IL CINEMA CHE NON CI SALVA. QUALCOSA DI PERSONALE SU “UN FILM FATTO PER BENE” DI FRANCO MARESCO, in “InTrasformazione”, vol. 14, n. 2 (2025)
Tipologia:  Articolo
Data/e:  Ottobre 2025
Autore:  Umberto Cantone
Articolo: 
IL CINEMA CHE NON CI SALVA
Qualcosa di personale su UN FILM FATTO PER BENE di Franco MARESCO
di Umberto Cantone
Lavorare per un film o per uno spettacolo, come per qualunque pratica artistica, significa in un modo o nell’altro andare in vacanza rispetto alla vita. Ma quando si lavora per tre anni a un film che si disfa mentre si fa, il rischio che si corre è quello di ritrovarsi in quella che Robert Musil chiama l’«altra condizione», una vacanza dalla vita talmente prolungata da sembrare definitiva.
Partecipando a Un film fatto per Bene di Franco Maresco credo di essermi ritrovato sul crinale di quest’«altra condizione», insieme a Claudia Uzzo e Francesco Guttuso, autori con me e lo stesso Franco della sceneggiatura. Un anno per farla e due per smontarla, rimontarla, girarla fino all’esito felice della presentazione del film in concorso all’ultima Mostra del cinema di Venezia, evento che ha predisposto l’attuale successo di critica e di pubblico.
E come se non bastasse, in questa impresa inizialmente trasformatasi in uno gnommero produttivo, ci sono finito dentro da protagonista nel ruolo di me stesso, con tanto di nome e cognome nella sinossi, personaggio cardine come il Willard conradiano che va alla ricerca di Kurtz.
Così, la “lunga vacanza” è diventata qualcosa di simile a uno psicodramma, un lavorio pericolosamente coinvolgente, da compiere srotolando giornalmente ipotesi, dubbi e ripensamenti, fronteggiando la tentazione del nostro timoniere Maresco di farla finita una volta e per tutte con questo film dedicato all’attore-autore-regista Carmelo Bene, fenomeno che ha saputo fare di sé stesso un capolavoro trasformandosi in una icona artistica e intellettuale che ancora oggi, a 23 anni dalla morte, non ha perso né smalto né autorità.
Per altri versi, però, l’aver affrontato appresso a Maresco un work in regress sempre pronto a implodere è diventata un’esperienza appassionante e corroborante, anche se a tratti masochistica. E questo perché il suo nichilismo, come del resto la sua visione terminale del cinema e del caos del mondo corroso dalla tecnologia del postumano, contempla una felicissima sua disposizione all’ironia, a un umorismo peraltro non privo di enfantillage e sottise.
Una disposizione che gli riconosco e che condivido, anche per via dei 40 anni di amicizia che ci legano. Lo sappiamo bene entrambi: ancora oggi e nonostante tutto, ridere è l’unica maniera disperatamente sovrana di accompagnare la constatazione delle nostre incompiutezze e dei nostri fallimenti accumulati nel confronto con la realtà e i suoi irrisolti interrogativi. Del resto, quale esperienza se non quella del comico è in grado di farci entrare in un mondo dove la sofferenza è provvisoriamente cancellata?
In Maresco, come del resto in Buñuel, è la constatazione beffarda di questa virtù anestetica dell’umorismo a generare il ghigno nichilista e il grado di surrealtà della sua rappresentazione.
Un ghigno che, guarda caso, è lo stesso del contro-teatro e del contro-cinema di C.B. («Il comico che interessa a me è cattiveria pura, il ghigno del cadavere» – diceva).
Tutto cominciò a partire dai celebrati cortometraggi anni ‘90 di Cinico Tv, in coppia con Daniele Ciprì, dove il duo provò a smontare la retorica televisiva della tv verità sostituendo allo spettacolo del dolore l’esposizione scandalosa e però comica (clownerie da circo o d’avanspettacolo, satura più che satira) di una galleria di freaks sottoproletari costretti a rinunciare a qualunque travestimento nel loro statuario, insostenibile proporsi come nude icone beckettiane perdute in un paesaggio di rovine palermitane disegnato come uno scenario di John Ford, e quindi in tutta la sua ruvida, onirica, archetipica bellezza.
Seguirono i lungometraggi iperbolici, le prove anarchicamente utopiche di Lo zio di Brooklyn e del censuratissimo Totò che visse due volte, che al tempo della loro uscita provarono a scardinare la macchina cinema con i suoi sempre più rigidi canoni e i suoi miserabili manierismi.
E poi le indagini (in forma di caustica autobiografia analitica) di Belluscone e La mafia non è più quella di una volta, dove il cinema mareschiano, nell’esasperare la tendenza a procedere per accumulazione di elementi e ingredienti eterogenei, diventa la messa in scena rabbiosa e disperata di un mondo parallelo (quello delle feste di quartiere e dei neomelodici) che è parodia e dépaysement non solo del degrado e della endemica mafiosità di una Palermo polemicamente identificata come metafora di post-Apocalisse e di omologazione antropologica, ma anche di un sentimento tragico della vita che ne fonda l’umore.
Ma questa visione è espressa da Maresco utilizzando, in chiave sovversiva, un umorismo assolutamente cinematografico, capace di mescolare fiction e documentario ispirandosi ai mockumentary di Orson Welles, condividendo con lui la convinzione che il falso sia, nel cinema e non solo, l’unica possibilità di accedere al vero per smascherare tutte le ipocrisie, utile soprattutto quando, facendo un film, vuoi attaccare frontalmente il sistema culturale egemone denunciandone le degenerazioni, cosa che gli ultimi suoi film fanno.
Naturalmente, la qualità di questo straniamento comico pretende di essere sorretta da una infantile, provocatoria, smisurata sfrenatezza, utilizzata come antidoto al veleno di certo umorismo midcult fondato sul bon ton magari erudito e soft.
In questo cinema urticante ed estremo, che si nutre di pratiche basse, è più facile ritrovare la suggestione dello slapstick da comica finale che il pepato divertissement della commedia sofisticata. Più Blake Edwards che Woody Allen, insomma.
L’intento è quello di inquietare e perturbare lo spettatore esemplificando, film dopo film, quanto il riso procuri da sempre strappo e lacerazione, e quanto esso abbia «il potere di ridurre l’intelligenza alla infermità» (Bataille).
Una nichilistica disposizione alla follia comica, questa espressa da Maresco, con cui lo stesso C.B. entrò in sintonia quando a tempo debito s’imbatté, durante una delle sue notti insonni davanti la Tv, nelle strisce del duo Cinico, da lui poi pubblicamente apprezzate in quanto unico esempio di cinema (non solo di cinema italiano) in grado di «prendere a calci in culo il linguaggio».
Questione di affinità elettive: per C.B. come per Maresco «l’immagine è volgarissima, a meno che non ecceda».
In comune c’è poi la propensione a fare della musica il fondamento supremo delle proprie opere. Avendo io lavorato fianco a fianco a Franco, mancato pianista jazz per nevrotica inibizione, so quanto per il suo fare cinema conti prima di tutto avere orecchio (armonico, non acustico), e quanto di conseguenza egli abbia fatto propria la teoria carmelobeniana del primato del ritmo sullo sguardo, cosa che vale tanto per un cineasta quanto per un teatrante («Bisogna sentire le cose, vedere non basta. Perché quando guardiamo le cose, non le vediamo mai veramente», era uno dei mantra di C.B.).
Questi esempi sono sufficienti per dimostrare quanto Maresco, tra i tutti i registi italiani attualmente in campo, sia l’unico legittimato a tentare l’impresa di un “film fatto per Bene”.
Ma una volta accettata la proposta (il produttore Andrea Occhipinti della Lucky Red che coinvolge la Rai e le Film Commission pugliesi e siciliane) di farne un docubiopic su vita e opera, ecco la prima svolta.
Con l’onestà intellettuale che lo contraddistingue, il nostro regista si domanda quanto sia utile adattare a uno dei giganti della montagna novecentesca, alla macchina celibe C.B., il proprio sperimentato schema dell’indagine (in stile Belluscone) dove lui stesso scende in campo come invadente, beffardo, sadico reporter. Non possumus. L’ipotesi originaria è liquidata. Per lui è meglio lavorare al progetto di un film di finzione ancora una volta palermocentrico, coinvolgendo nella squadra di sceneggiatori il sottoscritto, un teatrante sciupato che è pure un suo vecchio amico.
Così esiste almeno sulla carta il “film fatto per Bene” numero uno dove Maresco incarna un regista borderline rabbiosamente alle prese con il mito resistente ma ormai consumato (a furia di clip su YouTube condivise nei social media) del classico C.B.
Fulcro di questa prima versione, la cui sceneggiatura è stata solo parzialmente girata, era il risultato della ricerca di aspiranti sosia di Carmelo Bene. Centinaia di provini arrivati da tutta Italia, una galleria di nuovi mostri che costituisce l’esilarante, trasparente documento di una degenerata condizione camp espressa dal narcisismo digitale profuso nell’attuale epoca del selfie e dei social media.
Nel primo trattamento era previsto che Maresco si rivolgesse al produttore imponendogli la propria visione del film. Non si trattava del produttore vero, Occhipinti, ma di un suo doppelgänger, Galliano Juso, vero tycoon pugliese naturalizzato romano che in vita sua ha prodotto titoli come Viva la foca! e il popolarissimo ciclo di Er Monnezza con Tomas Milian, ma anche l’esordio sul grande schermo del duo Cinico, Lo zio di Brooklyn (esistevano produttori così, quando in Italia il cinema era un medium influente!).
In più, il rinvenimento di alcune tracce relative alla presenza di Carmelo Bene a Palermo doveva condurre alla messa a fuoco di una figura sfuggente e totalmente inventata. La figura dell’erudito maestro di scuola Gaetano Mascellino, un esperto in vite di santi diventato sodale di C.B. che lo aveva coinvolto nel proprio progetto di A boccaperta, il suo film mai realizzato (ma di cui fu pubblicata nel 1976 la sceneggiatura) sul frate pugliese Giuseppe da Copertino, il santo “cretino” (una cretineria santificante, appunto) che non sapeva né leggere né scrivere, ma che era in grado di lievitare a trecento metri da terra.
La chiave del soggetto, inizialmente elaborato da Maresco e Uzzo e poi sviluppato da tutti noi (il sottoscritto e Guttuso), era proprio quella di dare a C.B. quel che è di C.B. attraverso la figura del suo santo prediletto e del fido asino che di nome fa naturalmente Carmelo.
Della solida sceneggiatura numero uno Franco ha girato in pellicola solo una parte dell’avventura picaresca, nel Sud del Sud dei Santi, di frate Giuseppe (incarnato dallo straordinario afasico Bernardo Greco, vecchia conoscenza mareschiana e presenza costante del repertorio “cinico”) chiamato a una apocalittica partita a scacchi con la Morte, il cui volto grottescamente spettrale appartiene al più cubista tra i nostri teatranti (Antonio Rezza), per poi imbattersi in Totò e Vicé, i lumpen lunari del drammaturgo poeta Franco Scaldati (Melino Imparato e Gino Carista).
E ha girato pure qualcosa del biopic voluto dal produttore con il sosia eletto di C.B. (Riccardo Eggshell), figura centrale nella bizzarra sentina di rituali para-felliniani, cene da dopoteatro e sedute spiritiche dove un’attricetta dell’entourage beniano (Aurora Falcone) sarebbe dovuta apparire medianicamente posseduta dalla voce di Sarah Bernhardt.
Cinque settimane sul set non sono bastate a Maresco per completare il film numero uno. Un film che, secondo la nostra sceneggiatura, si sarebbe dovuto interrompere traumaticamente a causa di un incidente durante le riprese, il santo volante che precipita al suolo durante la levitazione, a causa della rottura dei cavi della gru che lo sostiene.
La verità è che a pregiudicare questo gioco di scatole cinesi è stato proprio colui il quale doveva condurlo in porto. Sul set ci siamo tutti ritrovati fianco a fianco con Maresco ogni giorno sempre più in balia dei propri disturbi oppositivi, spinto ad accusare rabbiosamente il produttore Occhipinti di filmicidio dopo essersi scontrato con tempi di lavorazione contratti, maestranze sindacalizzate, capricci e handicap di gran parte degli interpreti non professionisti coinvolti in una jam session che smetteva di girare a vuoto solo al cinquantesimo ciak.
E poi l’incubo di sprecare la pellicola di 35 millimetri “che costa un botto”, la troupe disorientata come la ciurma del Pequod del capitano Achab, la morte improvvisa di Juso spalla fondamentale della nostra trama, oltre ai capricci metereologici con improvvise tempeste di vento e pioggia che in un pomeriggio a Bellolampo si sono portati via mezzo set.
Ripensamenti, malumori, sfuriate (“Qui non si porta a casa un bel niente!”), litigi sono stati all’ordine del giorno. Fino all’intervento tranchant del produttore Occhipinti.
Ma è proprio con il diktat «il film finisce qui», veramente pronunciato da colui il quale, ormai esasperato, aveva deciso di troncare l’impresa mareschiana finita in un maelstrom, che si apre il “Film fatto per Bene” numero due, poi girato qualche mese dopo e finalmente completato alla vigilia della sua presentazione all’ultima Mostra veneziana e della sua distribuzione in tutte le sale italiane.
È successo che tutto quello che abbiamo raccontato sul film numero uno è diventata, dopo alcune settimane di autentica angoscia e smarrimento, la materia incandescente del film numero due.
Stavolta il rispecchiamento di Maresco ha funzionato non come grimaldello (estetico, politico) per lo svelamento di una dimensione altra di realtà, ma invece come un tellurico e liquidatorio “addio al linguaggio” (disperato come quello dell’ultimo Godard), però ancora una volta profondamente comico nel suo mondo di cogliere qui e ora l’incongruenza della natura umana precipitata nel suo abisso.
Il suo è l’autoritratto di un “folle” che racconta la propria “follia” mostrando pure di aver ben metabolizzato l’oggetto del suo film, Carmelo Bene maestro di noi tutti, e in primo luogo le sue invettive sul cinema “finito, fallito, ma non perché sia mai nato”.
Non si può che essere espliciti: oggi fare cinema è diventato vanificante (per Maresco senza mezzi termini: inutile) almeno quanto fare arte, e questo perché siamo entrati nella tristissima era della dittatura tecnologica, della liquefazione di ciò che ci ostiniamo a chiamare “umano”.
Qualcuno deve pur dirlo, magari urlarlo, e Maresco questo ha fatto con il suo film “ultimo” dove appare avvolto in una barba da profeta biblico, sempre estenuato e incazzato, sempre né di qua né di là mentre racconta la propria angosciata solitudine di cineasta e di uomo.
Ma attenzione, non c’è niente di banalmente narcisistico in questo. Anche stavolta, è il Verfremdung umoristico ad avergli offerto la possibilità di oscillare abilmente tra autoesaltazione e autodenigrazione.
I lacerti del film interrotto vengono esposti in questo Film fatto per Bene durante l’indagine che stavolta è condotta dal sottoscritto, lo sceneggiatore amico reduce da infarto, che vuole scoprire che fine abbia fatto l’opera a cui ha collaborato e, soprattutto, dove si nasconde il suo autore. E qui comincia lo psicodramma perché, in questo nuovo film come non mai, quello che sembra falso è vero e viceversa.
Le conseguenze del disturbo ossessivo-compulsivo di Franco assumono proporzioni tragicomiche e l’indagine sul suo stato di salute si mescola ai flashback. C’è la scena, immersa in un bianco e nero pasoliniano, della processione dei derelitti dove Giuseppe da Copertino e l’asino Carmelo incrociano l’icona di santa Rosalia. C’è la rovinosa caduta sul set, ci sono Totò e Vicé, c’è la cena delle beffe con il sosia di Bene. E c’è pure l’anamorfosi bergmaniana dove la fatale partita a scacchi si congela in una parità “impossibile” quando la Morte/Rezza scopre che il frate “cretino” non sa giocare.
La ricostruzione del filmicidio è affidata alle testimonianze dell’altro produttore Marco Alessi, e degli attori più che mai “perplessi sotto la tenda del circo”.
Davanti alla sagoma di Monte Pellegrino, immerso nella Waste Land della nostra scontentezza palermitana, accompagnato dal salmodiante, esilarante Conticelli (tassista e factotum di Franco soprattutto nella vita), sono chiamato a ricostruire la parabola, costituita da continue ascese e cadute, di Maresco cineasta marziano. Finché è lui stesso a farsi vivo con una lettera, svelando in quale modo è stato perpetrato il tentativo di liquidare il film à la manière de C.B.
E così apprendo che Maresco, come de Sade al manicomio di Charenton, ha organizzato, negli studi della sua TVM emittente palermitana delle origini, una dissennata filodrammatica composta da ciò che rimane di quei sublimi campioni che hanno fatto parte del proprio universo Cinico (Saverio D’Amico, Ciccio Mira, Francesco Puma). Ma questa volta le vertiginose gag e la furia parodistica, che pure suscitano risate perché allestite con l’orecchio assoluto della ragione comica, non possono che accartocciarsi, collassare, intrappolando il regista che le ha ordite in un cul-de-sac definitivo.
Insomma, nonostante che si sia fatto, è ormai evidente che Un film fatto per Bene non si può fare.
Ritiratosi in una stanza al Santuario del Romitello, sedotto dal mantra beckettiano del “fallire, fallire di nuovo, fallire meglio”, Maresco letteralmente si fantasmizza mentre prepara la propria ultima mutazione. Una fuga che esclude noi tutti e che nello stesso tempo non salva il suo pubblico. Ora può finalmente condividere con il suo Giuseppe Desa, e implicitamente con C. B., l’estasi metaempirica che prevede un volo finalmente sgombro di visioni. Un volo che gli consente di trasformarsi in un “cretino apparso alla Madonna”, ossia – in questo caso – nel cineasta finalmente liberato dalla schiavitù del fare cinema.
Questo accade sui titoli di coda, dopo che Il film fatto per Bene è finito, a indicare il senso del sacrificio esemplare di Maresco che, ancora una volta, vuole farsi nostro contemporaneo. Contemporaneo come il poeta di cui parla Giorgio Agamben nel suo Che cos’è il contemporaneo?, colui «che tiene fisso lo sguardo nel suo tempo per percepirne non le luci, ma il buio». Come il regista che, nel suo film, questo buio abbacinante ha voluto farci percepire.
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