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Cinema e giornalismo. Un’avventura siciliana in 250 filmografie – Il saggio di Ivan Scinardo pubblicato dalla 40due Edizioni

Cinema e giornalismo. Un’avventura siciliana in 250 filmografie – Il saggio di Ivan Scinardo pubblicato dalla 40due Edizioni

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  18 dicembre 2020

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Sappiamo quanto il cinema, soprattutto quello civile, abbia contribuito a veicolare l’immagine del giornalismo come potere forte (un tempo su carta e oggi più in tv e su internet). Un potere che sa renderci liberi, ma solo quando si sottrae a corruzioni e manipolazioni.

E questo lo abbiamo imparato, specialmente in Sicilia, incrociando le tragiche parabole dei tanti cronisti in trincea che hanno sacrificato la vita o la libertà personale per denunciare la criminalità mafiosa e le sue connivenze.

Sappiamo pure quanto quell’assioma immortalato dalla frase cult di Bogart in L’ultima minaccia (“è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!”) abbia generato mostri simili allo spietato magnate Kane di Quarto potere e al suo modello reale Randolph Hearst, oltre ad aver meritatamente costituito il detonatore etico dei tanti scandali da prima pagina di cui l’affare Watergate è diventato il paradigma più cool.

Comunque sia, miti come questi possono funzionare ancora oggi da stimolo e da ammonimento, a patto però di non ridurli a feticci.

E così, anche nella presente epoca “liquida” e dominata dalla mass-self-communication e dove il cinema ha perso definitivamente la propria centralità mediatica, può risultare assai utile un libro come “Cinema≠Giornalismo – Immaginario e narrazione” nel quale Ivan Scinardo, giornalista e direttore della sede Sicilia del Centro Sperimentale di Cinematografia, compone un’agile catalogazione divulgativa sull’argomento.

Lo fa elaborando le proprie infatuazioni di spettatore critico, e “accompagnando il lettore sulla soglia della vetrina in cui si specchia il vero e il verosimile dello spirito del tempo” —come scrive Pietrangelo Buttafuoco nella sua prefazione.

Appena pubblicato dalla palermitana 40due Edizioni con una copertina graficamente elaborata da Antonio Di Natale dove i tasti della macchina da scrivere appaiono affiancati ai loghi delle piattaforme on demand, il volume impagina 250 schede filmografiche, frutto di una ricerca dell’autore durata tre anni, insieme a un suo saggio introduttivo che traccia le fondamentali ragioni di un connubio, quello tra cinema e giornalismo, il cui baricentro risiede, ci ricorda Scinardo, in un sempiterno “bisogno di narrazione”.

E che il principio dello storytelling, su cui sembra fondarsi fino al parossismo il contemporaneo linguaggio dell’informazione, debba molto alla fiction cinematografica e ai suoi modelli, lo scopriamo ripercorrendo trame e tematiche di questo corpus di titoli ordinati cronologicamente.

Si parte dal rocambolesco Le avventure di un giornalista, prodotto dalla Napoli Film nel 1915 e che contribuì a diffondere per primo la figura del giornalista un po’ detective alla Redford & Hoffman in Tutti gli uomini del presidente e un po’ flaneur alla Marcello della felliniana Dolce vita, per arrivare al recentissimo thriller di Wes Anderson,The French Dispatch, la cui uscita nelle sale è stata rinviata al 2021 per ragioni di lockdown pandemico.

In mezzo troviamo innanzi tutto i principali classici della magnifica retorica paleo- hollywoodiana che elaborarono, da un lato, quella concezione mitologica del giornalismo “watch dog” e della sua ambigua ma necessaria funzione riassunta dal motto “Quando la realtà diventa leggenda, stampate la leggenda” che è nel John Ford di L’uomo che uccise Liberty Valance, e dall’altro la dissacrazione al vetriolo della sophisticated comedy alla Hawks e Cukor, del crepuscolare Frank Capra di Arriva John Doe e del caustico Billy Wilder di Prima pagina nel quale domina la cinica convinzione che in fin dei conti la carta dei giornali serve il giorno dopo solo ad avvolgere il pesce.

Si tratta dello stesso Wilder di L’asso della manica, deflagrante j’accuse del 1951 sulla tv del dolore e prototipo di tutte le denunce rivolte alle perversioni del sistema informazione (da Un volto nella folla a The Truman Show), di cui si fece carico quel cinema politico che in Italia ebbe come titoli di riferimento sul tema Lettera aperta a un giornale della sera di Maselli e Sbatti il mostro in prima pagina di Bellocchio.

A partire dai capolavori d’autore, dall’Antonioni di I vinti e dal Rosi di Salvatore Giuliano e Il caso Mattei fino al Muro di gomma di Marco Risi e a Gli indesiderabili di Scimeca, anche da noi il film d’inchiesta ha scelto l’ibridazione tra reportage e indagine poliziesca, e per quanto riguarda la forma tra fiction e documentario.

In tal senso, un altro modello individuato da Scinardo è Il sasso in bocca (1969)di Ferrara, ricognizione del fenomeno Cosa Nostra basato su un pamphlet del mafiologo Michele Pantaleone, dove è difficile distinguere le sequenze di repertorio documentale dalle ricostruzioni girate come fossero riprese dal vero.

Attraverso questa analitica scrematura di film emblematici, che comprende pure i biopic dedicati a Impastato e a Siani e a Ilaria Alpi martiri del giornalismo militante, assieme ai più recenti polemici Segreti di stato di Benvenuti e Diaz di Vicari, affiora il motivo di fondo del libro.

Quello di indagare, con un pizzico di nostalgia per l’epoca delle grandi tirature e delle file al botteghino, su motivi e figure di due linguaggi ben distinti tra loro ma da sempre fondati sulla stessa aspirazione culturale di articolare il piano dell’ideale soggettivo con il piano di quello collettivo. E dunque, la genesi di questo felice connubio, ci indica Scinardo, può pure venire rintracciata nel mito di Prometeo su cui si sono esercitati di recente film come The Post di Spielberg. Una storia condivisa fatta di giornalisti e registi ugualmente impegnati “a raccontare il fuoco della verità per fare sì che lettori e spettatori si facciano un’idea del mondo che si avvicini al reale”.

 

 

 

 

 

 

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