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American Sniper – Il lato oscuro dell’America nelle ossessioni di un cecchino

American Sniper – Il lato oscuro dell’America nelle ossessioni di un cecchino

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Tipologia:  Videorecensione su L'Ora Quotidiano

Data/e:  25 gennaio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

AMERICAN SNIPER è il film di guerra di un reduce dell’umanismo, dell’84 enne Clint Eastwood che ancora una volta ci racconta il lato oscuro e più angoscioso dell’America e della ambigua visione del mondo. E questo lo fa con un film che è un pugno allo stomaco, un war movie esistenzialista, denso, asciutto, amarissimo. La storia s’ispira a quella vera dell’American Sniper Chris Keyle, ex cowboy e membro dei Navy Seals diventato il cecchino più rinomato (“la leggenda”) dell’esercito Usa, tra il 1999 e il 2009 in Iraq, dove in 1000 giorni al fronte ha centrato per più di 160 volte il suo bersaglio, una parabola esemplare trasformata in un’autobiografia recentemente edita in Italia da Mondadori.

L’ennesimo antieroe di Eastwood ha il volto antico e il fisico massiccio di Bradley Cooper (un attore che sarebbe piaciuto a John Ford). Il suo cecchino è introverso e implacabile, guidato dall’etica individualista dell’occhio per occhio e da quella collettiva del servire il proprio paese: l’etica del dovere, del qualcuno deve fare il lavoro sporco.  Ma Chris, pur essendo diventato una leggenda per via della sua mira infallibile, non esulta mai quando centra un nemico. La sua parabola privata si consuma nelle trincee di una guerra impossibile, combattuta casa per casa, e che somiglia tanto al Vietnam, dove il nemico può essere chiunque, anche un bambino spinto dai dogmi fondamentalisti a lanciare una granata, e che si deve abbattere per proteggere i commilitoni.

AMERICAN SNIPER è il racconto non già di una presa di coscienza pacifista, da parte di un soldato che, dopo tante missioni, decide di trasformarsi in «bravo papà e buon marito», ma di una sua progressiva caduta nella debolezza, in uno spleen compulsivo e annichilente. E’ il ritratto di personaggio umano non umano che incarna in sé la fragilità di un collettività, quella statunitense, recentemente esposta alla vertigine di storici cambiamenti epocali e di inediti conflitti . E così, al di là dell’efficace rilevanza e “spettacolarità” delle sequenze d’azione, girate con sobrietà magistrale (compresa la metafisica sequenza della soggettiva del proiettile proiettato nel vuoto prima di entrare nella testa dell’avversario), c’è in questo film tutto l’acuto sentimento dell’orrore provato per una guerra dove si vince e si perde assieme al nemico, dove si presume che quando si spara non ci sia «niente tranne il bersaglio» e invece ci sono gli esseri umani e il loro mondo, dove si dà la caccia a certi macellai di Al Qaeda però continuamente dubbiosi di trovarsi di fronte a un nemico indistinto, innocenti indottrinati e vittime sacrificali di un fanatismo malefico; un teatro di guerra dove il bene e il male si confondono, e dove è facile perdere il controllo di se stessi. Anche Chris si perde, guidato dalle proprie ossessioni, quando va in licenza, liberandosi poi dell’affetto protettivo della moglie per tornare al fronte a vendicare un amico ammazzato da uno sniper iracheno, in una specie di resa dei conti da morale western. E qui l’accento di Eastwood si fa dolente nel tratteggiare  le nevrosi dei reduci, la loro paranoia domestica, le conseguenze psicologiche di questa come di tutte le guerre che (e Eastwood ne è ben consapevole) sono sempre affari sporchi. Il suo Callaghan soldato rivela tutte le sue esitazioni e fragilità, mentre il film trova il suo assunto nell’emblematico finale, quando con pudore indica il beffardo destino del suo protagonista che, smessi i propri panni leggendari, si dedica ad aiutare psicologicamente i reduci in difficoltà, rimanendo vittima di questa sua estrema, solidale missione.

Insomma, questo film acre e crepuscolare è la conferma della maestria di Eastwood, del suo talento di narratore vibrante e antiretorico che ha assimilato la lezione di Fuller e del “suo” Don Siegel, proponendo ancora una volta la propria spietata visione delle cose. E regalandoci tra le tante sequenze rimarchevoli, una sintetica ed efficace definizione di quello che è stata la guerra per chi l’ha combattuta: “un recinto a cui si rimane aggrappati rischiando sempre di cadere”.

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