lunedì, 21 agosto 2017

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Tutti i « Maigret » di Adelphi – Collana “Le inchieste di Maigret”, in Gli Adelphi (dal settembre 1993 al marzo 2015)

Tutti i « Maigret » di Adelphi – Collana “Le inchieste di Maigret”, in Gli Adelphi (dal settembre 1993 al marzo 2015)

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Autore/i:  Georges Simenon

Tipologia:  Collana di romanzi e racconti del ciclo "Maigret"

Editore:  Adelphi, Collana "Gli Adelphi"

Origine:  Milano

Anno:  Pubblicazioni periodiche dal settembre 1993 al marzo 2015

Edizione:  Prime edizioni Adelphi

Caratteristiche:  Brossura riquadrata con illustrazione fotografica in bianco e nero e (solo negli ultimi numeri) a colori. Titoli in nero su fondo giallo. Ogni volume: cm. 12,5 x 19,5

Note: 

I 75 romanzi e 28 racconti di Georges Simenon ( Liegi 1903 – Losanna 1989 ) dedicati alle inchieste del Commissario Maigret e pubblicati fra il 1931 e il 1972. La collana è quella, economica, de «Gli Adelphi» della casa editrice Adelphi di Milano, con pubblicazioni che vanno dal settembre 1993 al marzo 2015, a cura di Ena Marchi e Giorgio Pinotti.  I volumi (tutti di formato 12,5 x 19,5 centimetri) hanno una copertina plastificata di colore giallo. In ognuno di loro, autore e titolo in nero sono inscritti all’interno di un essenziale riquadro di linee  che riproduce una fotografia o un dipinto (qualche volta un dettaglio di esse) e, in basso, una scritta gialla su fondo nero (“Le inchieste di Maigret”) posta sopra il logo Adelphi in nero. L’atto di nascita ufficiale del commissario è rappresentato, secondo la testimonianza dello stesso Simenon, da Pietr il Lettone, composto a Delfzijl nel settembre del 1929 e apparso a stampa due anni più tardi: «Mi rivedo, un mattino di sole, in un caffè… Forse avevo bevuto uno, due o anche tre bicchierini di ginepro con una spruzzata di bitter. Sta di fatto che un’ora più tardi, quasi vinto dal torpore, cominciai a vedere dinanzi a me la massa imponente e impassibile di un signore che – mi parve – sarebbe stato un commissario accettabile. Nel corso della giornata aggiunsi al personaggio qualche accessorio: una pipa, una bombetta, un pesante cappotto con il collo di velluto… e gli concessi, per il suo ufficio, una vecchia stufa di ghisa». ( Dalla nota introduttiva del volume Pietr il Lettone, Milano, Adelphi, Gli Adelphi, n. 53, settembre 1993 )

Nella GALLERY di questa scheda la riproduzione di tutte le copertine della collana con le didascalie descrittive delle fotografie e delle composizioni pittoriche presenti nel frontespizio di ogni volume

Sinossi: 

 

 PIETR IL LETTONE  (Pietr -le -Letton, Fayard 1931), traduzione di Yasmina Mélaouah, Gli Adelphi, n.53, prima edizione, settembre 1993. Pp. 164 + 4 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi).

Questo romanzo segna l’atto di nascita ufficiale del commissario Maigret.

La presenza di Maigret al Majestic aveva inevitabilmente qualcosa di ostile. Era come un blocco di granito che l’ambiente rifiutava di assimilare. Non che assomigliasse ai poliziotti resi popolari dalle caricature. Non aveva né baffi né scarpe a doppia suola. Portava abiti di lana fine e di buon taglio. Inoltre si radeva ogni mattina e aveva mani curate. Ma la struttura era pleblea. Maigret era enorme e di ossatura robusta. Muscoli duri risaltavano sotto la giacca e deformavano in poco tempo anche i pantaloni più nuovi. Aveva in particolare un modo tutto suo di piazzarsi in un posto che era talora risultato sgradevole persino a molti colleghi.


 

 

♦  L’IMPICCATO DI SAINT-PHOLIEN (Le pendu de Saint-Pholien, Fayard 1931), traduzione di Gabriella Luzzani, Gli Adelphi, n. 55, prima edizione, ottobre 1993. Pp. 140 + 4 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi).

Brema, una notte di fine novembre. In un albergo di infima categoria, un uomo si spara un colpo di rivoltella in bocca sotto gli occhi di Maigret. Da questo suicidio apparentemente inspiegabile, alla cui origine vi sono eventi che rimontano a quasi dieci anni prima, prende le mosse un’inchiesta che porterà il commissario da Brema a Parigi, da Parigi a Reims, e infine a Liegi, dove lo scioglimento del dramma coinciderà con la scoperta di una società segreta: la Confraternita dell’Apocalisse.

«Apparso nel 1931, L’impiccato di Saint-Pholien è uno dei primi cinque romanzi della serie Maigret. Alla base dell’intreccio un drammatico ricordo di gioventù: a Liegi, nei primi anni di università, Simenon aveva infatti creato, con un gruppo di amici anarchici e bohémien, una specie di società segreta. La Caque, all’insegna di un libertarismo romantico ed estetizzante. Fino al giorno in cui uno di essi, il giovane pittore cocainomane Joseph Kleine, si era impiccato alla porta della chiesa di Saint-Pholien».


 

 

LA BALLERINA DEL GAI- MOULIN (La danseuse du Gai-Moulin, Fayard 1931), traduzione di P. N. Giotti, Gli Adelphi, n. 63, prima edizione, maggio 1994. Pp. 148 + 10 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret).

Nell’oscurità il locale è vasto come una cattedrale. Si ha il senso di un vuoto immenso. I radiatori emanano ancora un certo tepore… Delfosse accende un fiammifero. Si fermano un secondo per riprendere fiato, per calcolare il percorso che devono compiere. E all’improvviso il fiammifero cade, mentre Delfosse lancia un grido acuto… Anche Chabot ha scorto qualcosa. Ma non è riuscito a distinguere bene… Sembrava un corpo disteso sul pavimento, accanto al bar… Dei capelli nerissimi…

«Composto nel settembre del 1931 e apparso a stampa quello stesso anno, La ballerina del Gai-Moulin è interamente ambientato a Liegi, dove Simenon visse fino al dicembre del 1922, allorché, spinto dal desiderio di spezzare ogni legame con un mondo che ormai lo soffocava e di compiere – come dirà il protagonista di Le Fils – «il gesto che sarà determinante e sul quale non si potranno avere ripensamenti», partì per Parigi, suo costante punto di riferimento sotto il profilo culturale».


 

 

IL DEFUNTO SIGNOR GALLET (Monsieur Gallet, décédé, Fayard 1931), traduzione di Elina Klersy Imberciadori, Gli Adelphi, n. 68, prima edizione, giugno 1994. Pp. 158 + 4 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret).

Invece di farsi più completo e più decifrabile, il personaggio stava diventando inafferrabile… La fisionomia dell’uomo con la finanziera troppo stretta si andava via via offuscando fino a non avere più niente di umano… Alla foto, sola immagine tangibile e teoricamente completa che Maigret possedesse, si sostituivano altre immagini sfuggenti che rifiutavano di sovrapporsi, mentre avrebbero dovuto fornire il ritratto di un unico uomo.

Nel Defunto signor Gallet, scritto nell’estate del 1930 a bordo dell’Ostrogoth e apparso nel 1931, comincia a delinearsi con precisione quello che si potrebbe definire il “metodo Maigret”: «lasciarsi impregnare dall’atmosfera», «mettere a fuoco l’immagine del morto», e soprattutto stabilire con quest’ultimo una sorta di «sconcertante intimità». Così, a chi gli chiede: «Lei sta indagando sull’assassino o sulla vittima?», Maigret può già rispondere con lucida pacatezza: «Saprò chi è l’assassino quando conoscerò bene la vittima».


 

 

IL PORTO DELLE NEBBIE (Le port des brunes, Fayard 1932), traduzione di Fabrizio Ascari, Gli Adelphi, n. 72, prima edizione, novembre 1994. Pp. 182 + 8 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret).

  Maigret guardava Joris, e un lieve sorriso gli errava sulle labbra. Strano uomo! Per cinque giorni, non riuscendo a dargli un nome, al Quai des Orfèvres l’avevano chiamato “l’Uomo”. Era stato fermato sui Grands Boulevards mentre si aggirava in preda al panico fra gli autobus e le macchine. lo interrogano in francese. Nessuna risposta. provano con altre sette o otto lingue. Niente. E neppure il linguaggio dei sordomuti funziona. Un pazzo? Nell’ufficio di Maigret lo perquisiscono. Il vestito che indossa è nuovo, nuova la biancheria, nuove le scarpe. Dagli indumenti sono state strappate tutte le etichette. Niente documenti. Niente portafoglio. Cinque bei biglietti da mille franchi infilati in una tasca.

Apparso nel 1932, Il porto delle nebbie fu composto a Ouistreham, e precisamente a bordo dell’Ostrogoth, il cutter che Simenon si era fatto costruire e attrezzare a Fécamp e che chiamava affettuosamente bateau-home. E nelle nebbie silenziose di Ouistreham il romanzo è interamente ambientato – in un’atmosfera che «non si può definire sinistra» perché «è un’altra cosa, una vaga inquietudine, un’angoscia, un’oppressione, la sensazione di un mondo sconosciuto al quale si è estranei, e che continua a vivere di vita propria intorno a voi».


 

 

IL CANE GIALLO (Le chien jaune, Fayard 1931), traduzione di Marina Verna, Gli Adelphi, n. 75, prima edizione, febbraio 1995. Pp. 144 + 8 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

C’era in lei un’umiltà esagerata. I suoi occhi cerchiati, il suo modo di muoversi senza far rumore, senza sfiorare le cose, quel suo fremere d’inquietudine alla minima parola, corrispondevano abbastanza all’idea che ci si fa della serva abituata a ogni durezza. Sotto quelle apparenze si sentivano però come dei sussulti di orgoglio, che lei si sforzava di non lasciar trasparire. Era anemica. Il suo seno piatto non era fatto per risvegliare i sensi. Eppure c’era qualcosa di attraente in lei, qualcosa di torbido, di avvilito, di vagamente morboso.

Nel 1931, e più esattamente fra marzo e dicembre, Simenon scrive otto Maigret (più un romanzo in cui Maigret non appare): Il cane giallo è uno di questi. Nei dialoghi con l’ispettore Leroy, a metà strada fra irrisione e condiscendenza affettuosa, il commissario spiega, non senza autoironia, in che consista quel suo modo di procedere così poco “ortodosso”, fondato sull’intuizione e non sulla deduzione: «Arrivando qui,» gli dice a un certo punto «mi sono trovato davanti una faccia che mi è piaciuta e non l’ho più mollata…»


 

 

IL PAZZO DI BERGERAC (Le fou de Bergerac, Fayard 1932), traduzione di Laura Frausin Guarino, Gli Adelphi, n. 81, prima edizione, giugno 1995. Pp. 142 + 10 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

Lo sconosciuto, giunto in fondo al corridoio, ha aperto lo sportello. Non è un caso! In quel preciso momento il treno rallenta. Ai lati della strada ferrata si intravede una foresta. Una luna invisibile rischiara le rare nuvole. Stridore di freni. Da ottanta all’ora la velocità dev’essere  scesa a trenta, forse meno. E l’uomo salta giù, scomparendo al di là della scarpata dove probabilmente atterra rotoloni. Un attimo di riflessione, poi anche Maigret si lancia. Non rischia niente, il treno ha rallentato ancora. Si getta nel vuoto. Cade su un fianco, ruzzola, fa tre giri su se stesso e si ferma davanti a uno sbarramento di filo spinato. Un fanale rosso si allontana nello sferragliare del convoglio.

« Compiuto a La Rochelle nel marzo del 1932 e pubblicato quello stesso anno, Il pazzo di Bergerac sembra mettere a dura prova la strategia d’indagine di Maigret, che d’abitudine tende a impregnarsi di un luogo, a coglierne l’atmosfera, a sentire piuttosto che a pensare, a perdersi nella vita degli altri per smascherare la menzogna. Immobilizzato in una camera d’albergo da una grave ferita alla spalla, il commissario questa volta dovrà infatti rinunciare alle amate flâneries per accettare un punto di vista mediato ma solo in apparenza deviante, di cui è emblema la finestra-occhio sul mondo. Da questa finestra anche il lettore imparerà a osservare la piazza di Bergerac per vedere Bergerac ».


 

 

UNA TESTA IN GIOCO (La tête d’un homme, Fayard 1931), traduzione di Graziella Cillario, Gli Adelphi, n. 84, prima edizione, settembre 1995. Pp. 150 + 10 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

«Vuole un buon consiglio, commissario? ». Radek aveva abbassato la voce e si era chinato verso il suo interlocutore. «Guardi che so perfettamente quello che lei penserà… E del resto, poco me ne importa! … Ma le do lo stesso il mio parere o, se preferisce, il mio consiglio… Lasci perdere! … Si sta mettendo in un terribile pasticcio…». Maigret era immobile, con lo sguardo fisso. «E prenderà un granchio dopo l’altro, perché non ci capisce niente…». Il cecoslovacco si animava a poco a poco, ma in maniera contenuta, molto particolare. Maigret notò le sue mani, che erano lunghe, di una bianchezza straordinaria e picchettate di lentiggini. Sembravano tendersi, partecipare a modo loro alla conversazione. «Guardi che non sto mettendo in dubbio la sua competenza professionale! Se non ci capisce niente, ma proprio niente, è perché fin dall’inizio lei si è mosso in base a elementi falsati. Di conseguenza tutto è falso, non le pare?… E tutto quello che scoprirà sarà falso dal principio alla fine… ».

« Con Una testa in gioco – terminato a Parigi, a pochi passi da quello stesso rutilante e cosmopolita carrefour Montparnasse che fa da cornice agli eventi, nel settembre del 1931 – si consuma il primo e ultimo tentativo di Simenon di scrivere una storia per il cinema e di curarne lui stesso la regia. In quest’ottica, egli decide di opporre a Maigret un avversario alla sua altezza e crea (ispirandosi all’amico Il’ja Erenburg) l’inquietante personaggio di Radek: una personalità tortuosa e malata che per una volta riesce a stupire Maigret, e forse anche, almeno in un primo momento, a disorientarlo, sfidandolo a un vero e proprio duello sul terreno dell’intelligenza e dell’astuzia ».


 

 

LA BALERA DA DUE SOLDI (La guinguette à deux sous, Fayard 1931), traduzione di Eliana Vicari, Gli Adelphi, n. 88, prima edizione, novembre 1995. Pp. 146 + 6 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

«Una notte… Saranno state più o meno le tre… Camminavamo in rue… No, il nome della via neanche glielo dico… Una strada qualsiasi… Da lontano vediamo una porta che si apre… C’era una macchina accostata al marciapiede… Un tizio esce spingendone un altro… Anzi no, non è che lo spinga… immagini uno che si porta a spasso un manichino e vuole farlo camminare come se fosse un vecchio amico!… Lo ficca in macchina, si siede al volante… Il mio socio  mi lancia un’occhiata e siamo già sul paraurti posteriore… Non per niente allora mi chiamavano il Gatto!… Giriamo per un sacco di strade… Il tizio che guida ha l’aria di cercare qualcosa, di essersi sbagliato… Alla fine arriva al canale Saint-Martin, e allora capiamo cosa cerca… Ha indovinato anche lei, eh?… Il tempo di aprire e chiudere la portiera, e il corpo era già a mollo…»

Composto a Ouistreham nell’ottobre del 1931, La balera da due soldi apparve quello stesso anno. Gran parte dei Maigret e dei non-Maigret furono scritti in non più di sette giorni, al termine di una fase preparatoria altrettanto fulminea, scandita da tappe fisse e immutabili. Muovendo dalla suggestione di un’atmosfera, Simenon individua anzitutto dei personaggi e annota poi su una busta gialla (abitudine che risale a Pietr il Lettone) i particolari relativi alla loro vita e al loro ambiente. Solo a quel punto si pone il questi da cui scaturirà l’intreccio: «Dati un certo uomo, il luogo e il clima in cui vive, la sua professione, la sua famiglia, ecc., quale avvenimento può mai spingerlo fino all’estremo limite di sé?».


 

 

UN DELITTO IN OLANDA (Un crime en Hollande, Fayard 1931), traduzione di Ida Sassi, Gli Adelphi, n.92, prima edizione, aprile 1996. Pp. 146 + 6 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ). «Guardi…» mormorò Duclos indicando il paesaggio intorno a loro, il paesino pulitissimo dove tutto era in ordine come nella credenza di una brava massaia, il porto troppo piccolo per riuscire a turbare quell’atmosfera tranquilla e le facce serene della gente con i grossi zoccoli gialli infilati ai piedi. E continuò:«Qui tutti si guadagnano da vivere… Tutti sono felici, o quasi… E, quel che è più importante, tutti controllano i propri istinti, perché questa è la regola, è un dovere se si vuole vivere in una collettività… Pijpekamp può confermarle che i furti sono rarissimi… È vero che, se uno ruba due libbre di pane, non se la cava con meno di qualche settimana di prigione… Nota qualcosa che non va?… Qui non ci sono vagabondi!… Non ci sono mendicanti… È l’ordine istituzionalizzato…».

« L’azione di Un delitto in Olanda (scritto a bordo del cutter L’Ostrogoth nel maggio del 1931 e pubblicato da Fayard in quello stesso anno) si svolge nel paesino di Delfzijl, in un ambiente di piccola borghesia protestante nel quale Maigret, nella sua ostinata e inesorabile ricerca della verità, mette a nudo il groviglio di desideri inappagati e oscuri risentimenti che si cela dietro la composta, liscia facciata del perbenismo puritano; e finisce per chiedersi se a volte non sia meglio, quella verità, non scoprirla affatto ».


 

 

IL CROCEVIA DELLE TRE VEDOVE (Le nuit du Carrefour, Fayard 1931), traduzione di Emanuela Muratori, Gli Adelphi, n.99prima edizione, giugno 1996. Pp. 142 + 6  (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

Lei veniva avanti, la figura ancora indistinta nella semioscurità. Veniva avanti come la protagonista di un film, o meglio come la donna dei sogni di un adolescente. Era vestita di velluto nero? Fatto sta che era più scura di tutto il resto, che spiccava come un’ombra intensa, sontuosa. E la poca luce ancora sospesa nell’aria si concentrava sui suoi capelli biondi e leggeri, sul viso opaco.«Ho saputo che desidera parlarmi, commissario… Ma la prego, si accomodi…». Il suo accento era più marcato di quello di Carl. La voce cantava, abbassandosi sull’ultima sillaba delle parole. E il fratello le stava accanto come uno schiavo al fianco della regina affidata alla sua protezione.

Compiuto a La Ferté-Alais nell’aprile del 1931, Il crocevia delle Tre Vedove apparve in quello stesso anno. Il film che ne venne tratto nel 1932 è frutto dell’intesa, o per meglio dire della complicità, fra Simenon e il suo vecchio amico Jean Renoir: «Quel che mi premeva» rivelerà più tardi il regista «era di trasferire in immagini il mistero di questa storia rigorosamente misteriosa, subordinando l’intreccio all’atmosfera. Il libro di Simenon evoca in maniera magistrale il grigiore di questo crocevia situato a una cinquantina di chilometri da Parigi. Credo che non ci sia sulla terra un posto più deprimente. Una manciata di case sperdute  in un oceano di nebbia, pioggia e fango: il romanzo le descrive splendidamente, tanto che sembrano dipinte da Vlaminck».


 

 

IL CASO SAINT-FIACRE  (L’affaire Saint-Fiacre, Fayard 1932), traduzione di Giorgio Pinotti, Gli Adelphi, n.101, prima edizione, settembre 1996. Pp. 148 + 8 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

La contessa di Saint-Fiacre teneva ancora la faccia tra le mani. Era rigida, immobile, come la maggior parte delle altre vecchie. «Ite missa est… La messa è finita…». Solo allora Maigret capì quanto era stato angosciato. Quasi non se n’era reso conto. Senza volerlo sospirò di sollievo . Ancora tre persone… Due… Qualcuno spostò una sedia… Rimaneva solo la contessa, e Maigret ebbe un fremito d’impazienza… Il sacrestano, che aveva concluso il suo compito, gettò uno sguardo alla signora di Saint-Fiacre, e un’espressione dubbiosa gli si dipinse sul volto. In quel medesimo istante il commissario avanzò. Giunti accanto a lei, rimasero entrambi stupiti di quell’immobilità e cercarono di vedere il volto che le mani giunte continuavano a nascondere. Turbato, Maigret le sfiorò una spalla. Il corpo vacillò, come se fino a quel momento fosse stato sorretto da un filo, poi rotolò a terra e rimase inerte. La contessa di Saint-Fiacre era morta.
« Compiuto ad Antibes nel gennaio del 1932 e pubblicato in quello stesso anno, Il caso Saint-Fiacre ci mostra un Maigret tutt’altro che infallibile. Maigret non è Sherlock Holmes né Rouletabille né Poirot. Conosce lo scacco, la paura, l’esitazione, la sconfitta. Convocato – è il caso di dirlo – dall’assassino sul luogo del delitto, non riuscirà a impedire che il delitto venga commesso. Non solo: turbato, angosciato, oppresso dai ricordi, si terrà in disparte, lasciando al figlio della vittima, Maurice de Saint-Fiacre, il compito di smascherare il colpevole nel corso di un finale da grande melodramma ».


 

 

LA CASA DEI FIAMMINGHI  (Chez les Flamands, Fayard 1932), traduzione di Germana Cantoni De Rossi, Gli Adelphi, n. 104, prima edizione, novembre 1996. Pp. 138 + 6 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).  

Insomma, che cosa ci faceva in quel posto? Non era in missione ufficiale! Qualcuno accusava i fiamminghi di avere ucciso una giovane donna, ma non era nemmeno sicuro che fosse morta! E, ammesso che fosse morta, l’avevano davvero uccisa? Magari, uscendo avvilita dalla drogheria, si era lasciata attirare dalle acque torbide del fiume. Non c’erano prove! Non c’erano indizi! Machère procedeva a testa bassa, ma non avrebbe scoperto nulla, per cui da un giorno all’altro la Procura avrebbe certamente deciso di archiviare il caso. Perché dunque Maigret si lasciava invischiare in quello scenario che gli era del tutto estraneo?

« Scritto nel gennaio del 1932 alle Roches Grises, la villa di Antibes nella quale i Simenon si erano trasferiti all’inizio dell’inverno, e pubblicato nel corso dello stesso anno, La casa dei fiamminghi è in un certo senso una non inchiesta di Maigret: il commissario non è titolare del caso, può girovagare come a casaccio per le strade del paesino di frontiera con il Belgio, e annusare e osservare e registrare tutte quelle apparentemente trascurabili sfumature che lo condurranno a svelare la trama di questo oscuro “dramma borghese” – una vicenda che sfiora, nella sua meditata efferatezza, la grandiosità di una tragedia antica ».


 

 

LIBERTY BAR (Liberty Bar, Fayard 1932), traduzione di Ida Sassi, Gli Adelphi, n. 109, prima edizione, aprile 1997. Pp. 138 + 6 (elenco volumi pubblicati dalla collana Gli Adelphi e titoli di Le inchieste di Maigret ).

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