venerdì, 23 agosto 2019

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Un atlante di celluloide – “La magnifica visione – Il paesaggio siciliano nel cinema” di Sebastiano Gesù

Un atlante di celluloide – “La magnifica visione – Il paesaggio siciliano nel cinema” di Sebastiano Gesù

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  giovedì 11 luglio 2019

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Che il paesaggio sia un’esperienza, e che vada studiato al pari del volto umano, lo sosteneva già il sociologo Georg Simmel negli anni in cui il cinema cominciava a farsi considerare come l’occhio del Novecento.

Con l’invenzione del primo piano sul grande schermo fu poi il volto umano a essere paragonato a un paesaggio, e quest’ultimo poté definitivamente  imporsi come centrale argomento di riflessione estetica sui film e i suoi autori.

Al di là delle numerose pubblicazioni aneddotiche sui paesaggi dei set siciliani, utili ad assimilare le ragioni del turismo a quelle del cinema, rimangono rari i saggi che si sono impegnati a rilevare il valore drammaturgico e identitario di queste location isolane, spesso entrate nell’immaginario non solo dei cinefili.

In tal senso, un dovizioso contributo critico lo hanno sicuramente offerto gli studi di Sebastiano Gesù, storico del cinema originario di Santa Venerina e scomparso un anno fa a Catania.

Assai utile è quindi l’iniziativa della 40due Edizioni di Palermo — in questi ultimi anni impegnata a valorizzare con accurate pubblicazioni l’impresa critica dello studioso — che oggi ci consegna la sintesi delle sue indagini intorno alle poetiche del cinema girato in Sicilia, in grado di restituirci l’idea del paesaggio non solamente come espressione naturale e culturale del reale ma anche come contemplazione degli orizzonti del mito.

Fresco di stampa, con un suo ricco apparato iconografico che ne valorizza le finalità divulgative, “La magnifica visione – Il paesaggio siciliano nel cinema” si propone sia come un atlante  “geografico ed etnoantropologico”, sia come un affascinante “archivio dei sogni” (così ne parla Elena Russo nella sua prefazione), utile a ripercorrere la fortuna cinematografica della Sicilia che, fin dalla nascita del linguaggio dei film, si lasciò identificare come  teatro simbolico della condizione tanto del Sud d’Italia quanto dei Sud del mondo, scenografia ambientale d’inesauribile suggestione così restia a farsi considerare come un pretesto illustrativo e così predisposta a essere interpretata da quei cineasti che, nel subirne il fascino,  non tradirono il mistero delle sue laceranti contraddizioni.

Partendo dagli epifanici “quadri dal vero” delle origini —  quando anche in Sicilia le prime riprese documentarie abituavano gli spettatori al cinema come lingua (fin da allora  illusoria) della realtà, mostrando le istantanee in movimento di una festa a Villa Igea allo stesso modo di una tappa alla Targa Florio o dei disastri del terremoto a Messina nel 1908  — Sebastiano Gesù descrive con efficace sintesi la progressiva trasformazione del paesaggio isolano da occasione illustrativa a elemento costitutivo della materia di cui è fatto il cinema, quello di prosa come quello di poesia.

E giustamente indica in “1860”, film sull’epopea dei Mille girata nel 1934 da quel geniaccio di Blasetti, l’esempio precoce e spartiacque di un neorealistico utilizzo narrativo del paesaggio.

Seguono i film modello della Sicilia secondo Visconti che fecero dell’Acitrezza di “La terra trema” e delle aristocratiche location di Palermo e Ciminna  per “Il Gattopardo” i crocevia privilegiati dello specifico siciliano elevato a misura di mitologia cinematografica.

Così come diventarono luoghi simbolici dello spirito isolano quelli del granteatro allestito da Germi per i suoi western come per le sue commedie e i suoi mélo.

Il resto di questo catalogo della ricerca cinepaesaggistica in Sicilia è dedicato ai labirinti, ai deserti e alle terre desolate dei più moderni e postmoderni tra gli autori italiani.

Un’occasione, che Sebastiano Gesù qui si concede, di ripercorrere alcuni territori già esplorati in precedenti monografie. Territori come quelli dei prediletti Pasolini e Rosi che, con “Teorema” e “Salvatore Giuliano”, imposero un’ espressione del paesaggio legata a una illuminante interrogazione sull’identità culturale della Sicilia, da allora in poi individuata dal cinema civile come metafora dell’Italia in preda alla mafia e ai poteri occulti.

Della geografia di questo regesto fanno pure parte la reinvenzione del paesaggio metafisico pirandelliano operata dai fratelli Taviani, l’epica del postrealismo di Tornatore, lo straniamento rosselliniano utilizzato da Scimeca per le sue indagini tra storia e letteratura.

Manca l’archeologia dello sguardo di autori come Antonioni e Amelio, capitoli a cui il compianto studioso stava lavorando per questo ulteriore, utilissimo esercizio della sua magnifica visione siciliana.

 

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