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Umberto Cantone, Melino Imparato e “Un film fatto per Bene” di Maresco. “Ecco che cosa ci ha insegnato Franco”, “La Sicilia” di Catania, 17/9/2025

Umberto Cantone, Melino Imparato e “Un film fatto per Bene” di Maresco. “Ecco che cosa ci ha insegnato Franco”, “La Sicilia” di Catania, 17/9/2025

Tipologia:  Articolo

Testata:  La Sicilia / Catania

Data/e:  mercoledì 17 settembre 2025

Autore:  Salvo Pistoia

Articolo: 

 

 

 

 

 

Intervista a Umberto Cantone (co-sceneggiatore – insieme a Claudia Uzzo e Francesco Guttuso, e interprete) e Melino Imparato (interprete) di Un film fatto per Bene di Franco Maresco

 

di Salvo Pistoia

 

 

Umberto Cantone, raccontami di te e Franco

Che dire, è il mio migliore amico. L’ho conosciuto contemporaneamente a Roberto Giambrone,  altro mio grande amico presente nel film “quasi” nel ruolo di sé stesso visto che nella vita è il capo ufficio stampa al Teatro Biondo. Tutti e tre ci conosciamo da più di 40 anni. Da allora, con Franco precipitiamo nei discorsi allo stesso modo, siamo in accordo anche quando siamo in disaccordo, c’intendiamo con uno sguardo, condividiamo gli stessi silenzi, ci perdoniamo reciprocamente tutto. Da cosa dipende? A cambiarci la testa sono stati gli stessi libri e gli stessi film. Quella con Franco è un’amicizia fordiana dove l’elemento più importante è il pudore.

 

 

Maresco, genio e sregolatezza?

C’è stato un tempo in cui il cinema, il teatro, la musica provocavano caos. Un caos liberatorio, certe volte rigenerante. Il Novecento ha elaborato questo caos, e lo ha messo a disposizione di tutti. Inutilmente, purtroppo. La stragrande maggioranza del genere umano ha preferito tornare indietro, in tutti i sensi. Diciamolo: abbiamo (quasi) tutti scelto la via più facile rifiutando ogni rivoluzione e facendoci risucchiare dallo sviluppo tecnologico. Sottolineo pasolinianamente: sviluppo e non progresso. Franco, come i pochi rimanenti veri artisti di oggi, si carica su di sé il caos novecentesco e il presente regresso. La sua genialità è inattuale e consiste nell’ostinarsi a rimanere immerso nel proprio disordine come un esempio di dissidenza non omologabile. Il suo è un caos uguale a quello di Orson Welles, Céline, Miles Davis. Ancora efficace, penetrante, da apprezzare, ma ormai inevitabilmente fuori tempo massimo.

 

 

Che cosa comporta realizzare un film con Franco?

Condividere la sua visione delle cose, prima che del cinema. E anche la sua ansia di sperimentazione. L’elaborazione di Un film fatto per Bene è durata due anni, riprese escluse. Lavorando alla sceneggiatura, le sofferenze di Franco sono diventate le nostre (mie, di Claudia Uzzo e di Francesco Guttuso) anche se a pagare il prezzo più alto è sempre e solo lui. Il suo metodo somiglia a quello di altri grandi sperimentatori novecenteschi. A governare tutto è un principio di sottrazione, di prosciugamento dei significati e delle forme. Prima di ogni altra cosa a Franco preme andare contro ogni tipo di ovvietà e contro ogni compiacimento intellettualistico o figurativo. Per far questo Franco utilizza come grimaldello la comicità. Insomma, il contrario dei film di Gianfranco Rosi o Sorrentino. Franco è un vero maestro dei tempi cinematografici. Implacabile nel portare avanti fino all’estremo il suo metodo jazzistico d’improvvisazione. Il suo è infatti un caos rigorosissimo.  Chi sa guardare Un film fatto per Bene capisce quanto Franco, tra le altre cose, sia un seguace di William Burroughs. Questo film è puro cut-up. Altro che Guadagnino!

 

 

Ad accomunarvi c’è pure un passato radiofonico…  

Ecco un’altra cosa che ci lega. L’avere cominciato entrambi a esprimerci con il mezzo radiofonico. Quando ho conosciuto Franco, avevo un passato come conduttore quindicenne in una radio militante, Radio Sud. All’inizio degli anni ’80 Franco mi cooptò per un suo programma di cinema a Radio Palermo Centrale. Sproloquiavamo sui migliori film della nostra vita (eravamo giovani ma già accaniti filmofagi) e mandavamo brani di colonne sonore originali del grande cinema americano (western, musical, sophisticated comedy). Franco faceva scherzi atroci ad alcuni collaboratori della radio. A uno di loro sabotò i nastri dei Revox nei programmi musicali notturni inserendo il rumore di uno sciacquone del cesso registrato in precedenza. Franco non ha mai perso il gusto, se vuoi anche un po’ infantile, dello scherzo crudele. E comunque, quella della radio è stata la nostra palestra. La sua per il cinema, la mia per il teatro.

 

 

Franco possiede una grande cultura musicale. Secondo te, questo quanto conta nei suoi film?

Per Franco la musica è tutto. Forse dovrei dire: è stata tutto, perché secondo lui il jazz dei grandi innovatori, quello dei giganti più eversivi e influenti, è morto e sepolto, ormai incapace d’influenzare alcunché. Stessa cosa per il cinema e per le arti che, nei presenti tempi, sono diventate inessenziali. Come dargli torto? Pianista mancato per sopravvenuto autosabotaggio nevrotico, Franco ha assunto per il suo cinema i modi stessi della filosofia jazz. Io ho lavorato con lui anche a teatro. E, come nel cinema, Franco privilegia la jam session come metodo di lavoro. Charlie Parker e Coltrane, e poi Miles Davis, Gillespie, Thelonius Monk… Sono questi, tra gli altri, i fuoriclasse ispiratori di Franco. Raccogliendo la loro lezione, ha imparato a governare la temperatura del suo sentimento di cineasta. Ha imparato da loro a esprimere la propria identità senza cedere a compromessi. E questo in un mondo sempre più regredito e disumanizzato. Un mondo che continua ad applaudire quelli che non si allineano per poi emarginarli, abbandonandoli al proprio destino. È sempre successo? Certo, ma oggi l’oblio consumistico e alienante cancella pure il senso stesso del sacrificio individuale dell’artista.

 

 

Che impatto avrà Un film fatto per Bene nell’attuale panorama del cinema italiano

Lo stesso impatto che oggi hanno le poche, pochissime opere trasgressive e innovatrici nel cinema, nel teatro, nella letteratura, nell’arte, nella musica. Si applaudono, magari si premiano, e poi… si dimenticano. Non parlo dell’impatto sui singoli spettatori, quello magari c’è, ci sarà. Parlo della mancata influenza di tali opere su quello che un tempo si chiamava immaginario. Il film di Franco, il film che abbiamo fatto anche nostro, è esplosivo, caustico, apocalittico. E coraggiosamente non concede niente al gusto medio. Certo, fa ridere mentre agita il suo radicale pessimismo sulla contemporaneità. L’assunto disperante va oltre il tragico perché è espresso attraverso la comicità.  A che serve l’opera d’arte in un mondo di merda come questo? In questo caso, poi, la sostanza coincide con la forma. Che cosa racconta? Racconta di un film che si doveva fare e che viene disfatto dalle ragioni produttive ma anche dall’autore stesso. Dentro c’è Sade (il Sade di Carmelo Bene), c’è Dostoevskij, Nietzsche, Pasolini, Godard e tantissimo altro: la fuga verso la degenerazione del linguaggio e la fuga in una dimensione altra, in quel finale tra le nuvole dove letteralmente aleggia, sempre ironicamente però, un nichilismo spirituale, estatico, nietzschiano.

 

 

Croce e delizia. Quali sono le pagine da conservare e quelle da strappare del tuo rapporto professionale e amicale con Maresco?

Quelle da strappare le ho reintegrate volentieri. Abbiamo litigato, naturalmente, e per qualche anno abbiamo interrotto i contatti.  Ma non abbiamo mai smesso di rispettarci a vicenda. Una cosa è certa: con Franco non mi sono mai annoiato. Abbiamo riso tanto insieme, e continuiamo a ridere. A dispetto delle amarezze e del disagio di vivere in un mondo che ci appare sempre più estraneo e disumano. Non siamo soli a pensarlo, ormai. Ma la differenza è che questa disperazione Franco la vive sulla propria pelle, pagando dolorosamente i suoi tanti “no”, le sue scelte radicali. Tutto quello che Un film fatto per Bene racconta è vero, patologie comprese. Parliamo di un’opera terminale. Speriamo quasi terminale.

 

 

 

Melino Imparato, chi è per te Franco Maresco?

Lo conosco da più di venti anni. ci si incontrava a casa dell’altro Franco (Franco Scaldati), che era diventato luogo di confronto per parlare di cinema, teatro. Ma anche del degrado di Palermo e dei vari quartieri, e quindi di politica. C’erano anche digressioni sul ciclismo, di cui Scaldati era un esperto. Quelli erano i tempi di “Cinico Tv” con Ciprì e Maresco nel palinsesto alla TV di stato.

 

Che significato ha avuto girare in un suo film?

È come sentirsi tra le mura di casa. Attraverso il suo cinema posso riscoprire radici, suoni, forme che mi appartengono. Il cinema di Franco, con i suoi attori “mostri”, è una sorta di complice contraltare della poesia teatrale di Scaldati e del suo mondo.

 

Questo film parla, attraverso la polemica sul cinema che non si può più fare, anche dello stato di salute della cultura nell’ Italia di oggi.

Parla del disastro presente. La frenesia “social” di essere presenti, di diventare protagonisti anche per meno di un quarto d’ora, e poi di consumare, di fare business… Questo sta bruciando tutto.

 

Ma tu tra il cinema e il teatro, che cosa scegli?

Sarei un bugiardo se ti dicessi di non voler scegliere il teatro. È il teatro che, ancora oggi e nonostante di tutto ti permette i tempi lunghi. E quindi di lavorare intorno a un progetto, di seguirlo e metabolizzarlo insieme a chi lavora nella tua compagnia, per poi proporlo e adeguarlo, replica dopo replica, alle reazioni dei suoi spettatori. Il cinema si affida al montaggio e il lavoro dell’attore è nelle mani del regista. Il vantaggio è che puoi vedere e rivedere all’infinito una scena che sta lì, sullo schermo, congelata ma anche viva per sempre.

 

Come continua il tuo rapporto con Scaldati?

È viaggio iniziato durante gli anni settanta che non è ancora finito. Un bagaglio prezioso, l’aver incrociato un attore, poeta e drammaturgo come lui.

 

Qual è l’approdo di questo viaggio? 

Sarò ripetitivo, ma desidero che sia creata una casa – laboratorio a memoria di Scaldati, perché il suo teatro e la sua poesia non smettano di essere conosciuti.

 

 

 

 

 

 

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