martedì, 16 luglio 2019

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“La Vedova Couderc” di Georges Simenon, in “Lo Straniero”, anno XVIII, numero 174/175, dicembre 2014/gennaio 2015

“La Vedova Couderc” di Georges Simenon, in “Lo Straniero”, anno XVIII, numero 174/175, dicembre 2014/gennaio 2015

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Tipologia:  Note

Data/e:  11 dicembre 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

La scelta tra i tanti libri di Simenon è difficile e dolorosa. E questo perché non può che essere incerta, per un simenoniano devoto come me, la verifica di un’affezione elettiva: un titolo tra tutti, ed è come costringermi a proclamare la capitale di un territorio infinito e ancora oggi, per quel che mi riguarda, solo parzialmente esplorato.

Uno tra tutti? E allora sia il primo dei romans durs che a tempo debito si è fatto scegliere, per di più provocandomi la compulsione da collezionista delle sue edizioni: La veuve Couderc, il mio Simenon più perturbante con tutte le sue misteriose spigolosità, letto da ragazzo in un Oscar Mondadori del 1971 impreziosito dalla copertina disegnata da Ferenc Pintér, con in rilievo le sagome di due gendarmi che conducono alla ghigliottina Jean Passerat-Monnoyeur, il giovane outsider diventato l’assassino della vedova del titolo, in questa storia implacabile.

Fu proprio il personaggio Jean a imbrigliarmi, a provocare inizialmente un’ingenua identificazione con la sua aura di martire perfetto, carnefice per forza quando resta imprigionato nel gineceo campagnolo che è il regno della vedova Couderc (allora entrai in sintonia con l’equivocabile misoginia del romanzo, lo lessi come una specie di Notte brava del soldato Jonathan eastwoodsiegeliano, pensa che stupido!). Così m’immedesimai in lui, borghese come me e come me oppresso e sfasato, in fuga dalla propria dimensione sociale e ribelle per vocazione, Altro e Diverso, architetto metodico e crudele della propria condanna a morte, uno che s’immerge nella sperduta campagna di Montluçon nell’Alvernia (paesaggio e clima peraltro a me familiari), prima vagando “leggero come un uomo che niente tiene legato a niente” e poi abbandonandosi al miraggio delle “ore regalate” con “la testa piena di luce”, almeno in questo simile al coevo Meursault di Camus (del quale solo più tardi avrei scoperto le deboli analogie date per assodate da Gide).

Inizialmente scivolai sulla superfice cristallina di questo romanzo dalle simmetrie ingannevolmente profuse, annoverandolo tra quelli esposti alle programmatiche Réflexions sur la guillotine di Albert Camus, in questo confortato dalla versione cinematografica di Pierre Granier-Deferre che, con rozza disinvoltura, non esitò a infarcirla di riferimenti engagés all’Affaire Stavisky e all’Action Française, dotandola pure di un finale al ralenti in stile Ballata anarchica New Hollywood.

Già da allora mi sembrarono fuori ruolo, in quel film, il Jean di Delon, levigato e sfacciatamente solare, accanto a Simone Signoret, già magnifica chat simenoniana ma troppo matronescamente morbida come vedova Tati (immaginai al loro posto il più vibrante Patrick Dewaere, con tutto il suo bagaglio di fragilità isterica, e l’Anna Magnani di Pelle di serpente, una milf dalla sensualità terragna che magari avrebbe accettato di esibire il porro peloso, quel segno di concupiscenza animalesca che, nel romanzo, “orna” il volto della Couderc). Furono le successive riletture a rovesciarmi finalmente nella vertigine magnetica di Veuve Couderc, nella mise en abyme dei suoi motivi e delle sue figure: una volta frantumata la superfice e individuate le proporzioni della costruzione spiroidale di questo romanzo (sicuramente scritto più che mai in preda a una medianica inquietudine), ecco svelarsi il pozzo senza fondo dove si liberano gli echi dei simenoniani mots matières, raramente così crudi, evocativi, penetranti.

Non può esserci che un amore inacidito e avvilente a legare l’uno con l’altro i morituri che abitano il claustrofobico santuario rurale dei Couderc, nel quale Simenon concentra esemplarmente tutto il veleno della sua nichilistica visione dei rapporti umani, una “stanza della tortura” en plein air dove ogni manifestazione di rapacità familiare (e ancestrale, sociale, culturale), assieme a ogni pulsione sessuale (sempre deviata o negata), si fanno annunci di un destino senza redenzione. Oggi è Tati a sembrarmi la vera protagonista del romanzo, uno dei personaggi femminili più potenti ed emblematici in Simenon (altro che misoginia!): è lei a sedurre Jean, con la complicità della ragazza madre Félicie, per trascinarlo nel cul de sac del conclusivo omicidio/suicidio, diventando l’officiante e la sacrificata di un rituale funereo in cui siamo tutti chiamati a rispecchiarci. E, a proposito di riflessi, sono certamente indizi di transfert gli innesti autobiografici che Simenon dispone (inconsciamente?) in Veuve Couderc, attribuendo a Tati la malinconia nevrotica e il risentimento rabbioso dell’amata/odiata madre Henriette, mentre i personaggi del pusillanime cognato della stessa Tati e della riottosa preda di Jean hanno i nomi di suo padre Désiré e della sua zia matta Félicie.

Non so se tutto questo (e ci sarebbe molto altro da dire) basti a fare di Veuve Couderc un paradigma, un simbolo della sostanza di Simenon, l’espressione rivelatoria della sua utopia e della sua fibrillante disperazione di scrittore.

Comunque, caro Goffredo, mi hai chiesto un solo titolo e te l’ho dato, appunto come se fosse il primo e l’ultimo di Simenon, oppure l’impossibile capitale del suo status infinito.

 

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