martedì, 12 dicembre 2017

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TITI’ E VINCENZINA di Franco Scaldati – Progetto e regia di Umberto Cantone, Guido Valdini – Con Serena Barone, Aurora Falcone
Foto di Alessandro D'Amico

TITI’ E VINCENZINA di Franco Scaldati – Progetto e regia di Umberto Cantone, Guido Valdini – Con Serena Barone, Aurora Falcone

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Tipologia:  Commedia

Di:  Franco Scaldati

Regia:  Umberto Cantone, Guido Valdini

Location:  Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo/ Spazio delle Tre Navate

Data/e:  2 luglio 2017

Produzione:  Compagnia di Franco Scaldati per il progetto "Franco Scaldati, la lingua e l'attore" a cura di Georges Lauvadant, Matteo Bavera, Melino Imparato

Cast:  Serana Barone, Aurora Falcone

Scene:  Consulenza di Enzo Venezia / Luci e fonica di Michele Ambrose

Note: 

In GALLERY la sequenza fotografica dello spettacolo con foto di Alessandro D’Amico e Alberto Bilardo

 

NOTE SU TITI’ E VINCENZINA 

Nel mondo poetico di Franco Scaldati, animali, piante, astri, la natura insomma, sono pure evocazioni che sanno di profumo e di selva, sono elementi fortemente fisici che conservano e trasmettono la loro memoria incorporea. Allo stesso modo, uomini e donne posseggono la durezza del bisogno e l’inconsistenza della favola. Solo così possono sfuggire alla definizione di “personaggi” teatrali e considerarsi parti viventi e morenti dell’universo.

Anti-personaggi ancora inesplorati del teatro scaldatiano, Titì e Vincenzina sono ombre di carne e corpi di nebbia, che nascono, vivono, muoiono, rinascono; e nel frattempo, perennemente abbagliati da uno stupore che non nasconde malizia e da un’innocenza che svela un ancestrale dolore, giocano alla vita.

Sono bambine cui il quartiere ha fatto da genitori, attraversano il candore dell’infanzia, diventano donne, scherzano imitando le “signore” e le “buttane”, si pongono dubbi stralunati e metafisici, s’interrogano sulle loro identità, osservano il reale come fosse assurdo e considerano la follia verità, sono curiose, comiche e tragiche, confondono il sogno con la realtà, diventano vecchie e piene di ubbie, forse sagge e mai state sagge, conoscono il mistero del mare e della luna, svaniscono come il teatro ogni giorno.

Fra le tante e straordinarie figure di Scaldati, queste di Titì e Vincenzina ci hanno subito attratto perché non hanno mai fatto parte organica di un testo di Franco: solo qualche apparizione qua e là, poche battute, una qualche evanescenza. Abbiamo allora cercato di dare vita compiuta a Titì e Vincenzina, evitando di farne il doppio femminile dei più celebri Totò e Vicè (cui forse si deve la loro origine), contigue, ma profondamente diverse da loro. Attingendo ai testi di Scaldati e utilizzando solo la sua parola, abbiamo ricostruito le loro possibili esistenze e immaginato un trasognato percorso, quello di due anime gioiose e pietose sospese in un limbo tra vita e morte.

Ve lo presentiamo ancora sotto forma di studio, sperando di non tradire Franco. Anzi, volendolo in fondo tradire per amore: nel senso antico di “consegnargli” qualcosa. Come un dono. Che, alla fine, lui ha fatto a noi.

Guido Valdini

 

Quello di Franco Scaldati è un teatro che provoca domande radicali. Una di queste riguarda il valore della nostra esperienza di spettatori.
Per Scaldati questa esperienza passa sempre attraverso il riconoscimento, in essa, dell’esperienza più generale della relazione. Ed è sullo stesso orizzonte prospettico che si spinge il suo teatro di poesia. Poesia intesa, alla maniera di Paul Valéry, come “arte del vedere” perché è in grado d’intercettare immagini precedenti a ogni processo di significazione, un sogno del cervello direttamente suscitato dalla retina.
Scaldati era ben consapevole che non si dà immanenza in teatro se non attraverso la forma poetica, la sola capace d’invadere il territorio della percepibilità sfuggente, ambigua, risonante.
Un territorio dove a guardarsi e a essere guardato è sempre l’altro da sé.
Proprio su questo invito all’ascolto della di ogni alterità si fonda il congegno della sua scrittura, la necessità che modella ogni suo testo, i grandi come i piccoli e persino quelli che, prima del silenzio, attendevano di essere completati.
Esempio di un testo impaginato già prima di essere scritto è proprio Titì e Vincenzina, il frutto del nostro “laboratorio di trascrizioni”, composto di frammenti che sviluppano la felice invenzione di una coppia femminile speculare a quella maschile di Totò e Vicé.
Fin dall’inizio, precipitate da qualche sogno/sonno precedente, le due figurine del titolo cercano di darsi una qualche consistenza cominciando a vagare in un cimitero che somiglia a una pagina bianca desiderosa di essere riempita.
La memoria di remote sofferenze, di ferite mai rimarginate che appartengono sia all’una sia all’altra, accende in entrambe la tentazione di giocare al gioco della vita.
La loro amicizia resiste persino al sospetto di un delitto consumato l’una contro l’altra, finendo per alludere a quella shakespeariana di Elena con Ermia in Sogno d’una notte di mezza estate, il cui legame è descritto dalla prima come simile a “una di quelle ciliegie doppie che sembrano due ed è una sola”.
Titì e Vincenzina sperimentano una relazione che spinge ognuna di loro a guardare oltre se stessa, in un altrove dove il tempo della memoria intercetta quello del sogno.
Tutto si svolge in un faccia a faccia ora divertito e ora dolente, spesso scomposto e sempre malinconicamente acre.
Il richiamo dell’infanzia, della maturità e, infine, della vecchiaia – esperienza di un vissuto remoto che appartiene all’atlante antropologico di Scaldati – impone alle due ombre di carne nient’altro che un incessante, teatrale detour fatto di scambi, reciprocità, svelamenti allo specchio.
Accade tutto mentre, alle loro spalle, si ostina a scorrere il malinconico movimento di un’immagine di natura, una beckettiana finestra sul mondo.
Fino al cut di un finale aperto, tutto proiettato in platea, che allude all’irruzione di un altro desiderio (di vita o di poesia, qui è lo stesso) ironicamente inappagabile.
E’ noto come nel teatro di Scaldati, che sa farsi unitario nel suo frammentarsi, ogni metamorfosi è indicazione, amarissima, di sfinimento.
Ognuna delle sue sospensioni (come pure le tante ellissi, sfasature, esitazioni) propone, come se fosse vanamente illusoria e artificiale, l’idea di un morire che rivendica, spesso con ferocia, la propria appartenenza alla dimensione del vivere. E questo sempre suggerendo strazianti consonanze tra l’immaterialità del vissuto e quella del fare teatro.
Ma tutte le torsioni e i trascinamenti su cui Scaldati lavora, proprio perché appartengono alla ricreazione fantasmatica che è una delle facoltà del teatro di poesia, s’impongono prima di tutto di rovesciare sullo spettatore la domanda delle domande, quella che riguarda la più intima delle relazioni: “Che cosa guardo allo specchio quando mi guardo allo specchio”?

Umberto Cantone

 

 

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