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Ferrara e i film di mafia. Le intuizioni “scandalose”

Ferrara e i film di mafia. Le intuizioni “scandalose”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  29 giugno 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

È stata la Sicilia uno dei primi territori d’indagine che formarono la tempra civile di Giuseppe Ferrara, il cineasta di Castelfiorentino morto a 84 anni nell’indigenza e tardivamente celebrato (come troppo spesso accade in Italia) qualche giorno fa. Ha scritto una volta Sebastiano Gesù che a Ferrara va riconosciuto il merito di essere stato uno dei primi registi a credere “nella capacità d’incidenza del documentario come strumento di informazione alternativa e di denuncia”. Per rendere il dovuto omaggio al lavoro di questo regista onesto e intransigente, bisognerebbe dunque ridiffondere alcuni dei suoi cortometraggi sulla questione meridionale, a cominciare da quei documentari densi e incisivi girati in Sicilia, che costituirono l’iniziale officina del suo cinema, in seguito votatosi alla fiction pamphlettistica. E non parliamo solo del più conosciuto Gela antica e nuova del 1964, affondo (con il commento over di Leonardo Sciascia) sullo pseudobenessere ai tempi del Boom, o del folgorante Le streghe a Pachino (1963), storia vera di un netturbino che, non avendo i soldi per pagare il funerale della figlia neonata, la compone in una bara e se la porta sulle spalle fino al cimitero. Meriterebbero di essere rivisti alcune perle dimenticate come Minatore di zolfara (1962), impressionante documento sulla disumana condizione dei minatori siciliani, o come La mafia del pesce (1973), una delle rare inchieste sul controllo mafioso dei mercati ittici, insieme al precedente Il delitto d’onore (1968), sulla rivolta vetero-femminista di Franca Viola, e al coevo Il gergo della malavita, reportage sulla sottocultura mafiosa dedicato al “capo dei capi” Genco Russo. Quest’ultimo risulta interessante anche come prodromo del primo lungometraggio di Ferrara, Il sasso in bocca (1970), documentato j’accuse tratto dai libri del sociologo e giornalista Michele Pantaleone,  impegnato a ricostruire le annose connivenze tra mafia siculo-americana e politica. Un film che oggi si definirebbe un mockumentary, ovvero un finto documentario con attori professionisti (come il palermitano Accursio Di Leo) mescolati ad altri “presi dalla strada”, e che all’uscita suscitò clamore perché per primo osò fare “nomi e cognomi”. A sfogliare le pagine del numero 21 (gennaio 1971) di “Critica-Reprint”, rassegna quindicinale della critica cinematografica, impressiona il numero di firme autorevoli (da Pietro Bianchi a Tullio Kezich) che non lesinarono gli elogi a quell’exploit. Tra le tante recensioni spicca quella di Alberto Moravia, che sottolinea quanto il film sappia spiegare, con “sicurezza acre” e “in uno stile non casuale”, la “rassomiglianza dei rapporti, come tra servi e padroni, che corrono tra le associazioni criminali e i gruppi dirigenti americani e italiani”. Se Mino Argentieri, rinomato militante della critica targata P.C.I., pur rimproverando a Ferrara presunti “vizi riconoscibili in Germi”, conclude il suo pezzo con l’auspicio che “la pellicola venga proiettata nelle piazze e nelle scuole”, dal canto suo la voce solista della nomenklatura culturale di via delle Botteghe Oscure, l’adrenalinico Antonello Trombadori, argomenta compiaciuto come dalla materia scottante dell’“indagine sulla recrudescenza del fenomeno mafioso”, il “giovane regista” abbia tratto “oltre che impressionanti spunti di eloquenza filmica, momenti di autentica e drammatica poesia, in forma di comizio e di cantata popolare”. Accanto alla riproduzione dell’occhiello pubblicato dal quotidiano “Servire il popolo”, che espone i nomi dei notabili Scelba e Bernardo Mattarella messi sotto accusa da Ferrara, il numero di “Critica-Reprint” riporta il testo dell’interrogazione al governo formulata dai liberali Bignardi e Ferioli, che sollecita azioni “a tutela dell’onore dei carabinieri italiani”, a loro dire presentati in quel “film-libello” come “sadici torturatori al servizio di bieche e romanzesche congiure”. Che Il sasso in bocca abbia dovuto subire non poche vicissitudini censorie (pur arrivando a incassare 304 milioni dell’epoca, poco meno di Zabriskie Point), lo testimoniano soprattutto le cronache contenute nei ciclostilati della cooperativa produttrice del film, la “Cine 2000”. Una cooperativa, fondata nel 1969 dallo stesso regista, che comprendeva, tra i suoi soci, attori come Achille Millo e Stefano Satta Flores accanto a intellettuali come Saverio Tutino e Renato Tomasino. Nel numero del maggio 1971 di questo bollettino, intitolato “La mafia ferma Il sasso in bocca”, sono doviziosamente enumerati i casi di boicottaggio che ostacolarono la circuitazione del film:  si va dai misteriosi furti di alcune copie sulla tratta Agrigento-Catania e alle minacce telefoniche che bersagliarono l’organizzatore Enzo Silvestri, fino alle manovre per ritardarne l’uscita “a dopo le elezioni” perpetrate del presidente del consiglio di quel tempo, il democristiano Mariano Rumor, insieme a una richiesta di sequestro da parte dei carabinieri di Palermo, culminata nella bizzarra iniziativa di trattenerne una copia in caserma. Un’ingiustificata richiesta di censura che, secondo lo stesso bollettino, volle intestarsi (chissà perché) l’allora colonnello Carlo Alberto Dalla Chiesa, non ancora generale e simbolo di antimafia. Lo stesso Dalla Chiesa sul cui martirio Ferrara compose, a tempo debito, Cento giorni a Palermo (1984), un’altra impresa della sua Cine 2000 (in collaborazione con la C.L.C.T. di Palermo). Un film dove, ancora una volta, si mescolano finzione e documento, la cui realizzazione fu preceduta da un “dibattito di massa sui contenuti”, e che venne finanziato anche da una sottoscrizione nazionale a cui parteciparono degli artisti (come Sughi, Purificato, Treccani) pronti a mettere all’asta alcuni dei propri dipinti. Un film che, in parte, deluse le aspettative di quanti volevano vedere rappresentato sullo schermo (come scrisse Giuliana Saladino) “non l’uomo ma il contesto in cui opera e che lo uccide”, ma nel quale emerse potentemente tutta l’indignazione politica e umana di Giuseppe Ferrara, generoso pamphlettista di quel cinema civile di cui, oggi, si è forse perso lo stampo.

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