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E “Il Padrino” divenne manifesto identitario

E “Il Padrino” divenne manifesto identitario

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  Martedì 19 dicembre 2017

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Basta fare un giro tra gli scaffali di un qualunque megastore librario per accorgersi come il romanzo si sia ormai trasformato in un format editoriale tanto inflazionato quanto versatile fino alla genericità.

E a chi rimpiange quella narrativa che una volta apriva la testa dei lettori, magari rifiutandosi di piacere a tutti, non resta che continuare a interrogare i classici nella speranza che sappiano ancora provocare la realtà.

È perciò consolante l’iniziativa dell’editore Laterza che in “Romanzi nel tempo” raccoglie in volume nove lezioni di autorevoli storici chiamati, durante un recente ciclo di seminari romani, a verificare la tenuta di una serie di opere narrative (non tutte capitali) declinandone l’impatto con la realtà storica.

Tra Alessandro Barbero che indaga su Tolstoj e Napoleone, Emilio Gentile che legge in Henry Miller il disfacimento dell’Occidente e Alessandro Portelli impegnato a focalizzare le influenze culturali del trascurato La capanna dello zio Tom, troviamo pure due stimolanti analisi riguardanti altrettanti romanzi generatori, ciascuno a modo suo, dell’identità siciliana: Il Gattopardo a confronto con le imprese garibaldine nella disamina della studiosa irlandese Lucy Riall, e Il padrino, celeberrimo best seller la cui trasformazione in fuorviante vademecum di Cosa Nostra è indagata da un brillante caposcuola della storiografia mafiosa come Salvatore Lupo.

Quest’ultimo saggio sembra inscriversi giocoforza nel dibattito, infuocatosi in questi giorni, sul fenomeno Gomorra, una di quelle serie Tv di culto che riescono a farci dubitare dell’opportunità di rappresentare qualsiasi storia criminale come se fosse un’epopea. Sul Padrino il giudizio di Lupo si fa tranchant quando rileva il suo contributo alla diffusione dell’immagine apologetica di “un fenomeno turpe e deteriore”.

Poi lo studioso ci spiega che la fortuna del libro di Mario Puzo è dovuta alla sua capacità d’interpretare le istanze identitarie della comunità italo-americana.

E questo intercettando l’idea che l’italianità non avesse più bisogno di guadagnarsi la benevolenza agli occhi degli ospiti indigeni e che, anzi, potesse rivendicare il proprio stigma criminale “come segno di una storia di sofferenze collettive”, arricchendo con il “calore di una robusta barbarie” la “fredda” cultura dell’America Wasp. Sappiamo che una parte di quella comunità boicottò fin dall’inizio l’etnico brand “padrinesco”, ma sappiamo pure che spesso lo fece attraverso associazioni come la Lega per i diritti civili degli italo-americani gestita dal capomafia Joe Colombo, impegnato a troncare ogni eccesso di attenzione mediatica sui propri affari.

E comunque ogni polemica finì per giovare a Puzo che fu il primo a stupirsi dello straripante successo (nove milioni di copie in due anni) di quel suo paradigmatico ma assai modesto romanzo scritto per ragioni alimentari. Nella sua autobiografia, intitolata The Godfather Papers, lo scrittore italoamericano provò a difendersi dall’accusa di aver partorito un’elegia mafiosa, sostenendo di essersi basato su pubbliche fonti documentali e negando così di essere un press agent di Cosa Nostra.

Secondo il suo oriundo autore, Il padrino è in primo luogo un’ode all’America, e non a quella “fascista e guerrafondaia”, com’era vista all’epoca della pubblicazione del libro (il 1969), ma al paese che aveva permesso ai propri genitori immigrati avellinesi di “raggiungere dignità economica e libertà”.

Questo nostalgico confronto tra vecchia e nuova generazione di un’America alla ricerca del suo nobile Dna perduto è servito innanzi tutto a irrobustire la tesi, ben stigmatizzata dal saggio di Lupo, della presunta contrapposizione tra la mafia “buona” delle origini “nella quale gli immigrati si fanno strada in un mondo ostile”, e la mafia “nuova” dell’odierno family business che nasconde la prassi criminale dietro legali architetture imprenditoriali.

Si deve a Francis Ford Coppola e alla sua fascinosa versione cinematografica della saga l’esaltazione di questa ingannevole lettura. Anche se al cineasta oriundo va pure riconosciuto il merito di aver saputo raccontare il fenomeno mafioso come endemico al sistema americano, dando così ragione al regista radical Costa Gavras che, tempo prima, si era spinto a definire il libro “un atto di accusa contro il capitalismo”.

Ma come si fa a non rilevare, sostiene Lupo, che Puzo e Coppola “fanno propria senza pudore la retorica mafiosa”?

Per scoprire quanto sia edulcorata l’aura solidaristica e familiare propagandata dal Padrino (nel rappresentare le tribolazioni di Vito Corleone senza mai nominare la parola “mafia”) è sufficiente il confronto con la descrizione della weltanschauung mafiosa fornita da quel Joe Valachi che fu il primo dei superpentiti nella storia del crimine organizzato. Proprio Valachi, nella sua testimonianza, stentò a riconoscere che l’organigramma mafioso comprendesse una cellula-base denominata “famiglia”.

Ed è ormai noto che il termine di “padrino”, nel vero codice della mafia, sancisce un’alleanza di gelidi interessi criminali più che di sanguigni e protettivi affetti parentali.

Il lucido saggio di Lupo c’invita dunque a riflettere che se davvero il libro di Puzo è riuscito a conferire un’aura nobile a Cosa Nostra “spingendo i mafiosi a usare quei concetti per interpretare se stessi e presentarsi all’esterno”, questo pone alcuni problemi ai suoi lettori.

Si tratta di problemi che hanno la stessa età del genere romanzesco e del suo rapporto con la realtà e la storia. Problemi forse insolubili, risalenti ai tempi in cui, per dirla col critico Roger Callois, chi leggeva un romanzo dava forza a quegli eroi che meglio rappresentavano la sua debolezza.

 

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