d’altra parte, se egli pone, come indica Porfirio, il Cancro a nord e il Capricorno a sud, evidentemente egli considera la loro posizione nel cielo; lo indica d’altronde abbastanza chiaramente il fatto che, in quel che precede, sono in questione i ‘ tropici ‘, che non possono avere altro significato oltre quello, e non i ‘ solstizi’, che si riferirebbero invece più direttamente al ciclo annuale; e per questo la posizione qui enunciata è inversa a quella data dal simbolismo vedico, senza tuttavia che ciò costituisca alcuna differenza reale, giacché si tratta di due punti di vista ugualmente legittimi, che si accordano perfettamente fra di loro se si è capito il loro rapporto.

Ma vedremo qualcosa di ancor più straordinario: Carcopino continua dicendo che «è difficile, in mancanza dell’originale, trarre da queste allusioni divergenti», ma che in realtà, dobbiamo aggiungere noi, sono divergenti solamente nel suo pensiero, «la vera dottrina di Numenio», che, abbiamo visto, non è la sua propria dottrina, ma soltanto l’insegnamento da lui riferito, cosa d’altronde più importante e più degna d’interesse; «ma risulta dal contesto di Porfirio che, anche esposta sotto la sua forma più elastica» – come se potesse esserci «elasticità» in un problema che è unicamente una questione di conoscenza esatta – «essa resterebbe in contraddizione con quelle di certi suoi predecessori, e, in particolare, con il sistema che alcuni più antichi pitagorici avevano fondato sulla loro interpretazione dei versi dell’Odissea in cui Omero ha descritto la ‘ grotta d’Itaca’», cioè quell’‘antro delle Ninfe’ che non è altro se non una delle raffigurazioni della ‘caverna cosmica’ di cui abbiamo parlato in precedenza. «Omero, annota Porfirio, non si è limitato a dire che la grotta aveva due porte. Egli ha specificato che una era volta al lato nord, e l’altra, più divina, al lato sud, e che si discendeva dalla porta a nord. Ma non ha indicato se si poteva scendere per la porta a sud. Dice solo: è l’entrata degli dèi. Mai l’uomo prende il cammino degli immortali». Pensiamo che questo dev’essere il testo stesso di Porfirio, e non vi vediamo la contraddizione annunciata; ma ecco ora il commento di Carcopino: «Secondo questa esegesi, si scorgono, in quel compendio, dell’universo che è l’antro delle Ninfe, le due porte che s’innalzano ai cieli e sotto le quali passano le anime, e, al contrario del linguaggio che Proclo mette in bocca a Numenio, quella a nord, il Capricorno, fu dapprima riservata all’uscita delle anime, e quella a sud, il Cancro, fu di conseguenza assegnata al loro ritorno a Dio».

Ora che abbiamo completato la citazione, possiamo facilmente renderci conto che la pretesa contraddizione, anche qui, esiste solo secondo Carcopino; c’è infatti nell’ultima frase un errore evidente, e persino un duplice errore, che sembra veramente inspiegabile. Anzitutto, è Carcopino che aggiunge di propria iniziativa la menzione del Capricorno e del Cancro; Omero, a quanto dice Porfirio, designa le due porte solo per mezzo della loro posizione a nord o a sud, senza indicare i segni zodiacali corrispondenti; ma, siccome precisa che la porta «divina» è quella a sud, bisogna concludere che è questa che corrisponde per lui al Capricorno, esattamente come per Numenio, vale a dire che anch’egli situa le due porte secondo la loro posizione nel cielo, e tale sembra quindi esser stato, in genere, il punto di vista dominante in tutta la tradizione greca, anche prima del pitagorismo. Inoltre, l’uscita delle anime dal ‘cosmo’ e il loro ‘ritorno a Dio’ sono propriamente una sola e identica cosa, di modo che Carcopino attribuisce, apparentemente senza accorgersene, lo stesso ruolo a entrambe le porte; Omero dice, tutto al contrario, che per la porta a nord si effettua la ‘discesa’, cioè l’entrata nella ‘caverna cosmica’ o, in altri termini, nel mondo della generazione e della manifestazione individuale. In quanto alla porta a sud, essa è l’uscita dal ‘cosmo’, e, di conseguenza, per essa si effettua la ‘salita’ degli esseri in via di liberazione; Omero non dice espressamente se si può anche scendere per tale. porta, ma ciò non è necessario, poiché, designandola come «entrata degli dèi», egli indica a sufficienza quali siano le ‘discese’ eccezionali che vi si effettuano, conformemente a quanto abbiamo spiegato nel nostro studio precedente. Insomma, che la posizione delle due porte sia considerata in rapporto al cammino del sole nel cielo, come nella tradizione greca, o in rapporto alle stagioni nel ciclo annuale terrestre, come nella tradizione indù, è sempre il Cancro a essere la ‘ porta degli uomini’ e il Capricorno la ‘porta degli dèi’; non può esserci in questo alcuna variazione e di fatto non ve n’è alcuna; è solo l’incomprensione degli ‘eruditi’ moderni che crede di scoprire, nei vari interpreti delle dottrine tradizionali, divergenze e contraddizioni che non vi si trovano.

¹La Basilique Pythagoricienne de la Porte Maieure. 

 

 

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