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La parabola di Sabàto, l’eroe dei B-movie che recitò con Montand – In memoria di Antonio Sabàto

La parabola di Sabàto, l’eroe dei B-movie che recitò con Montand – In memoria di Antonio Sabàto

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  15 gennaio 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Tra gli over60 alla Vucciria qualcuno se lo ricorda ancora quando tornò a Palermo nel 1969 per girarvi un ambizioso mafia-movie dove il suo nome da attore protagonista spiccava prima del titolo.

Antonio Sabàto da Montelepre, classe 1943, era già allora un idolo delle terze visioni, ed è per questo che la sua foto da giovane rimane tra quelle più in vista sulle pareti della Vecchia trattoria da Totò in via Coltellieri.

Anche se da decenni era finito nell’olimpo degli ex da Stracult, c’è dunque da giurare che avrà suscitato più di qualche magone, e non solo tra i fan palermitani, la notizia della sua morte per complicazioni da Covid avvenuta il 6 gennaio scorso in un ospedale nella Los Angeles dove si era trasferito con moglie e figli dal 1984.

A rendere tanto popolare Sabàto avevano contribuito soprattutto spaghetti western dai titoli strampalati come Tutti fratelli del west… da parte di padre o Vado, vedo e sparo,insieme a certi poliziotteschi come Milano violenta o Ritornano quelli della calibro 38 che facevano il verso ai noir della neo-Hollywood.

Ed è per via di questi film, i nostrani blockbuster degli anni ’70, che Quentin Tarantino volle di contattarlo come preziosa icona di B-movie a cui strappare aneddoti su quella stagione leggendaria del made in Italy di genere, quando il nostro si era ormai ritirato dedicandosi alle sue passioni, la nautica e la pittura.

Sabàto aveva cominciato alla grande, grazie alla sua determinazione, da quando, a vent’anni, si era trasferito in cerca di fortuna prima a Palermo, dove a metà degli anni Sessanta, da bohémien bello come il sole, bazzicava il Bar del Viale, distribuendo in giro il proprio book fotografico nella speranza di fare colpo su qualche procacciatore di contatti con Cinecittà. E poi a Roma, dove gli capitò dopo pochi mesi di essere scelto tra centinaia di candidati per interpretare il pilota siculo Barlini in Grand Prix, unasuperproduzione americana diretta nel 1966 da Frankenheimer.

Grazie a quel ruolo, a fianco di Yves Montand, fu candidato a un Golden Globe, mentre la sua liaison con la sofisticata divetta Françoise Hardy finiva sui rotocalchi di mezzo mondo.

Tornato in patria, tentò di sfruttare quell’acerba notorietà cercando scritture su misura per le proprie ambizioni da serie A, dopo le promettenti, fulminee partecipazioni all’episodio diretto da Vittorio De Sica di Le streghe, e al mitico Barbarella con Jane Fonda. Ma fu subito risucchiato dalle lusinghe del cinema di genere in grado di offrirgli immediato protagonismo, oltre che fruttuose occasioni di dividere la scena con fuoriclasse “internazionali” come Lee van Cleef, Lionel Stander, Henry Silva oltre al giovane Bud Spencer.

Fece pure un paio di film con il villain più bipolare di quegli anni, Klaus Kinski, che sul set una volta lo sfidò a una rissa aggredendolo con una bottiglia rotta. Antonio promise di fargliela pagare, ma poi finì a tarallucci e bourbon.

Negli anni settanta, quella italiana era la serie B più prolifica d’Europa che contava tra le sue fila cineasti non privi d’ingegnosità da cui il nostro si faceva dirigere (Lenzi, Caiano, Bruno Corbucci, Paolella, Girolami), diventando un beniamino di quel pubblico avido di azione su grande schermo da consumare in fumosissime sale dove da mattina a sera si proiettavano due film al prezzo di uno. Sabàto fu pure chiamato a interpretare sia melodrammoni pruriginosi che sfruttavano il suo sex-appeal come L’uomo per fare l’amore, sia pochade come Certo, certissimo… anzi probabile con Claudia Cardinale e Catherine Spaak, sia intellettualistici feuilleton venati di erotismo come La monaca di Monza diretto da Eriprando Visconti.

Tra i film che egli amava ricordare c’è quel mafia-movie del 1970, E venne il giorno dei limoni neri, per il quale fu protagonista e co-sceneggiatore, indicando le più opportune location palermitane tra quelle che gli erano familiari e imbastendo una scena che ricostruiva fedelmente il rituale della punciuta su cui si era documentato utilizzando come fonte alcuni amici degli amici frequentati da ragazzo.

Dagli anni Ottanta in poi, mentre il cinema di genere si votava alla commedia pecoreccia e alla cinesceneggiata, Sabàto continuò a galleggiare accettando ruoli da carognone antagonista di Mario Merola o da futuristico malvagio in fantasy di serie Z.

Quando decise di tirare in remi in barca si trasferì definitivamente nella Hollywoodland dei suoi sogni giovanili tra i compaesani della comunità californiana, dedicandosi tra l’altro alla beneficenza, e assecondando la carriera del figlio, Antonio jr., attore ma soprattutto modello che gli somiglia come un goccia d’acqua, recentemente trasformatosi da star minore di soap operain fervente supporter di Trump con ambizioni senatoriali. Un militante no-mask che da qualche giorno ha dovuto mettere da parte le proprie convinzioni negazioniste quando si è ritrovato ad annunciare via twitter prima l’agonia e poi la triste morte solitaria per Covid del padre settantasettenne.

 

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