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Il cinema “civile” di Sciascia

Il cinema “civile” di Sciascia

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  25 febbraio 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Alla luce della verità, sosteneva Leonardo Sciascia, la scrittura rischia continuamente di eclissarsi anche quando si fa risplendente testimonianza di realtà. Ed è per evitare tale rischio che, in letteratura, ogni nebulosa deve saper generare un “sistema solare” di parole e d’immagini utili a decifrare la realtà in modo trasparente e penetrante: un impegno prima di tutto etico che, come sappiamo, ha ispirato il metodo dello scrittore di Racalmuto. Su questo metodo, votato a una letteratura civile ingegnosa e multiforme, si è indagato a sufficienza, così come sul suo costante riferimento metaforico a quella nebulosa che si chiama Sicilia. Ma ecco che a fornire elementi utili a una rinnovata riflessione provvede la recente pubblicazione della 40due edizioni di Palermo, curata da Sebastiano Gesù, scrupoloso esegeta di storiche esperienze al crocevia della letteratura e del cinema isolani, che sonda il misconosciuto rapporto tra Sciascia e il cinedocumentario. Oltre lo sguardo la memoria è una raccolta di testimonianze inedite e di autorevoli contributi critici (Maria Rizzarelli, Sebastiano Pennisi, Gaetano Savatteri, Alessandro De Filippo, con una prefazione di Antonio Di Grado accanto a uno scritto dello stesso curatore), attorno a sei cortometraggi che lo scrittore, durante gli anni Sessanta e quindi all’epoca degli exploit romanzeschi del Giorno della civetta e di A ciascuno il suo, s’impegnò a commentare con i propri testi. I documentari, diversi per stile e motivazioni, esplorano alcuni aspetti importanti della condizione siciliana, ma non è solo per questa unitarietà tematica che le didascalie di Sciascia, nate a supporto delle immagini, possono essere lette come capitoli di uno stesso libro. Attraverso un lineare e asciutto adeguamento alla trama visiva, infatti, questi interventi evidenziano coerentemente la prospettiva portante del loro autore, la sua “partecipazione disinteressata” alla questione della realtà, l’originale qualità intellettuale che lo spinse a farsi testimone lucidamente indignato del proprio tempo. Un atteggiamento critico distintivo, che è rintracciabile pure nei testi per reportage “istituzionali” come Gela antica e nuova (1964), commissionato dall’E.N.I. al regista Giuseppe Ferrara, e La Sicilia vista dal cielo (1970), affidato a Folco Quilici da Esso Italia, là dove affiorano, insieme all’esaltazione identitaria di una “terra complessa e formidabile” proiettata nelle illusorie sorti progressive del progettato sviluppo industriale ai tempi del boom economico, alcuni più acidi motivi di denuncia delle troppe speculazioni in fieri (come quella, scandalosa, del sacco di Palermo), intrecciati a caustiche quanto dolenti notazioni sulla storia della cultura siciliana che, secondo Sciascia, era “tutta da rifare”. Il tono del commento diventa polemicamente infuocato a contatto con le sequenze di quel tagliente je accuse che rimane Radiografia della miseria (1967), diretto dal cineasta toscano Piero Nelli e fotografato da Luciano Tovoli, implacabile documento sul degrado subumano di un paese della Sicilia interna ridotto a un “campo di sterminio” per i suoi abitanti, intrappolati nella morsa dell’indigenza dalla classe dirigente di uno Stato italiano “lontano e smemorato”.

Per questo cinedocumentario, come per Terremoto in Sicilia di Michele Gandin e per La grande sete di Massimo Mida (entrambi del 1968), lo scrittore utilizza gli accenti di una pietas costantemente rivolta alla ragione in meditate requisitorie sulla condizione oppressa e disastrata dei conterranei, universalizzandone il valore attraverso richiami letterari ( Pirandello, Vittorini, Quasimodo, Peter Weiss, persino Tomasi di Lampedusa) ed estetici (il segno di Antonello da Messina in cui si rispecchia “l’antico volto dell’uomo siciliano, chiuso nella sua segreta, vittoriosa astuzia esistenziale”). E così, anche in queste occasioni liminari, tra un libro e l’altro, Sciascia sperimentò la consapevolezza che fu di Carlo Levi circa “il problema meridionale che è anzitutto un problema politico”. La summa di questa sua analisi è condensata nel commento over per Con il cuore fermo, Sicilia (1965), il più diffuso e premiato tra questi titoli, incisivo cinepamphlet di Gianfranco Mingozzi che declina i mali endemici isolani: la disoccupazione, lo sfruttamento, la mancanza d’acqua e, soprattutto, la mafia con le sue “leggi tribali” originate da una “concezione del mondo pessimistica e disperata”. Qui la parola sciasciana si fa puntuale e affilata nello smascherare, tra le pieghe della cronaca, le flagranti sintonie con la storia esemplare di una terra e del suo popolo. Un’occasione utile di verifica è dunque questo libro che, tra documenti iconografici e schede, offre la visione integrale dei film di Nelli, Mida e Ferrara in un Dvd accluso: la verifica di una reciproca attrazione tra parola e immagine nell’esperienza singolare di un letterato del Novecento che si era illuministicamente intestardito a indagare sul mistero della realtà, la nebulosa che può trasformarsi in un sistema solare.

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