mercoledì, 22 Maggio 2024

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Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati  – Edizione illustrata Bompiani 1952

Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati – Edizione illustrata Bompiani 1952

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Autore/i:  Vitaliano Brancati

Tipologia:  Romanzo e racconti

Editore:  Valentino Bompiani

Origine:  Milano

Anno:  1952 (15 novembre)

Edizione:  Prima illustrata. Sesta del romanzo e dei racconti

Pagine:  240

Dimensioni:  cm. 24,2 x 17

Caratteristiche:  Legatura in cartone con fregio e titoli in oro al piatto e al dorso. Sovraccoperta con disegno a colori di Amerigo Bartoli. All'interno 6 tavole fuori testo con disegni di Amerigo Bartoli.

Note: 

Prima edizione illustrata di Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati pubblicata da Bompiani che celebrò così la sesta edizione del romanzo.

I 6 disegni fuori testo sono di Amerigo Bartoli che firma anche quello in sopraccoperta.

Insieme al romanzo sono presenti sette racconti dello stesso Brancati, due in più rispetto alla prima edizione:

RUMORI, UNA SERATA INDIMENTICABILE, PIPE E BASTONI, LA VECCHIA STAMPA, IL BACIO, I DUE MONDANI, I NEMICI 

 

Brancati compose Don Giovanni in Sicilia a Zafferana Etnea nel 1940 e lo pubblicò prima presso Rizzoli nel 1941, e poi presso Bompiani, dove il romanzo ebbe sei edizioni, dal 1942 al 1952.

 

♦ « Il romanzo è un piccolo gioiello di comicità. Brancati ha ormai raggiunto lo stile più maturo della sua prosa, naturale, semplice ma duttile e ricco di risonanze, ironiche e talvolta malinconiche. Anche da un punto di vista tematico il romanzo presente alcuni degli spunti più felici della narrativa brancatiana: a partire dalla descrizione del comportamento dei provinciali a Roma, alla rappresentazione degli innamorati siciliani nel contesto della vita catanese (e straordinaria è la contrapposizione tra la vita “sospesa” del Sud e la vita “attiva” della grande città del Nord, Milano), fino naturalmente alla vera e propria invenzione del romanzo: il gallismo. Che cos’è il gallismo? Oltre a mostrarcelo in atto nel romanzo, l’autore lo specifica nello scritto I piaceri del discorrere sulla donna, nel volume I piaceri: è l’«avere i sogni, e la mente, e i discorsi, e il sangue stesso perpetuamente abitati dalla donna»; ma attenzione: tale pervasività dell’immagine della donna , «porta che nessuno sa poi reggere alla presenza di lei». (…) »

(Marco Dondero, da Notizie sui testi in Vitaliano Brancati – Romanzi e Saggi, Milano, Mondadori, I Meridiani, maggio 2003)

 

« (…) Don Giovanni in Sicilia. Don Giovanni a Catania. Ma è propriamente dongiovannismo, e nel senso originale e radicale e nel senso caricaturale e svagato, la dedizione assoluta e ossessiva che questi catanesi offrono alla donna? Intanto è appunto un’offerta, un rito d’offerta più che una pratica di conquista, un giuoco di immaginazione più che d’azione: e vien meno quella che si può considerare la primaria qualità dei don Giovanni, cioè il genio della pratica, il machiavellismo. Se poi il dongiovannismo è antipetrarchismo, quello dei siciliani è puntualmente il contrario: una forma quasi patologica di petrarchismo. (…) Ma i personaggi di Brancati non sono caricature più di quanto il ritratto di un gobbo sia caricatura d’un gobbo. Non sono deformazione elegante ed accurata (e tanto meno divertita, come altri ha creduto) di un tipo umano, quale appunto nel segno di un Boldini o di un Helleu o, più intensamente, di un Lautrec. E non rappresentano una società estenuata, invecchiata, valetudinaria. Sono personaggi reali, ma di una realtà caotica, imprevedibile e folle che mai è riuscita a costituirsi in società. E se il dongiovannismo presuppone l’esistenza di una società – l’antico don Giovanni per profanarla e irriderla nei suoi miti e riti religiosi e morali, quello di oggi per godere parodisticamente, ridicolmente fuor di stagione, gli estremi riflessi di quella profanazione – la peculiarità dei personaggi brancatiani appunto consiste nel venir fuori da una non-società e, paradossalmente, nel fatto di realizzare una forma di società, o almeno di comunione, unicamente su quel punto: la donna, l’insostituibile piacere «del discorrere della donna» (non sostituibile, e aquì està el busillis, dalla donna stessa). »

(Leonardo Sciascia, Don Giovanni a Catania, in La corda pazza. Scrittori e cose della Sicilia, Torino, Einaudi, 1970)

 

♦ « Il Don Giovanni in Sicilia (1941) sembra voler rimuovere l’insoddisfazione che agita il comico de Gli anni perduti, la sistematica dislocazione di ogni esperienza che vi si attua: come sospendendo in un momento di provvisorio equilibrio ogni prospettiva polemica, Brancati trova ora una misura di delicata leggerezza, investe di una più esplicita simpatia la sua Catania (che ora è chiamata direttamente col suo nome). Il richiamo esplicito al mito di Don Giovanni viene come a trasferire quel ridotto mondo borghese e provinciale sul piano di una più distaccata e autorizzata immaginazione, riconducendo paradossalmente una delle figure più ricche di risonanze della grande arte europea alla condizione di quotidiana passività di un gentiluomo catanese, che con i suoi scioperati compagni dedica la sua esistenza a un culto della «Donna» fatto tutto di desideri deviati, di distanza, di concupiscenze verbali, entro quel piacere del «discorrere sulla donna » a cui Brancati dedicava uno dei pezzi de I piaceri. (…) Un Don Giovanni degradato e di ridotte misure, che non fa certo strage di cuori, ma che si consuma nella contemplazione a distanza del fascino femminile, quasi escludendo ogni reale comunicazione con la donna e risolvendosi solo nella pratica dell’amore venale. (…) L’esistenza di Giovanni è di per sé segnata da un evento tragico come quello della Grande Guerra (con la conseguente morte per spagnola dei genitori) che si intreccia con una serie di combinazioni comiche, come la paradossale condizione di “vedove di guerra” che le tre sorelle reciprocamente si attribuiscono e gli appostamenti in chiesa di Giovanni e Ciccio Muscarà per concupire le donne prive dei mariti in guerra. (…)

Fin dall’infanzia il rapporto di Giovanni con le donne si dà comunque sotto il segno della distanza, dello sguardo, in una felicità data dalla stessa distanza. (…) A questa distanza fisica corrisponde un paradossale rallentamento e stravolgimento del tempo, dato dal ritardo della nascita di Giovanni (in un primo momento ritenuto morto nel grembo della madre). (…)

Questo tardi si rovescerà in un presto, in un precoce rapporto con la donna, in ossessive e perpetue fantasticherie erotiche, che presto si risolveranno in un difetto di maturità, in un nuovo tardi, continuo ritardo di confronto reale con la vita e con la stessa femminilità, rinvio di ogni responsabilità. (…) Questo paradossale dongiovannismo si risolve in una estenuata passività, in una disposizione assoluta al risparmio di energia, che a un certo punto porta Giovanni addirittura a «risparmiarsi la fatica di pronunciare esattamente le parole».

Quelli di Giovanni e dei suoi amici sono ancora degli anni perduti: ma ora in essi si viene più direttamente a rappresentar l’utopia dell’inattività, del desiderio sospeso e deviato, del non fare, del vivere inseguendo immagini inafferrabili; nella rappresentazione del mondo borghese e provinciale, delle sue misure sciocche e ridicole, delle avventure sempre delusive di questi dongiovanni catanesi (specie nelle loro escursioni a Roma e nei luoghi canonici della vacanza), c’è come il rovescio di tutte le fughe verso l’energia e la vitalità, di tutte le avventure intellettuali tentate dallo stesso Brancati nella giovinezza. Ma dopo i primi quattro capitoli, (…) questo mondo immobile subisce come un’improvvisa accelerazione: lo sguardo rivolto da Ninetta dei marchesi di Marconella a Giovanni Percolla lo trasforma in un innamorato, che da una parte cerca di uscire dalla sua vita addormentata e dall’altra appare goffamente incapace di comunicare alla donna il suo amore. (…) Così si hanno pagine bellissime e dolcissime, insieme delicate e ironiche come quella del gioco di sguardi (guardato da Ninetta, Giovanni non può subito credere di essere lui l’oggetto di quello sguardo, pensa che sia un altro a essere guardato); quella del dilatarsi dell’immaginazione ad abbracciare in sé l’intero spazio dell’umanità e a comprendere nella sognata visita di Ninetta quelle di tutte le donne di tutti i tempi (…).

Superato il blocco che gli impediva di manifestare il suo amore e uscito così dalla propria chiusura, Giovanni è però toccato da paure e incertezze, oltre che da una improvvisa nostalgia per quel « miele più saporoso e cupo», per quel«pasto più abbondante per i sensi» che gli davano le « donne guardate e rimuginate nella memoria»: ora i suoi «sensi non si muovevano molto»; e nello sguardo «penoso e interrogante» che si rivolge alla «figura calma e quieta di Ninetta» il lettore può quasi sospettare l’ansia e la minaccia dell’impotenza (e del resto, «più calma e gentile ella era, e più gli faceva paura»). Il matrimonio e il trasferimento a Milano lo precipitano però nella modernità e nell’attività, gli fanno sfiorare il mondo intellettuale, l mettono in contatto con donne spregiudicate e indifferenti: lontano da Catania e stimolato da Ninetta, Giovanni Percolla compie una sorta di rapida iniziazione alla modernità, si immerge in una realtà veloce ed energetica; e quando si fa amante della giovane e inquieta Eleonora Lascasas anche l’eros diventa una funzione dell’essere rapido e moderno (…).

Ma Brancati non trova una particolare felicità nel rappresentare questo momento “attivo” della vita di Giovanni: lo squarcio sulla sua esistenza matrimoniale milanese costituisce la parte meno suggestiva del romanzo. Per lo scrittore, come per il personaggio, si impone il ritorno a quel mondo così luminosamente e ironicamente tratteggiato in tutta la narrazione precedente: ci si può congedare da Giovanni solo riportandolo in Sicilia. Ed è la stesa Ninetta a proporgli un ritorno, sia pure breve, a Catania: nel viaggio in treno che i due intraprendono si affaccia subito un bisogno di caldo, un sogno dei « lunghi pomeriggi d’inverno» di Catania, e poi della notte di Natale, con il presepe pieno di tanti Bambini Gesù. Nel succedersi delle varie tappe di questo ritorno, si afferma l’incanto di un mondo prigioniero dei propri stessi limiti, affascinante e amato anche per la sua vita povera e accartocciata su di sé, per la sua attività sempre provvisoria e incompleta: e c’è qualcosa di struggente nelle immagini dei compagni di viaggio e di quanto si vede nel percorso e nell’arrivo a Catania. Regressione, certo, come regressione è quella di Giovanni, nel finale che lo vede annullare tutta la vitalità acquistata a Milano con le cinque ore di sonno che prende nella sua vecchia casa e con l’improvvisa decisione di rimanere lì, separato da Ninetta, nel tempo del soggiorno a Catania. In mezzo all’orrore e ai miti distruttivi che in quegli anni dominavano il mondo, mentre l’Italia fascista si gettava nell’assurda avventura della guerra, la regressione di Giovanni Percolla assume davvero un carattere utopico: e nel ritmo del racconto, nella simpatia che comunque investe il personaggio e il suo mondo, nell’atto stesso di mostrarne i limitati orizzonti, sembra darsi come una semplice promessa di felicità, tra le poche che ha saputo suggerire la letteratura del Novecento, così ostinata nei suoi commerci col negativo. »

(Giulio Ferroni, dall’Introduzione a Vitaliano Brancati – Romanzi e Saggi, Milano, Mondadori, I Meridiani, maggio 2003)

 

 

 

Sinossi: 

Giovanni Percolla, commerciante quarantenne, vive a Catania con tre sorelle nubili che lo accudiscono protettivamente. Il protagonista è scapolo e, come tanti suoi concittadini, trascorre il tempo a pensare e a discutere di donne, ma senza approdare a nulla di concreto. Nella calda e sonnolenta Catania gli uomini esibiscono un’incontenibile virilità, esaltano le proprie capacità di irresistibili conquistatori ed amatori, ma poi si accontentano di deludenti rapporti mercenari. Giovanni, come gli altri, intraprende anche lunghi viaggi da Roma ad Abbazia, nei luoghi internazionali di ritrovo di donne affascinanti, che si limita però ad ammirare da distante. Una svolta radicale interviene nella sua esistenza quando l’aristocratica Ninetta, giovane e bella, mostra d’interessarsi a lui. Giovanni cade totalmente innamorato, si sente trasformato e muta completamente le proprie abitudini per conformarsi all’immagine che suppone Ninetta si sia fatta di lui. Abbandona le sorelle per andare a vivere da solo, insieme a uno strano servitore che lo tiranneggia un po’; non frequenta più i vecchi amici che scopre troppo volgari, bensì altri innamorati, come lui timidi e contemplativi. Finalmente avvengono le presentazioni e Ninetta può rompere gli indugi, imponendo fidanzamento, matrimonio e trasferimento a Milano, impostando un nuovo stile di vita, consono alla moderna civiltà del Nord. Eppure anche la felicità raggiunta non modifica intimamente il protagonista, che non regge al ritmo pieno e assillante delle giornate milanesi, né trova le attese soddisfazioni negli squallidi adulteri che pure gli si offrono numerosi. Così accetta di buon grado la proposta della moglie, ormai incinta, di un viaggio in Sicilia: quando Giovanni si corica nel suo vecchio letto crede di concedersi un breve pisolino e invece dorme saporitamente per cinque ore, segno estremo dell’impossibilità di modificare la propria condizione di accidioso.

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