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Ciak, Palermo. La città racconta un secolo di film, su “Luci sulla città – Palermo nel cinema dalle origini al 2000″, edizioni Lussografica

Ciak, Palermo. La città racconta un secolo di film, su “Luci sulla città – Palermo nel cinema dalle origini al 2000″, edizioni Lussografica

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  24 febbraio 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Tra le tante illusioni perdute di Palermo capitale imprenditoriale e culturale, quella che ha riguardato il made in Sicily cinematografico va sicuramente annoverata tra le più frustranti.

Se ne parlava come “problema chiave della rinascita siciliana” già durante i fervidi decenni postbellici delle imprese di Gorgone & Pino Mercanti e dei mitici “ragazzi della Panaria Film”, che seguivano quelle della Sicania Film di Lucarelli e della Cephaleida Film a Cefalù, fino ai più recenti tentativi di riconvertire l’area industriale Fiat a Termini Imerese prima con la fallimentare scommessa dei Med Studios incompiuti dove fu girata la sfortunata soap Agrodolce, e poi con uno strombazzato quanto misterioso accordo ministeriale finito da dieci anni nel buco nero dell’inconcludenza istituzionale.

E comunque, va detto che Palermo, a dispetto degli insuccessi delle proprie scommesse cineindustriali, un suo posto tra le città-set dell’immaginario è riuscito a conquistarselo ugualmente.

A fornire una prova ben documentata di tale conquista provvedono oggi le quattrocento pagine fresche di stampa di Luci sulla città- Palermo nel cinema dalle origini al 2000, felice iniziativa curata da Antonio La Torre Giordano, appassionato studioso di cinema e direttore responsabile dell’archivio palermitano di ASCinema, divenuto di recente organismo riconosciuto dal MiBACT.

Una monografia delle Edizioni Lussografica che colma un vuoto sull’argomento presentandosi come un vero e proprio atlante della palermitaneità a misura di grande schermo. Un volume ponderoso e utile il cui suggestivo racconto tra il critico e l’aneddotico, abbondantemente illustrato da materiali iconografici spesso inediti, si declina in prospettiva storiografica per interrompersi sulla soglia del millennio corrente raccogliendo, attraverso 14 capitoli e 165 film censiti, le suggestioni delle tante esperienze di autori e di tendenze avvicendatesi a esplorare il frastagliato territorio socio-culturale della Sicilia messa a fuoco specialmente da quel cinema che ne ha saputo restituire un’immagine allusiva a “un più dell’Italia e un diverso”, come scrive Goffredo Fofi nel suo bel prologo.

Allo scrittore Nino Genovese spetta il compito di tracciare, in appunti che funzionano da prefazione, la mappatura del cinema prodotto e ospitato a Palermo, a partire dall’epopea dei pionieri del Kinefotografo che nel settembre del 1896 consentì la prima proiezione pubblica siciliana in via Maqueda 483, badando poi di elevare a modello le esperienze dei produttori e dei cineasti più coraggiosi e originali, unitamente alla lezione di quei film, presto diventati classici, dove la location diventa uno spazio scenico generatore di storie in grado di regalare “immagini, colori, sfumature” alla Storia.

Nei saggi che compongono l’ossatura del libro, La Torre Giordano e la giornalista Anna Studiale ripercorrono doviziosamente gli anni dei pionieri, delle prime sale stabili e delle accademie attorali, tutte situazioni su cui si imbastirono le migliori avventure imprenditoriali, sia quelle all’epoca del muto (esaminate dallo storico del cinema Franco La Magna), sia le più note del dopoguerra, grazie alle quali conquistarono la ribalta palermitani poliedrici come il produttore e regista della Panaria Film Francesco Alliata di Villafranca (di cui si occupano l’antropologa Rita Cedrini e lo storico Fabio Petrucci), o come il cineasta Mercanti, artigiano dei generi negli anni della Hollywood sul Tevere e, in particolare, del “cappa e spada” sui cui stilemi s’impiantò il suo film tratto dal prototipo della saga panormita per eccellenza, quella dei Beati Paoli di Natoli, a cui il critico Guido Valdini dedica una sua colta riflessione.

Accanto a questi protagonisti affiorano nel libro figure palermitane più defilate ma non meno interessanti come quella di Edmondo Affranti, classe 1911, che da attore fu inizialmente un Rodolfo Valentino siciliano, per poi trasformarsi in eclettico collaboratore di Mercanti, documentarista dell’era mussoliniana, sceneggiatore e direttore della fotografia, finendo la sua carriera come co-fondatore dell’emittente privata Telesicilia. Utili sono pure le panoramiche sulle varie generazioni di autori mainstream,palermitani doc o di adozione, portatori di tendenze e di scuole mai veramente nate (come quella del “nuovo cinema palermitano” a ridosso degli anni novanta), insieme al capitolo che affronta il contrastato rapporto tra letterati siciliani e cinema.

Un rapporto che, com’è noto, ha trovato il suo sbocco più fruttuoso, a seguire il  primato viscontiano dell’“operazione Gattopardo”, nella straordinaria esperienza di Leonardo Sciascia, i cui romanzi quasi-gialli funzionarono da calamita tanto per le grandi firme del cinema civile mainstream (Rosi, Petri, Amelio) quanto per la solidissima retrovia del mafia movie, genere nato con il Germi di In nome della legge e che ebbe per maestro engagé sul grande e sul piccolo schermo il friulano Damiano Damiani (dal Giorno della civetta alla Piovra).

Non tralasciando l’importante tema della colonna sonora nel cinema palermitano (affidato anche a una nota del compositore Marco Betta), il libro si attarda sull’argomento cardine di Palermo città-set, a cui La Torre Giordano dedica un opportuno approfondimento che affluisce nel capitolo, curato dalla studiosa Manuela Giordano, sulla “(dis)onorata società”, ovvero Cosa Nostra secondo il cinema, e in quello sulla Palermo rimasta “invisibile” nel cinema comico, un genere che pure ha avuto due straordinari fuoriclasse come Franchi e Ingrassia, che nella loro città girarono solamente il loro film più infausto, Crema, cioccolata e… paprika, un regalo da 500 milioni fatto dal “papa” di Cosa Nostra, Michele Greco, al figlio Giuseppe aspirante cineasta e attore.

Gran parte degli interventi del libro, poi, concordano sul fatto che a dare eccezionale protagonismo alla città, sottraendola alla debolezza di una finzione che spesso l’ha ridotta a location “di servizio” per consegnarla invece all’epica di una metafora post-apocalittica che ha segnato la storia del cinema contemporaneo, sono stati i film tellurici di Ciprì e Maresco. Grazie soprattutto a loro, Palermo è riuscita a diventare una capitale di luci, ma anche di ombre (ammonitrici), del nostro migliore immaginario.

 

 

 

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