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Il giudice ragazzino di Canicattì – Rosario Livatino e la passione per il cinema, in “Segno”, anno XLVII, n. 424, aprile 2021

Il giudice ragazzino di Canicattì – Rosario Livatino e la passione per il cinema, in “Segno”, anno XLVII, n. 424, aprile 2021

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Tipologia:  Articolo

Data/e:  aprile 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Con Giovanni Falcone, oltre all’idea aristotelica della giustizia come equilibrato esercizio di virtù che ha per oggetto il bene dell’altro e della comunità, Rosario Livatino condivideva la passione per il cinema. La sua era un’accesa mania da “mangiatore di film” praticata non già attraverso la frequentazione delle sale, un rito che la sua certosina dedizione al lavoro di magistrato e la sua riservatezza gli consentivano raramente, ma ricorrendo all’uso privato del videoregistratore.

C’è una immagine, in uno dei tanti documentari dedicati alla figura del “giudice ragazzino”, che mostra alcuni ambienti della sua abitazione di Canicattì a qualche mese di distanza dal suo omicidio avvenuto il 21 settembre del 1990, dove si nota uno scaffale di libreria sul quale appaiono sistemate alcune videocassette con i titoli di riferimento scritti a mano sul dorso, corrispondenti alle brevi recensioni da lui stesso redatte e raccolte scrupolosamente in quaderni poi custoditi come reliquie dai genitori insieme alle sue agende di lavoro.

Una voluttuosa attività da catalogatore che, per Rosario, era diventata un modo di coltivare le proprie suggestioni di spettatore, ma anche di esorcizzare la morte. Una morte annunciata, la cui minaccia i suoi nemici si erano impegnati a fargli avvertire giorno dopo giorno, fino all’esecuzione.

Qualche riferimento alla sua passione da cinéphile la troviamo pure nel film che, nel 1994, gli ha dedicato il regista Alessandro Di Robilant, traendolo fin dal titolo, Il giudice ragazzino, dall’efficace biografia scritta dal sociologo Nando dalla Chiesa e pubblicata da Einaudi nel 1992.

In una scena della pellicola vediamo il Livatino interpretato da Giulio Scarpati di fronte al grande schermo di un cinema d’essai che proietta la sequenza dell’incubo iniziale del protagonista del Posto delle fragole di Ingmar Bergman. Una citazione che è una delle forzature drammaturgiche del film, utilizzata sia come sottolineatura metaforica di un presagio mortuario (l’anziano professore Isak Borg che sogna di imbattersi nel cadavere di sé stesso dentro una bara caduta da un carro funebre), sia come richiamo a un parallelismo cinefilo con Giovanni Falcone e la sua nota predilezione nei riguardi di un altro capolavoro bergmaniano, Il settimo sigillo.

In verità, a Rosario piaceva il cinema di genere, quello per il quale un tempo il pubblico faceva la fila ai botteghini, e specialmente il western. Un cinema dove le immagini brillano in superficie, e che sa come elaborare la materia incandescente dell’epica. Un cinema concreto e astratto, come quello di Sergio Leone: quei suoi western acuminati e ironici nei quali viene rappresentato con espressionistica spietatezza il chiaroscuro dei conflitti umani, e dove il tempo delle cose è sempre il tempo del cinema, in modo tale che la realtà possa confondersi col mito ed eternizzarsi.

Non sappiamo come Rosario si rispecchiava in quei film prediletti, né come elaborava attraverso quelle finzioni la realtà della propria parabola di giudice schivo e determinato costretto all’isolamento morale e operativo all’interno della propria stessa comunità, vittima innanzi tutto di un sistema di potere che garantiva l’immunità ai criminali mafiosi e ai loro conniventi nelle istituzioni e negli affari della politica.

Ma possiamo identificare come una beffarda torsione del destino la somiglianza dell’atroce realtà del suo assassinio con una delle efferatezze a sangue freddo compiute nell’immaginaria Sweetwater di C’era una volta il west, il territorio senza legge ai cui confini Cristo si è fermato, dove un carnefice può ammazzare un bambino dopo averlo guardato a lungo negli occhi.

Anche al giudice ragazzino toccò di guardare negli occhi il killer che gli sparò a bruciapelo a pochi chilometri da casa sua, al termine della concitata sequenza dell’attentato consumatosi quel maledetto venerdì mattina di luglio lungo la statale 640 che da Canicattì porta ad Agrigento.

La vittima inizialmente ferita dentro la sua Ford Fiesta rosso-amaranto circondata dalla Fiat e dalla moto dei suoi assassini, e poi costretta a una fuga giù per un vallone oltre il guardrail che costeggia la strada, prima di essere abbattuta. Un’agghiacciante, animalesca “scena di caccia” (come la definisce dalla Chiesa nel suo libro) che Di Robilant ricostruisce sullo schermo inquadrandola in campo lungo, con una cronachistica secchezza rosselliniana che non contempla alcuna concessione spettacolare. E tutto il film è architettato per fornirci linearmente soprattutto il ritratto privato di un eroe borghese stritolato negli ingranaggi della  mafia provinciale (arcaica per principi ma modernissima per metodi di azione) dei suoi vicini di casa, gli spietati boss i cui affari criminali alimentano gli interessi della parte più corrotta dell’establishment siciliano. Uno schema da cine-pamphlet votato all’understatement e che, evitando l’agiografia, punta a descrivere, attraverso la maschera da bravo ragazzo atteggiata con sensibilità da Scarpati, le ostinazioni e palpitazioni intime di Livatino (con l’invenzione del fidanzamento sacrificato tra lui e la collega interpretata da Sabrina Ferilli, o con la descrizione dei domestici rapporti con i genitori apprensivi ma complici, mamma Rosalia e papà Vincenzo, a cui danno volto due fuoriclasse della scena come Regina Bianchi e Leopoldo Trieste), assai più che la sostanza operativa della sua efficace azione di magistrato. Parliamo del suo destreggiarsi con singolare abilità e con puntuta pignoleria nella lettura dei bilanci e dei movimenti bancari per contrastare severamente la cosiddetta mafia della Valle dei templi (Agrigento, Sciacca, Ribera), o di quel suo saper portare fino alle estreme conseguenze alcune intuizioni investigative, come quella brillante che, nel 1982, condusse a una sconvolgente inchiesta (le cui conseguenze furono troncate  in Cassazione dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale) sui fondi neri ottenuti dai maggiori gruppi dell’imprenditoria catanese e alla denuncia dei legami, per queste e altre operazioni truffaldine (fatture false e illeciti finanziamenti regionali), tra cavalieri del lavoro come Mario Rendo (uno dei quattro cavalieri dell’Apocalisse mafiosa, lo definì il giornalista Giuseppe Fava) e capimafia come Filippo Di Stefano.

Sappiamo che l’azione di Livatino mirò a colpire, in particolare tra il 1984 e il 1985, la rete di connivenze tra i rappresentanti della mafia agrigentina e i loro referenti politici in un regime che aveva come perno la Democrazia Cristiana con la sua cinica e clientelare gestione dello status quo. Livatino perseguì con uno scrupoloso lavoro di cesellatura (smontando impianti difensivi, analizzando nessi temporali, ricostruendo giri finanziari) i rappresentanti delle famiglie mafiose che guidarono quell’impero di malaffare, a seguire la scomparsa per lupara bianca di Di Stefano, ossia i Ferro, i Guarneri, i Colletti, i Pitruzzella.

E diventò un “morto che cammina” proprio quando, ormai quasi isolato, insistette a richiedere misure di prevenzione nei riguardi proprio di Ferro e Guarneri.

Il film semplifica la geografia di questo paesaggio criminale, concentrandosi sulla guerra per il controllo del traffico di stupefacenti che oppone, dopo la morte del capo-mandamento Cangemi, i boss locali dai nomi inventati come Antonino Forte e Giuseppe Migliore. Con un artificio drammaturgico, ci viene mostrato quest’ultimo come un vicino di casa Livatino (ed effettivamente, alcuni dei bersagli delle inchieste giudiziarie abitavano nei pressi dell’abitazione del giudice, al numero 168 di via Margherita a Canicattì).

A questo antagonista mafioso, che s’immagina prima intenzionato a sfuggire alla faida facendosi arrestare e poi in grado di condannare a morte Livatino per non apparire un pentito, l’attore Renato Carpentieri regala efficacemente tutta l’ambiguità di un’affabilità untuosa pronta a trasformarsi in rabbia intimidatoria. Il regista preferisce dare spessore soprattutto al suo racconto d’atmosfera descrivendo la minaccia incombente nei riguardi del “giudice ragazzino” quando questi entra in conflitto non solamente con le cosche, ma anche con l’ambiente istituzionale che, nella realtà, troppe volte ha difeso quelle cosche anziché combatterle.

Sia pure a furia di schematizzazioni, il film riesce a rendere l’idea della netta contrapposizione, all’interno delle procure e dei tribunali, tra talpe, traditori e colleghi vigliacchi o invidiosi, e i servitori dello Stato in trincea, quelli che hanno combattuto i mafiosi e i loro protettori, come l’anziano giudice Antonino Saetta (anche lui di Canicattì, ammazzato insieme al figlio nel settembre 1988) e il maresciallo capo dei carabinieri Giuliano Guazzelli (il cui omicidio avviene, nel film, prima di quello di Livatino, mentre invece venne assassinato due anni dopo).

Affiora così, tra le pieghe di un film “diversamente epico” rispetto ai western amati dal cinefilo Rosario, il ritratto demistificatorio e realistico di un magistrato mite e onesto, a cui spetta l’imminente beatificazione, che lavorò per servire un’idea di nazione e di giustizia, attraverso un metodo che ha fatto scuola seguendo quel principio efficacemente descritto nelle pagine di dalla Chiesa: “costruire l’insieme partendo dai dettagli e restituire senso ai dettagli riosservandoli dentro l’insieme”.

Un metodo analogo a quello praticato fino all’estremo da Falcone e Borsellino, come da tutti quei magistrati che con la loro azione formano ancora oggi l’avamposto civile della guerra alla mafia. Quelli che hanno resistito e resistono all’indifferenza delle maggioranze silenziose, agli ideologici e interessati inviti alla cautela, ai machiavellismi e bizantinismi di un sistema politico che, per coprire le proprie ambiguità e contiguità, utilizza come un mantra la retorica della ragione di stato.

Quelli come Rosario Livatino, la cui vicenda esemplare ha saputo convertire in marchio di virtuosità persino l’etichetta dispregiativa di “giudice ragazzino” attribuitagli post mortem (il 10 maggio 1991) da un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che distribuì troppo disinvoltamente esternazioni ingenerose come questa.

 

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