martedì, 1 dicembre 2020

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Press » Totò, l’ultimo atto – Quei giorni a Palermo senza più la vista
Totò, l’ultimo atto – Quei giorni a Palermo senza più la vista

Totò, l’ultimo atto – Quei giorni a Palermo senza più la vista

Print Friendly

Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  giovedì 30 gennaio 2020

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Quando Fellini decise di rendergli omaggio in quell’esoterico sberleffo al mondo del cinema che è il suo Toby Dammit, lo rappresentò come una barcollante apparizione in frac a un party di produttori, con occhiali fumè e bastone da ipovedente, l’ex mattatore di varietà accompagnato da un’attrice che giganteggia al suo fianco accudendolo come un’infermiera.

Per Totò, il più sublime e terragno dei nostri attori a cui spettò post mortem un destino d’intramontabilità, anche la cecità è stata un elemento utile a forgiarne l’icona, insieme a quella fama che, inossidabile, ancora oggi tracima da una generazione all’altra.

Di conseguenza, continua a emozionarci il capitolo esistenziale del Principe riguardante l’episodio di quel trauma che, rendendolo quasi cieco, lo costrinse al definitivo ritiro dalle scene.

Il fattaccio, com’è noto, si consumò sulle tavole del Politeama Garibaldi di Palermo, durante l’infausta replica del 3 maggio 1957 di una rivista prodotta dal signor Errepì, il re degli impresari Remigio Paone, che per Totò segnava il trionfale ritorno in teatro dopo i sette anni in cui era stato risucchiato dal cinema.

Una rivista che aveva lo stesso titolo, A prescindere, del recente documentario con il quale Gaetano Di Lorenzo — volenteroso esploratore dei sentieri meno battuti del made in Sicily (suo è il lodevole e premiato A proposito di Franco che ricostruisce vita e carriera del regista Indovina) — rende omaggio al calvario del maestro di tutti.

Lo fa con scrupolo, e con un garbo da paleo-tv, ricostruendo, nei 55 minuti prodotti dalla ArkNoah con la collaborazione della Sicilia Film Commission, i giorni che precedettero l’annuncio, temuto dai fans, a cui l’8 maggio offrì caratteri cubitali la prima pagina del giornale L’Ora: “Totò quasi cieco scioglie a Palermo la compagnia”.

Di Lorenzo, affiancato da Francesco Torre per la sceneggiatura, recupera le immagini del mitico spettacolo amatorialmente riprese da un ballerino della compagnia a Livorno, adopera testimoni e ricostruisce un’intervista immaginaria al Principe (chiamando Ferdinando Chifari e Gianfranco Ponte a interpretarla).

Il tutto per riesumare gli avvenimenti e commentarli con alcune vibranti riflessioni di De Curtis alias Totò e della sua ultima amatissima compagna di vita Franca Faldini.

Così ripercorriamo la sequenza del dramma, già riportata in “Totò, l’ultimo sipario”, un memoir del 2013 scritto dal giornalista Giuseppe Bagnati, a cui questo documentario si ispira. Il 3 maggio al Politeama, Totò era impegnato a fare il verso a Gassman in uno sketch su Napoleone quando, all’improvviso, si guardò intorno a occhi sbarrati e voltò le spalle al pubblico che si scompisciava invocandolo come un santo (“Totò, si ‘na muntagna ri zuccaro!”), per poi sussurrare alla sodale Franca, che recitava accanto a lui, “Non ci vedo, è buio pesto”.

Quella sera prevalse l’ostinazione del “must go on”, del tirare avanti stoicamente per arrivare alla marcetta in passerella, e lo stesso nei due giorni delle repliche successive, quando il Principe sfidò l’avvicendarsi delle emorragie che aggravarono (forse per via di una precedente broncopolmonite) le già precarie condizioni dell’occhio sinistro e quelle del destro traumatizzato, fino a quella che sarebbe stata l’ultima recita di domenica 5.

Il giorno appresso arrivò la resa, dopo la sentenza medica attestante il “severo stato patologico” del paziente. Ai duemila palermitani accalcati davanti al Politeama la brutta notizia dello spettacolo sospeso arrivò insieme al clamore degli strilloni che si sgolarono diffondendo l’annuncio “Totò annurbò!”.

All’attore non rimase che tornare mestamente nella sua Napoli, e poi a Roma, per affrontare una lunga convalescenza. E questo mentre il tam-tam sul dramma provocava la solidarietà dei colleghi, molti dei quali (Tino Scotti in testa) si dichiararono disposti a donare un occhio al Principe purché potesse continuare a lavorare. Cosa che fece, ma solo nei film, fino al 15 aprile del 1967, quando morì stroncato da una gragnola d’infarti.

Ma a proposito delle “ore di schianto e di apprensione” (così qualcuno scrisse) vissute a Palermo, Di Lorenzo dà la parola a quell’oculista, Giuseppe Cascio, a cui si deve la decisiva visita che avvenne nel suo studio di via Meccio in quel maledetto lunedì di 63 anni fa.

L’occasione è buona per rievocare le spiritosaggini del Principe (“Veda professore, dall’ombelico in giù la situazione è normale, viceversa dall’ombelico in su…”), la diagnosi di retino-coroidite che lasciò poche speranze, e lo sgradevole episodio dei due impresari di Caltagirone, inquietati dal fatto di dover rinunciare ai “sold out” di qualcuna delle rimanenti repliche siciliane di A prescindere, che offrirono una lauta ricompensa all’oculista in cambio di una compiacente attenuazione della diagnosi nella relazione medica per convincere Totò a proseguire la tournée, e che furono bruscamente accompagnati alla porta.

Quegli impresari si mossero sulla stessa linea del loro collega Paone, che arrivò a pretendere per il suo scritturato una visita fiscale, un gesto cinico che provocò la definitiva rottura dello storico sodalizio.

Accanto alle testimonianze del fotografo Gigi Petyx, autore del primo scatto palermitano di Totò mentre abbassa gli occhiali da sole svelando lo sguardo perso nel vuoto, e di qualche estasiato totòfilo, tra cui lo stesso esegeta Bagnati e il giornalista Nello Bonvissuto presente a una delle repliche del Politeama, il documentario dà spazio a quella di un altro fan d’eccezione. È l’attore Elio Pandolfi, protagonista della grande stagione dell’italico teatro leggero comme il faut, e che qui racconta, dall’alto dei suoi magnifici 93 anni, l’emozione di stare seduto in platea davanti a uno spettacolo della leggendaria coppia Totò e Anna Magnani (era Volumineide al Valle di Roma nel 1942), con lei che guarda lui in costume da Pinocchio e poi fa “Ammappete che naso che te ritrovi, se tanto me dà tanto…!”.

Ma il ricordo più toccante è quello di Franca Faldini (scomparsa nel 2016 e qui efficacemente richiamata dalla voce di Emanuela Mulé), quando evoca l’unica occasione in cui, durante il suo travaglio da ipovedente, Totò pianse. Successe di fronte a uno specchio domestico, appena si rese conto che il frac, indossato tante volte sulla scena, gli stava stretto per via dell’impinguamento causato dall’ozio forzato.

Forse in quel caso il Principe si convinse che per lui si chiudeva un cerchio. Perché, come ha scritto una volta il suo illustre estimatore Dario Fo, la prima scuola di Totò fu proprio lo specchio, davanti al quale imitava, ad inizio di carriera, il macchiettista Gustavo De Marco, colui che aveva ispirato la sua prodigiosa maschera, “sintesi magica, non di un personaggio, ma di un mito”.

 

 

 

 

 

 

- GALLERY -