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La “finestra” dimenticata – Ricordo del Rear Window di Cornell Woolrich

La “finestra” dimenticata – Ricordo del Rear Window di Cornell Woolrich

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Tipologia:  Note

Data/e:  14 agosto 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Tutti celebriamo con devozione i 60 anni che ci separano dal più apprezzato (e goduto, analizzato, citato) tra i film paradigmatici di Alfred HITCHCOCK, LA FINESTRA SUL CORTILE, mai stato così “attuale” per via del suo spendersi a favore di quella ipomotricità ormai diventata l’irreversibile (?) sindrome del nostro presente destino di voyeur in Rete.
Però rimarcando il mito di quel capolavoro spartiacque, ci dimentichiamo ingiustamente della miccia letteraria che, una volta accesa, scatenò la fantasia del suo rotondo e un pò perverso artefice cinematografico.
” Non conoscevo i loro nomi. Non avevo mai udito le loro voci. Per essere esatti, non li conoscevo neppure di vista, perché mi era impossibile, da quella distanza, distinguere bene i lineamenti dei loro volti. Eppure avevo ricostruito l’ orario dei loro movimenti, delle loro abitudini quotidiane. Erano gli inquilini delle finestre sul cortile, tutte intorno a me. ”
Non v’ è dubbio, fin dall’incipit, che per HITCH la scintilla fu quella: il racconto, pubblicato nel 1943, IT HAD TO BE MURDER (poi ribattezzato REAR WINDOW) di William IRISH, soprannome evocativo di Cornell WOOLRICH, uno dei magnifici esponenti di quella filiera dark che ha reso memorabile la letteratura americana (non solo di genere), a cavallo dagli anni Trenta e Cinquanta del secolo scorso.
Inutile soffermarsi sulle tante differenze tra quel sintetico, tesissimo thrilling, scritto in forma di “fuga”, e la sua geniale trasposizione.
Il film è sicuramente meno cupo e claustrofobico, più variegato e ironico e cool della sua fonte.
Ma la coloritura noir e la cifra ossessiva (anche freudiana) di REAR WINDOW appartengono assolutamente a WOOLRICH, alla temperatura della sua ispirazione macerata. E basterebbe ricordare, per dimostrarlo, il sintomatico riflesso autobiografico sull’io narrante del racconto, quell’immobilità coatta, provocata dall’infezione a un piede, che alimentò la vocazione di WOOLRICH da giovane facendolo somigliare al personaggio di James STEWART (oltre a restituirsi come metafora d’impotenza, da HITCH sottolineata con gusto sadico per tutto il film).
Insomma, diamo a WOOLRICH quel che è di WOOLRICH, ripaghiamo in extremis questo portentoso maudit del Mystery (che fu maledetto davvero, omosessuale tormentato, soggiogato dalla madre virago, diabetico votato all’autodistruzione per alcol, morto infelicissimo proprio come il più celebre virtuoso dell’Hard Boiled, Raymond CHANDLER).
Per rendergli omaggio non c’è che un modo, leggerlo.
Purtroppo, della sua sterminata produzione (che ispirò una caterva di B-movies e di capolavori come La sposa in nero di Truffaut e Martha di Fassbinder), da noi c’è ben poco in circolazione (edito dall’encomiabile Feltrinelli), dopo i fasti targati “Giallo Mondadori” di cui rimane qualche rara ristampa.
E il bello è che se volete leggere LA FINESTRA SUL CORTILE, non vi rimane che affidarvi alla fortuita ricognizione nei mercatini di libri usati, visto che il racconto di WOOLRICH non viene pubblicato in italiano (per quel che ne so) dagli anni Novanta.
Oppure vi conviene aprire qualche compiacente finestra del cortile virtuale, a rintracciare sulla Rete l’indizio del grande talento dello scrittore dimenticato che nemmeno HITCH volle invitare alla prima del proprio film.
Quel film che IRISH alias WOOLRICH, con il suo racconto, aveva contribuito a inventare.