mercoledì, 27 gennaio 2021

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Sciascia e il cinema: “Il bell’Antonio” è un film insulso – Su “Questo non è un racconto- Scritti per il cinema e sul cinema”, Adelphi editore

Sciascia e il cinema: “Il bell’Antonio” è un film insulso – Su “Questo non è un racconto- Scritti per il cinema e sul cinema”, Adelphi editore

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  8 gennaio 2021

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per un soggetto cinematografico del 1968 sulla cronaca ancora scottante di Serafina Battaglia, madre coraggio di Godrano che fu pioniera tra le testimoni di giustizia, Leonardo Sciascia aveva pensato a un incipit da film noir echeggiante quello del suo Il giorno della civetta.

Un uomo fulminato da un colpo di lupara ai piedi di un albero d’arancio nella Conca d’oro e, a seguire, una serie di ammazzatine consumate nel paesaggio del Sacco di Palermo, tra le costruzioni “più o meno orrende” che da un decennio avevano sostituito le palazzine liberty, poi nel ventre della Vucciria dove trafficavano i contrabbandieri di sigarette, e infine tra i venditori di fiori e i loro turisti clienti di fronte al Teatro Massimo.

Una sommaria mappatura dei tòpoi della corruzione mafiosa in cui si declina, anche per questo film mai realizzato, la fede di Sciascia nei riguardi della realtà siciliana come “semenzaio inesauribile di soggetti spettacolari”, su cui una volta scrisse Gesualdo Bufalino ricostruendo la condivisa passione giovanile dei due scrittori nei riguardi della forza ispiratrice del cinema.

Il soggetto “Per Carlo Lizzani” sulla “vedova di mafia” è una delle perle di Questo non è un racconto. Scritti per il cinema e sul cinema, antologia di testi inediti e dispersi pubblicata da Adelphi nella collana Piccola Biblioteca e da oggi in libreria. Secondo il curatore Paolo Squillacioti, a cui si deve pure l’impresa recentemente completata dei tre volumi dell’opera omnia sciasciana, è il ricordo a costituire il filo rosso che lega i 27 scritti di questa raccolta.

Come se l’altalenante rapporto tra Sciascia e il cinema — quell’esperienza prima da spettatore e poi da ispiratore durante la quale l’iniziale entusiasmo del giovane cinéphile di provincia si trasformò nel maturo disincanto del letterato deluso dauna settima arte secondo lui diventata la mercantile “parodia” delle altre sei —  sia stato alimentato fino all’ultimo dalla nostalgia per il magico nutrimento di quel sogno su grande schermo al cui rituale, un tempo, lo spettatore era invitato a partecipare come “ombra che guarda altre ombre”.

Non è un caso, infatti, che gran parte degli scritti di Questo non è un racconto siano ritratti di divi e divine, una brillante crestomazia in cui Sciascia ha proiettato il suo vigilato rapporto d’amore per il cinema. Dagli adorati Louis Jouvet e Ivan Mosjoukine (colui che gli provocò la prima folgorazione pirandelliana con la sua interpretazione nel Fu Mattia Pascal di l’Herbier) a Gary Cooper incarnazione eroica della “frontiera che separava il fascismo dalla civiltà”.

Da Chaplin e Keaton simboli di una comicità tanto “nobile” quanto “impossibile” al conterraneo Musco mattatore plebeo che dispensò risate “di riconoscimento e di somiglianza”. Da Clara Bow icona di erotismo vampiresco a Marilyn epocale vittima della propria isterica inadeguatezza.

E poi le lance spezzate a favore di Fellini, Bergman, Amelio, Pasolini (nonostante l’imbarazzo per il suo testamentario Salò/Sade), e del Tornatore di Nuovo Cinema Paradiso, un requiem sul cinema che fu. Non mancanole staffilate nei riguardi dei “cascami letterari e figurativi” di Antonioni, dell’“insulso film” che Bolognini trasse dal Bell’Antonio di Brancati, e del marchiano errore di Visconti che, nel suo Gattopardo, trasforma il don Fabrizio del romanzo “da uomo classico a uomo decadente”.

Tra gli scritti non compresi nella precedente raccolta sul cinema secondo Sciascia (Le maschere e i sogni, curata da Sebastiano Gesù nel 1992), troviamo alcune agguerrite risposte alle polemiche suscitate, durante gli anni di piombo, da Cadaveri eccellenti di Rosi (che, tratto dal suo Il contesto, subì una denuncia per vilipendio alle istituzioni) e Todo modo di Petri che fu vittima di un persistente boicottaggio nella distribuzione.

Curiosi sono pure gli altri inediti soggetti per progetti troncati sul nascere, accanto a quello per Lizzani. Alla Wertmüller era destinata la storia di un’altra testimone scomoda di un delitto mafioso alla quale i parenti prospettano l’internamento in manicomio, mentre il dattiloscritto “per Sergio Leone” risalente al 1972 resta l’unica testimonianza di una collaborazione naufragata dopo uno sfortunato incontro palermitano a Villa Igea dove, secondo Roberto Andò, il regista incalzò un po’ troppo il riottoso scrittore. Più che un soggetto è una “discussione su un soggetto” in cui traspaiono architettura narrativa, ambientazione e personaggi del capolavoro futuro del regista, C’era una volta in America, anche se la trama imperniata sul solito malloppo conteso sembra ispirarsi ai crepuscolari polar di Jean-Pierre Melville. Ma lo scritto che rivela la corda pazza della cinefilia di Sciascia è il resoconto della sua trasferta parigina per i funerali di René Clair, il suo regista di riferimento.

Arrivato in ritardo alla cerimonia, lo scrittore decide d’inseguire il feretro proprio come in Entr’acte, rendendosi poi conto di essere precipitato nella surreale realtà del prediletto film di Clair. Un film in cui anche un funerale può diventare “fuoco d’artificio”, e quindi puro cinema.

 

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