martedì, 16 luglio 2019

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Press » Vacanze siciliane lungo i set
Vacanze siciliane lungo i set

Vacanze siciliane lungo i set

Print Friendly

Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  14 settembre 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

 

C’era un tempo in cui l’aggettivo “turistico” riferito a un film serviva a motivare il “pollice verso” in denigratorie stroncature affidate al sadismo dei vice. “Prodotti di questo genere sono pretesti per far vedere le bellezze naturali della Sicilia e quelle, un po’ più sofisticate, delle siciliane”: così l’anonimo recensore liquidò all’uscita “Vacanze d’amore”, amena pellicola italofrancese del 1953 finanziata dal principe Francesco Alliata e scritta per motivi alimentari da Brancati con De Seta, dove i protagonisti Walter Chiari, Modugno e Lucia Bosé districavano i loro affari amorosi lungo il perimetro del mitico Village Magique di Cefalù, prototipo dei Club Méditerranée e delle loro degenerazioni a venire.

I tempi sono cambiati, e oggi il richiamo turistico trasformato in brand è un valore aggiunto per ogni fiction su grande o piccolo schermo, garantendo un’allure da Pro Loco illuminata che si basa sull’eloquente dato dei circa 100 milioni di vacanzieri che, ogni anno, frequentano la rotta delle 1700 location cinetelevisive sparse in Italia.

Favorita dal fascino naturale, oltre che da alcune incoraggianti iniziative delle politiche culturali e della locale Film Commission, la Sicilia continua a funzionare come calamita cineturistica, forse affidandosi ancora troppo all’effetto vintage degli anni in cui le sue qualità ammaliavano gli spettatori di “Vacanze a Villa Igea”, “Tipi da spiaggia” o di “Intrigo a Taormina”, gli esemplari di quella serie B da “miracolo economico” che allora si credeva usa e getta. C’è da dire che sul versante dell’odierno culto affidato soprattutto all’appeal delle serie televisive, continua a mietere i suoi frutti il turistico entusiasmo per il periplo camilleriano (i cui poli principali rimangono Scicli, Ragusa Ibla e Marzameni), il suggestivo itinerario ragusano del ciclo Rai, inaugurato nel 1999, del commissario Montalbano. Quella che nella finzione è la sua casa affacciata sul mare, a Punta Secca (frazione di Santa Croce Camerina), rimane la meta del costante pellegrinaggio dei fan, anche quando la sua terrazza è stata prima marchiata come abusiva per poi essere difesa dal governatore Crocetta sceso in campo a tutelarla, sfidando il ridicolo, come “bene culturale”.

Sono invece pochi, anzi pochissimi, quelli rimasti a ricordare che proprio a Punta Secca furono girate alcune scene siciliane di uno dei migliori film italiani degli anni Novanta, “Il ladro di bambini” di Gianni Amelio. E comunque, a parte la singolare tenuta del marchio Montalbano, gli approdi rituali per gli appassionati di location isolane sono ancora quelli assodati dei classici in pellicola risalenti a molti lustri orsono.

Permanente faro cineturistico di Palermo e dintorni è il rinomato “Gattopardo” in Technirama del 1963: anche se ormai, a causa dell’assenza di opportune guide e cartelli, si fatica davvero a riconoscere, nel congestionato dedalo di piazze e piazzette al quartiere Kalsa, le giuste ubicazioni della colossale scena dell’“ingresso dei garibaldini”. Mentre è attualmente out of order la romantica occasione vissuta dai personaggi interpretati da Jim Belushi e Mimi Rogers, la coppia di turisti italoamericani che, in “Dimenticare Palermo” (un Francesco Rosi del 1990), si ritrova avvinghiata a volteggiare sulle note del valzer verdiano in quello stesso salone dove fu girata da Visconti la proverbiale sequenza del ballo: gli aristocratici 220 metri di maioliche di Vietri a Palazzo Valguarnera-Gangi, che fu pure una delle tante location palermitane de “Il viaggio” (1974) di De Sica, e che dallo scorso giugno i proprietari hanno messo in vendita stremati da spropositati carichi fiscali e da contributi pubblici negati.

Per altri versi, può ancora garantire toponomastici shock comparativi un bel tour archeologico nella Palermo degli antichi fasti e del più recente “sacco”, mille volte raccontata sullo schermo, a partire dal misconosciuto “Vento del Sud” (1959) di Enzo Provenzale (dove, a seguire alcune scene notturne alle Saline di Trapani, diventano per la prima volta set sia le strade della Vucciria che l’ingresso del Villino Florio), e poi dal cinema civile di Petri e di Rosi (memorabile è l’incipit del suo “Cadaveri eccellenti” che ha trasformato in topos metaforico e tappa turistica obbligata la cripta dei Cappuccini), dai mélo polizieschi modello Damiani e dalla miriade di mafia movie derivati dalla saga del “Padrino”, che nel suo atto terzo, datato 1990, utilizza come scenario della nemesi finale, nel segno di Mascagni, la monumentale scalinata del palermitano Teatro Massimo, contribuendo così alla sua notorietà planetaria.

Anche a Forza d’Agrò e a Savoca, location in provincia di Messina dell’atto primo, “Il padrino” è diventato principale motivo d’attrazione e redditizio marchio per ristoranti e bar (a Savoca, borgo rinomato, è ancora visitatissimo il bar Vitelli di Palazzo Trimarchi davanti al quale Al Pacino nel ruolo di Michael Corleone chiede a Saro Urzì la mano di Simonetta Stefanelli alias Apollonia).

E una posizione di pari livello nelle guide doc spetta al comune di Palazzo Adriano, e specialmente alla sua Piazza Umberto I, dove Tornatore ha fatto costruire il Cinema Paradiso del suo fortunato film del 1988: una remota location oggi frequentatissima come la scuola del piccolo Totò Cascio a Castelbuono, il porticciolo di Cefalù accanto al quale sorgeva un improvvisato cinema all’aperto, e lo spiazzo sul mare che ha come sfondo il castello di Solanto (Santa Flavia) dove Totò adolescente accompagna il proiezionista Alfredo ormai cieco. A Tornatore si deve pure l’iconicità della budinosa Monica Bellucci di “Malena” (2000) su e giù per Siracusa e Ortigia, come patinata fonte d’ispirazione d’innumerevoli spot sulle attrazioni siciliane.

Ma al di là della folta lista degli itinerari obbligati (difficile qui da completare), al cineturista è pure concesso, se ne ha voglia, di trasformarsi in sofisticato cineviaggiatore. Perché si può scoprire Palermo anche grazie alla post-apocalittica prospettiva cesellata dai film di Ciprì e Maresco, o rivisitare Catania attraverso il sulfureo orizzonte brancatiano che da “L’arte di arrangiarsi” di Zampa si estende al Lattuada di “Don Giovanni in Sicilia” attraverso “Il bell’Antonio” di Bolognini (tre simboli dell’età aurea del made in Italy cinematografico), o provare a perdersi nell’Etna identificato dalla metafisica di Pasolini (“Vangelo”, “Porcile” e “I racconti di Canterbury”), o esplorare l’Acitrezza dei set stratificati nel viscontiano “La terra trema”, assieme ai teatri della vivida Sciacca reinventata dall’epica grottesca di Pietro Germi (nella doppia occasione di “In nome della legge” e di “Sedotta e abbandonata”), o perdersi nelle visioni ragusane di quel magnifico atlante siciliano che rimane “Kaos” (1984) dei fratelli Taviani da Pirandello, o imparare a sentire l’ormai emblematica Lampedusa accordandosi con l’ancestrale “Respiro”(2002) di Crialese…

E, andando a ritroso per proiettarsi in avanti, c’è poi l’iniziatica mappa siciliana dell’“Avventura” di Michelangelo Antonioni: la Bagheria di Villa Palagonia (raccontata pure da Bellocchio in “Il regista di matrimoni” del 2006); la Messina del bar “Grotta Orione” e del Viale San Martino; il magnifico sistema della Noto barocca (mai così drammaticamente in rilievo); la Taormina spettrale dell’Hotel San Domenico (che, ricordiamolo, è stata la più frequentata tra le location alberghiere isolane, dal 1951 in poi per Zampa, Pino Mercanti, Mattoli, Nanni Loy, Luc Besson con “Le grand bleu”, Benigni con “Il piccolo diavolo”, eccetera); e poi, naturalmente, le Isole Eolie con l’allora sperduta Panarea e con l’arcana, epifanica Lisca Bianca. Ad alimentare la resistente mitologia del capolavoro di Antonioni, segnando pure il tempo trascorso (il film è del 1960), sono i racconti dei 5 mesi di lavorazione con il rocambolesco corollario di trombe marine, naufragi, digiuni forzati, litigi produttivi.

Cronache stimolanti almeno quanto quelle relative alla strombazzatissima “guerra dei vulcani” che oppose fieramente i coevi set isolani del capolavoro “Stromboli” (Rossellini/Ingrid Bergman) e dell’ordinario “Vulcano” (Dieterle/Anna Magnani), entrambi girati nel ‘49 e usciti nel ’51: due flop diventati leggendari. Per Salina si è poi fatto attraente il pittoresco midcult (Neruda & Skármeta) del “Postino” di Radford con lo strepitoso ultimo Troisi, un film del 1994 qualitativamente sopravanzato dalle sue location, il borgo di Pollara con la sua magnifica baia.

Mentre di tutto quello che a Lipari come a Salina appare ormai irrecuperabilmente perduto ci parla Nanni Moretti col suo caustico girovagare a vuoto in “Caro diario” del 1993. Parliamo di uno di quei film che, quando li vedi, ti fanno venire voglia di mandare all’aria ogni filologico scrupolo cinefilo assieme a ogni conformismo vacanziero, che magari ti spingono giocoforza in direzione delle location anomale o “sbagliate”, come il Teatro Bellini di Catania che si finge il Teatro Massimo di Palermo in “Johnny Stecchino” di Benigni, o come il tempio di Segesta sul quale campeggia la didascalia “Bagheria, Sicily” nel “Padrino III” di Coppola, o addirittura nella “Baarìa” che Tornatore ha voluto ricostruire a Ben Arous. Forse davvero è il caso d’immaginare un ideale manuale delle “location parallele”, quelle trasfigurate o sognate, nella Sicilia che, dopotutto (come ha detto una volta il grande Germi), vale sempre due volte l’Italia.

 

 

- GALLERY -