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Simenon il mio sogno da ragazzina – Intervista a Marina Di Leo, traduttrice di Simenon per Adelphi

Simenon il mio sogno da ragazzina – Intervista a Marina Di Leo, traduttrice di Simenon per Adelphi

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  15 novembre 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Uomini che si ritrovano da un giorno all’altro annodati al proprio destino, in bilico su quell’abisso che, per loro, è diventato il mondo.

Sono questi gli uomini che Simenon ama mettere a nudo. Di queste fratture interiori ci racconta uno degli scrittori più prolifici di tutti i tempi, e non solamente nel suo I fratelli Rico, già da qualche mese in libreria, romanzo sulla disintegrazione di una famiglia mafiosa che ha il retrogusto di una tragedia classica.

Il fatto che sia stato scritto nel 1952 (e quindi 18 anni prima del Padrino di Puzo) ce lo consegna come l’ennesima prova della preveggenza del suo autore.

Di Simenon e del suo “romanzo di mafia” (che in Italia contava una sola edizione mondadoriana del 1958) parlo con Marina Di Leo, la scrittrice palermitana alla quale è stata affidata la traduzione di questa ennesima perla pubblicata dall’Adelphi di Milano che, dal 1985, gestisce con successo i diritti dell’opera omnia simenoniana.

Marina che appare così frugalmente charmante e così raggiante quando mi accoglie nel confortevole studio del suo pianterreno palermitano.

I fratelli Rico è il suo quarto roman-roman di Simenon tradotto, la conferma di un’affinità perseguita sin da ragazzina, quando consumava avidamente i libri dell’inventore di Maigret coltivando il sogno di poterli un giorno rimodellare.

Dopo la trasferta milanese, da laureata in Lettere appassionata di lingua francese che si fa le ossa con versioni di nicchia, arriva la fatidica proposta dell’editor di Adelphi, la rinomata francesista Ena Marchi.

“È stata lei a sottopormi la prova di traduzione offrendomi poi una serie di revisioni e finalmente l’occasione di “La chambre bleue”, un inedito di Simenon per festeggiarne il centenario della nascita”.

Dal 2003 in poi, Marina traduce per le collane di Adelphi altri titoli “durs” del narratore belga (Colpo di luna e L’angioletto) insieme con quelli dell’affilata francese di Kiev, Irène Némirovsky, e a una eccentrica novità del cinese francofono Dai Sijie.

Fino ad arrivare alla singolare gangster-story de I fratelli Rico, all’epoca tra i più popolari romanzi d’ambientazione americana di Simenon, stabilitosi temporaneamente in Usa.

Chiedo a Marina quali siano i “nodi” che avvinghiano il protagonista Eddie Rico, in Florida diventato un gregario di Cosa nostra (nel libro chiamata “organizzazione”), al quale i capi impongono di stanare il fratello minore Tony, testimone pericoloso in fuga per amore e intenzionato a “cantare” di fronte al Grand Jury.

“Scomodando Sofocle, Eddie sta a Ismene come Tony sta ad Antigone: un conformista a confronto con il fratello che, per opporsi al sistema di valori in cui è cresciuto, si dispone a un sacrificio estremo. L’antieroe protagonista, i cui genitori sono immigrati siciliani, è in preda a una crescente nevrosi che sconfina nell’ipocondria. La sua missione fraticida è una vera e propria discesa agli inferi durante la quale fa i conti con la presenza di una madre anaffettiva e col rimpianto della dolcezza paterna. A un certo punto Eddie sogna d’incontrare il padre diventato sordo mentre Tony gli appare trasfigurato in una bambola di gomma grigia che egli, da bambino, aveva rubato a una coetanea”.

Conflitto con una madre-virago, ipocondria, sensi di colpa, incubi freudiani? Non mancano gli elementi che accomunano Eddie al boss italoamericano in terapia psicoanalitica inventato da David Chase per la serie tv  I Soprano: l’ennesimo paradigma che quel diavolo di un Simenon ha saputo scovare in anticipo!

Quando poi Marina cita il brano dei Fratelli Rico che tratteggia l’ansia del protagonista in attesa degli ordini superiori (“Il problema è che non si sa mai con esattezza cosa stia succedendo”) è evidente l’assonanza con le angosce sulfuree dei due killer nel bunker del Calapranzi di Harold Pinter.

Esauriti i rimandi, domando a chi maneggia il bisturi sul corpo di quella magnifica scrittura: qual è il segreto di tanta acutezza?

“Simenon ha il dono dello sguardo obliquo. Nell’analizzare uomini e cose il suo motto era comprendere e non giudicare. Alimentava la propria lucidità imponendosi quella secchezza che è la caratteristica del suo stile. Una volta gli chiesero perché stesse affacciato a un balcone sciorinando i fogli sui quali aveva appena scritto un suo racconto e lui rispose che stava buttando via gli aggettivi di troppo. Il suo narrare fluido diventa così la sintesi di un pensiero che coincide con lo sguardo. E questa concretezza rende confortevole la sua prosa”.

Confortevole e però mai confortante.

Simenon è un rabdomante di veleni che fa vibrare la disperante debolezza dei suoi personaggi per poterli poi descrivere mentre sprofondano. La sua leggerezza ricercata lo rende libero da ogni tentazione letteraria. E chi lo traduce non può che assecondarne il lavorio di prosciugamento.

Mostrandomi il cantuccio dove si rifugia a lavorare, Marina mi racconta del suo difficile esercizio di equilibrismo:

“Con Simenon si corre sempre il rischio della sovrainterpretazione o dell’appiattimento traducendo la sua semplicità sintattica. Per questo adotto lo stesso metodo delle indagini di Maigret nell’affrontare l’impresa: prima m’impregno dell’atmosfera del testo e poi scavo nel suo fraseggio per dosarne con esattezza i registri e le temperature. A guidarmi è una frase che mi ripeteva mia nonna: chi non cuce e scuce non è maestra”.

Mentre prepara un buon caffè all’antica, la simenoniana di Palermo parla del progressivo suo abituarsi ai rumori del quartiere dove abita, a poche centinaia di metri da piazza Politeama: “All’inizio stentavo a concentrarmi, poi mi è diventata familiare la quotidiana irruzione di voci e di presenze. Questo caos è un segno di vita che m’ispira”.

Le ricordo la sfida del giovane Georges Sim che, per farsi pubblicità, avrebbe voluto scrivere un intero romanzo esponendosi in vetrina davanti ai passanti.

E così la geografia si confonde à rebours: anche Palermo può diventare Parigi mentre lo scrittore e la sua traduttrice viaggiano idealmente sullo stesso sentiero, assecondando le regole imposte dal corpo a corpo con la realtà.

Un corpo a corpo che, una volta consumato, in Simenon produce sempre effetti di straniante realismo e mai d’inerte naturalismo (imparino la lezione gli odierni elaboratori di bric a brac mimetico!).

Nei suoi libri c’è il distillato di un’impareggiabile alchimia che accompagna il lettore a identificarsi persino con il più spregevole dei soccombenti.

A patto che, come il mafioso Eddie Rico, egli continui a rimuginare ossessivamente sul proprio fallimento. Prima della caduta.

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