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Favole della Democrazia (Cristiana) – Su L’onorevole di Leonardo Sciascia

Favole della Democrazia (Cristiana) – Su L’onorevole di Leonardo Sciascia

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Tipologia:  Articolo pubblicato nel programma di sala del Teatro Biondo Stabile di Palermo per lo spettacolo "L'onorevole" di Leonardo Sciascia (adattamento e regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi)

Data/e:  9 gennaio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Non si può che definirla attuale, questa “commedia senza commedia” che Sciascia scrisse, con un certo acido fervore e immerso nella calura della sua Racalmuto, in una settimana agostana del 1964.

E a far sbalzare i trasparenti parallelismi con l’heart of darkness della collusione tra politica e mafia, basterebbe il dialogo, al secondo atto, tra l’onorevole del titolo e don Giovannino Scimemi, con quel riferimento alla deriva della speculazione edilizia, affare criminale ieri come oggi in primo piano nelle cronache e cronachette del nostro depredato Stivale. Questi e altri affondi da polemista provocarono il celebre giudizio di Italo Calvino sulla pièce, dove, a suo dire, emerge “una satira di moralità civile la più persuasiva e precisa in un racconto che scorre senza mai una stonatura né una forzatura”.

Fu Calvino, allora severo editor di Einaudi, a incoraggiare la pubblicazione di L’onorevole nella rinomata Collezione di teatro della casa editrice torinese, considerandolo “un passo avanti” per la storia di Sciascia, già scrittore affermato dopo il successo di Il giorno della civetta, e però non risparmiandogli un puntuto rilievo circa l’assenza, al terzo atto, di un’auspicata “esplosione formale” che avrebbe saputo “dare fuoco alle polveri tragico-barocco-grottesche”, stemperando quella “levigatezza compositiva” che è il marchio dello stile sciasciano.

Per altri versi, non è difficile notare come il testo accolga, a tratti, sbavature drammaturgiche e qualche incontinenza letteraria. Ma paradossalmente sono proprio tali squilibri e imperfezioni (peraltro riscontrabili in ogni “opera aperta”) a farne, ancora oggi, flagrante e appetibile materia di scrittura scenica.

Per quanto mostrasse di non dargli alcun valore, Sciascia difese sempre orgogliosamente il suo “sketch” che considerava soprattutto una “provocazione” intellettuale destinata a essere più letta che rappresentata, benché nata – come confessò più tardi – nelle pieghe di una momentanea, irresistibile attrazione  “per il teatro, e comunque per la forma dialogica”.

La mancata prima messa in scena di L’onorevole, sul palcoscenico del Teatro Stabile di Catania che ne fu l’originario committente, più che alla censura “politica”, provocata da una presunta analogia tra il personaggio principale e un notabile della Dc locale, avvenne a causa dello sgradevole confronto tra l’autore e il regista (di cui rimane misterioso il nome) al quale era stata affidata l’impresa. Questi, dichiaratosi “pregiudizialmente comunista anche se espulso dal partito”, propose a muso duro numerose modifiche al testo, suscitando la piccata reazione di Sciascia che minacciò di ritirare i diritti. La trattativa dell’allora direttore dello Stabile, Mario Giusti, con la promessa di cercare un altro metteur en scène, svaporò inopinatamente, fino alla notizia della sostituzione dell’atteso spettacolo con un Miles gloriosus di routine. Lo scrittore chiuse l’incidente, limitandosi a offrire al quotidiano palermitano L’Ora la possibilità di pubblicare il secondo atto della sua pièce, da allora allestita raramente e in edizioni non memorabili.

L’onorevole merita dunque un’adeguata riscoperta. In questa parabola sulla meccanica del potere e sulle sue luciferine qualità, c’è tutta la cifra di Sciascia intellettuale e letterato: i motivi della sua ispirazione ed espressione ne costituiscono la materia e la fanno lievitare.

Innanzi tutto, c’è dentro la sua passione civile, animata da una cogente avversione nei confronti dei più corrotti tra i politiques, ma con un’ottica che recupera il piglio stoico e moralista del suo amato Montaigne. C’è la sua vocazione di studioso dei caratteri umani, il suo lavorare d’après nature con un’attenzione microscopica che dà luogo alla crescita macroscopica delle figure. C’è poi la sua infatuazione per il cinema, per lui caverna platonica e culla visuale, la forma attraverso cui egli scoprì – da giovane spettatore – l’abissale fascino della finzione e della maschera, individuando come proprio intimo doppelgänger il Mattia Pascal pirandelliano interpretato, in un film di L’Herbier, da Ivan Mosjoukine.

E c’è il riferimento al più grande libro sui libri mai scritto, quel Don Chisciotte di Cervantes che aleggia sulla coscienza dell’opaco Frangipane, timido professore che diventa spregiudicato onorevole del partito di maggioranza, aprendo pure la testa alla moglie Assunta, e provocando quel rivolgimento prospettico che, sul beffardo e volteriano finale (magari non “esplosivo”, come voleva Vittorini, ma di certo sorprendente), denuncia l’angosciosa consapevolezza di un’irredimibile deriva individuale e collettiva, animata in una prospettiva di “scherzo” metateatrale e di detour cinematografico (come in qualche ultima sequenza di Fellini o di Truffaut quando svelano i propri set), a indicarci di conseguenza che l’amore per la verità può solamente confondersi con l’amore per la letteratura.

Quanto alle sempiterne dinamiche circa il caotico destino di ogni utopia, come di ogni “virtuosa” metamorfosi umana e politica, anche in questa commedia en abyme, Sciascia svela tutto il suo potente disincanto. Lo stesso che condensò in una delle Favole della dittatura, il libro del suo esordio: “Le scimmie predicarono l’ordine nuovo, il regno della pace. E tra i primi entusiasti furono la tigre il gatto il nibbio. Poco a poco, tutti gli altri animali si convinsero. E fu un tripudio dolcissimo, una fraterna agape vegetariana. Ma un giorno il topo, urbanamente scherzando col gatto, si trovò rovesciato sotto le unghie del recente amico. Capì che la cosa si metteva come per l’antico. Con tremula speranza ricordò al gatto i principi del nuovo regno. “Sì”, rispose il gatto, “ma io sono un fondatore del nuovo regno”. E gli affondò i denti nel dorso.”.

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