giovedì, 13 dicembre 2018

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Un leggero malessere / La stanza

Un leggero malessere / La stanza

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Tipologia:  Dramma

Di:  Harold Pinter

Regia:  Umberto Cantone

Location:  Teatro Bellini, Palermo

Data/e:  19 marzo - 11 aprile 2010

Produzione:  Teatro Biondo Stabile di Palermo

Cast:  UN LEGGERO MALESSERE: Liliana Paganini, Umberto Cantone, Massimo D'Anna / LA STANZA: Liliana Paganini, Massimo D'Anna, Giancarlo Condè, Cesare Biondolillo, Valentina Capone, Franco Scaldati

Costumi:  Marcella Salvo

Scene:  Pietro Carriglio

Note: 

Traduzione: Alessandra Serra

Luci: Gigi Saccomandi

Assistente alla regia: Cesare Biondolillo

Scenografo assistente: Rudi Laurinavicius

Allestimento scenico: Antonino Ficarra

Direttore di scena: Roberto Spicuzza

Foto di scena: Tommaso Le Pera, Franco Lannino / Studio Camera

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NOTE DI REGIA di Umberto Cantone

L’acuta modernità di Harold Pinter, drammaturgo tra i classici, spinge violentemente in superficie gli umori  profondi del canone teatrale novecentesco, la sostanza della “creazione assurda” postulata da Albert Camus come summa di «une pensée limitée, mortelle et révoltée». E nel contempo propone una riflessione profondissima attorno a quella mesure humaine la cui consumazione ha reso necessaria la partita decisiva del teatro, che oggi si misura con l’ impossibilità di messa in scena del tragico.

Così ci è parso naturale inscrivere questi due testi del primo Pinter - ancorati all’urgenza di “descrivere, non spiegare”, propria dell’assurdo, e sviluppati intorno al motivo paradigmatico della minaccia - all’interno di uno dei progetti-guida dello Stabile di Palermo, quello del laboratorio sul teatro del Novecento.

Sotto il segno delle rotondità inquietate di Munch, recuperando l’intensità sulfurea del naturalismo strindberghiano, è una fuga speculare e notturna a prospettare il sortilegio di un “leggero malessere” dei sensi, invasi da una irrefrenabile (quanto ridicolmente erotica) pulsione di morte; e questo travolgendo l’annoiata quotidianità di una coppia borghese inquadrata negli istanti dell’ accecante incontro con un venditore di fiammiferi privato di volto, sul filo di un irrisolto intrigo di seduzione. A rimarcare il tema portante della cecità, che Pinter dispone come metafora di una malattia della coscienza, i volumi e lo spazio della Stanza materializzano la chiusura di ogni gioco prospettico (denunciando la scelta, non solo estetica, di un’antimetafisica)  dove ribolle l’attesa medianica del visitatore cieco, inizialmente nascosto nel ventre del caseggiato e infine rivelato come oracolo sacrificale di quest’altra coppia volontariamente imprigionata al di qua della soglia. A indicare l’inadeguatezza di ogni umana resistenza all’oblio rimane così una porta socchiusa, confine invalicabile di una memoria debole del tragico che, grazie a Pinter, può farsi teatro vivo.

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