martedì, 16 luglio 2019

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Cinelibri » Quo vadis? – Cinelibro Fratelli Treves del 1914 con illustrazioni tratte dal film “Quo vadis?” (1912) di Enrico Guazzoni
Quo vadis? – Cinelibro Fratelli Treves del 1914 con illustrazioni tratte dal film “Quo vadis?” (1912) di Enrico Guazzoni

Quo vadis? – Cinelibro Fratelli Treves del 1914 con illustrazioni tratte dal film “Quo vadis?” (1912) di Enrico Guazzoni

Print Friendly

Autore:  Enrico (Henryk) Sienkiewicz

Tipologia:  Romanzo - Edizione illustrata da 78 fotografie di scena

Film di riferimento:  "Quo Vadis ?" (Italia, 1912) di Enrico Guazzoni. Con Carlo Cattaneo, Amleto Novelli, Olga Brandini, Lea Giunchi, Amelia Cattaneo, Bruto Castellani, Ida Carloni Talli, Augusto Mastripietri, Gustavo Serena, Lia Orlandini

Editore:  Fratelli Treves

Origine:  Milano

Anno:  1914

Caratteristiche:  Legatura editoriale in cartone rinforzato con fregi al piatto superiore e al dorso. All'interno 78 tavole fotografiche (alcune in cartoncino a piena pagina fuori testo, altre nel testo) tratte dal film

Edizione:  Prima

Pagine:  430 + 8

Dimensioni:  cm. 31 x 20,5

Note: 

Edizione cinematografica, sontuosamente rilegata, del romanzo Quo Vadis?  di Henryk Sienkiewicz con 78 illustrazioni fotografiche in bianco e nero del film Quo Vadis? (1912) di Enrico Guazzoni, prodotto dalla Cines. Il volume delle edizioni «Fratelli Treves» è stato pubblicato nel 1914, ed è il primo cinelibro italiano.

Questa pubblicazione segna l’ingresso del cinema come fonte iconografica per  le illustrazioni di prodotti editoriali in volume legati alla narrativa e, in particolare, al romanzo. La maggior parte delle  immagini del libro, meno quelle delle tavole a piena pagina, sono inscritte nel testo e commentate da succinte didascalie che, con qualche semplificazione esplicativa, rimandano a brani dell’opera di Sienkiewicz . Si tratta di fotografie di scena e di ritratti degli interpreti nei rispettivi ruoli, secondo una impostazione figurativa che ha come referente principale la pittura accademica ottocentesca. A quell’epoca, il modello iconografico di riferimento erano  le opere del pittore  neoclassico  Jean-Léon Gérome, la cui influenza condizionò gli schemi compositivi delle svariate forme di materiale illustrativo che utilizzavano il medium cinematografico (opuscoli pubblicitari, periodici che ospitavano racconti originali o novellizzazioni, cartoline postali).    

La prima edizione di Quo Vadis? uscì in originale nel 1896 per le edizioni Gebethner & Wolff. In Italia, il romanzo fu pubblicato per la prima volta a puntate in appendice al «Corriere di Napoli» nel 1897 e, in volume, dalla Libreria Dekten & Rocholl di Napoli nel 1899 con la traduzione di Federico Verdinois.

In questa edizione, la traduzione italiana del romanzo (non dichiarata) è di Ketty Nagel.

Oltre alle illustrazioni di scene, il volume ospita 8 tavole in cartoncino con i ritratti dei protagonisti del film:

Carlo Cattaneo (Nerone), Lea Giunchi (Licia), Amleto Novelli (Vinicio), Olga Brandini (Poppea), Ida Carloni Talli (Pomponia), Amelia Cattaneo (Eunice), Bruto Castellani (Ursus), Augusto Mastripietri (Chilone Chilonide).

 

 

IL FILM 

Il Quo Vadis? realizzato dall’ex pittore Enrico Guazzoni per la «Cines» nel 1912 uscì in Italia (e contemporaneamente negli Stati Uniti e in Francia) nei primi mesi del 1913, riscuotendo un grande successo di pubblico.

Il film fu un’imponente operazione produttiva e distributiva che impose, a livello internazionale, il rivoluzionario metodo dell’industria cinematografica italiana. Sulla sua lavorazione, avvenuta negli stabilimenti romani della «Cines» e protrattasi per più di un anno, fu mantenuto un fitto mistero che alimentò la leggenda di questa terza trasposizione del romanzo di Sienkiewicz, dopo quelle francesi del 1901 di Ferdinand Zecca e della Film d’Art (1910-11, regia di André Calmettes), e alla quale sarebbero seguite quella di Gabriellino D’Annunzio e George Jacoby del 1924, la versione hollywoodiana di Mervyn LeRoy (1951), la miniserie televisiva di Franco Rossi del 1985 e quella polacca del 2001 diretta da Jerzy Kawalerowicz.

La «Cines» fu abile ad assicurarsi i diritti d’autore dell’opera letteraria, al contrario di quanto aveva fatto Zecca e, più avanti, i produttori della «Film d’Art». Questi ultimi furono costretti a dare un nuovo titolo al loro film (ritirato e poi uscito sugli schermi tra il 1910 e il 1911 come Au temps des premiers chrétiens, per la regia di Calmettes e con l’interpretazione di Albert Lambert,Georges Dorival e Lilian Greuze) per l’intervento dello stesso Sienkiewicz che tutelò commercialmente il marchio del proprio romanzo, diventato nel frattempo un bestseller.

Il Quo Vadis? di Guazzoni ebbe un costo considerevole per l’epoca (che oscillò tra 45 e le 60 mila lire), utilizzò circa 3 mila attori e comparse, e  uscì in 6 bobine e 3 parti per 2 ore complessive di proiezione (una delle più lunghe fino a quel periodo). Secondo lo storico del cinema Georges Sadoul, il film fu venduto negli Stati Uniti per 150 mila dollari, in Inghilterra per 8000 sterline, in Germania per 200 mila franchi e in Belgio per 35 mila franchi. Fu dunque un vero e proprio trionfo, peraltro inaspettato. La più grande sala cinematografica del mondo, il Gaumont-Palace di Parigi, lo presentò agli spettatori con l’accompagnamento musicale scritto per l’occasione dal compositore Jean Noguès ed eseguito da un coro di 150 elementi. A Berlino la «Cines» inaugurò con questo titolo la sua quinta sala (con la direzione artistica dello scrittore Hans Heinz Ewers), il cui biglietto d’ingresso costava 3 marchi. La Albert Hall di Londra, trasformata per l’occasione in cinematografo, accolse circa 20 mila persone ad ogni sua proiezione, mentre Re Giorgio V, dopo aver visto il film, volle congratularsi personalmente, assieme alla regale consorte, con Bruto Castellani  per la sua interpretazione del personaggio di Ursus. A New York la pellicola, importata negli Stati Uniti dal distributore George Klein, fu presentata all’Astor Theatre di Broadway, a partire dal 21 aprile 1913 per 22 settimane consecutive (costo del biglietto: 1 dollaro e mezzo, il triplo di quanto si pagava allora nei cinematografi più lussuosi). Altrettanto trionfale ed economicamente proficua fu l’accoglienza in Canada. Per la “prima” italiana, svoltasi al teatro Costanzi di Roma nel marzo del 1913 (a cura della Società anonima cinematografica italiana), venne ingaggiato un coro di 50 cantori delle basiliche romane che eseguì alcuni brani liturgici, alla presenza di un folto pubblico mescolato a rappresentanti delle autorità cittadine, di ambasciatori e di personaggi della cultura e dell’arte. La scrittrice Matilde Serao, in quel caso corrispondente per «Il Giorno» di Napoli, manifestò tutto il suo entusiasmo in un articolo, uscito il 4 marzo del 1913 e intitolato La vita palpitante d’un grande romanzo ( «È uno spettacolo mai visto. La cinematografia non ha mai creato nulla di simile. Sì, è un mondo quello che la Cines ha ricostruito. Un mondo d’una bellezza che incanta e fa fremere e di cui Licia è il gran sole di poesia.»). Quo Vadis? venne proiettato con altrettanto successo al teatro Del Verme di Milano, al Mercadante di Napoli, al Rossini di Venezia, al Verdi di Firenze, alla Fenice di Trieste, al Politeama di Livorno.

Furono dunque particolarmente ingegnosi i criteri adottati per la distribuzione del film. La« Sapic» – società presieduta dal marchese Alfredo Capece Minutolo di Bugnano che, dal marzo del 1912 si era costituita per la vendita e il noleggio dei film «Cines»– ricorse al sistema delle concessioni in esclusiva per zone (una strategia sperimentata a partire dal 1910) e all’affitto dei maggiori teatri cittadini in grado di ospitare un numero notevole di spettatori, elevando il costo del biglietto a 2 lire e oltre, una cifra record per quegli anni.

Ma il successo di questa versione di Quo Vadis? non si deve solamente all’abile strategia distributiva e di marketing dispiegata, uno dei cui prodotti è la lussuosa “edizione cinematografica” del romanzo, pubblicata dalla Fratelli Treves e illustrata con le fotografie di scena del film.

Scrive Georges Sadoul nella sua Histoire générale du cinéma (Storia generale del cinema – II. Il cinema diventa un’arte, traduzioni di Ernesto Ferrero e Alberto Blandi, Torino, Einaudi, 1967, pp.148-149): «Non si era mai visto un film del genere. Sullo sfondo di scenografie a tre dimensioni (e tuttavia non mancava qualche tela di fondo) si svolgevano orge gigantesche, i cui convitati erano cinti di rose mentre i cristiani crocifissi bruciavano come torce. Un grasso imperatore suonava la lira mentre il fuoco divorava la città. Petronio si svenava nel bagno, san Pietro predicava nelle catacombe. L’astuto e crudele Tigellino perseguitava la patrizia cristiana Licia che, gettata nell’arena, era salvata dalla furia di un toro dal fedele Ursus. La bestia che egli abbatteva non aveva lo stesso colore di quella che minacciava Licia, ma gli spettatori non guardavano tanto per il sottile. Il successo del film doveva proseguire sino al termine della guerra e lo scultore Rodin, facendo sua l’ammirazione universale, lo proclamò ad alta voce un capolavoro».

A provocare lo straordinario consenso attorno al film di Guazzoni contribuirono l’articolata struttura del suo decoupage che, scandendo sinteticamente i passaggi narrativi dell’opera originaria, esibiva una vivacità drammaturgica in grado di superare quella qualità meramente illustrativa che, in precedenza, era la caratteristica di simili prodotti: in Guazzoni a trionfare era finalmente una intensità figurativa propria del cinema.

Scrive lo storico del cinema napoletano Roberto Paolella, nella sua Storia del cinema muto (Napoli, Giannini Editore, marzo 1956, pp.163-165): «La verità è che la conquista dello spazio nell’arte cinematografica è soprattutto opera degli italiani. È infatti questo rilievo fondamentale che serve ad inquadrare, nel suo giusto valore, opere come Quo vadis? Marcantonio e Cleopatra che appunto rappresentano le prime gigantesche macchine spettacolari fabbricate nello spazio, ai fini della visione cinematografica. (…) Enrico Guazzoni, che presiede alla loro messa in scena, è infatti il primo artista del cinema il quale si impone totalitariamente il problema della prospettiva, intesa proprio nell’enunciazione di Leonardo, come dislocamento di uomini e di cose che si presentano alla vista secondo la loro lontananza e posizione, realizzando prevalentemente in esterno e non più in palcoscenico le sue imponenti costruzioni. Egli è il primo a immettere nelle sue coreografiche composizioni grandi volumi di spazio luminoso e aerato tra l’apparecchio di ripresa e le costruzioni sceniche, montate direttamente all’aria aperta, ad inserire in campo il maggior numero di circhi, di templi, di edifici; a convalidare, con la presenza stessa di queste moli spettacolari su piani differenti, la sempre maggiore signoria dello spazio (…). Ognuno dei suoi film risulta così un organismo unico, una macchina completa e complessa che agisce nello spazio, perché tutto in essa riconduce alla costruzione e, attraverso questa, alla profondità dei piani. (…) Fiere, animali, incendi, terremoti, tutto serve dunque a Guazzoni per costruire il film a modo di una gigantesca fabbrica, come se egli si fosse studiato di dare la maggiore stabilità e di imporre una sorta di fisica solidità a un’arte che sembrava la più instabile e come travolta dall’assillo indeclinabile del movimento. Perciò tutto il fumo, il fracasso e la confusione dei posteriori film “storici” di Cecil B.De Mille non riusciranno mai ad eguagliare la ricca suggestione di queste prime prospettive degli italiani, il gusto di queste armoniche ordinanze strutturali, il luminoso stacco di queste composizioni alle quali presiedono sei secoli di arte e di fantasia italiane. Guazzoni non ha certo applicato i testi di Vitruvio nel metter su i suoi grandi film spettacolari ma, intanto, egli dimostra di conoscere la scienza dei volumi, dei rapporti tra le varie parti dei diversi edifici che entrano nel campo della sua camera, della logica della costruzione, al punto che certe sue inquadrature di portici, di cupole, di palazzi, ville, teatri e fontane sembrano mantenere intatto il prestigio della grande tradizione pittorica italiana, dove le architetture costituiscono al tempo stesso lo sfondo delle figure umane e il luogo della loro evoluzione. »

 

 

 

 

Sinossi: 

L’azione si svolge nella Roma all’epoca di Nerone. Ligia, giovane e avvenente figlia di un re barbaro consegnata da bambina a Roma come ostaggio, è stata accolta come una figlia dalla famiglia del celebre generale Aulo Plazio. A convertirla al cristianesimo provvede la moglie di questi, Pomponia. Il nobile Marco Vinicio che, infortunato, ha trovato conforto a casa del generale, si innamora della fanciulla che lo ricambia con discrezione. Una volta guarito, Vinicio non si libera dalla propria ossessione amorosa e si rivolge a suo zio, l’elegante Petronio, il quale induce l’imperatore a sottrarre Ligia alla tutela di Aulo Plazio per regalarla al nipote. Alla richiesta di Nerone, Aulo Plazio è costretto a cedere ed invia Ligia al palazzo imperiale accompagnata da alcune ancelle e dal gigantesco Ursus, un suo devoto popolano, che segue la ragazza come uno schiavo. Nel corso di un’orgia, Vinicio, in preda all’ubriacatura, tenta di possedere Ligia che, inorridita dalla volgarità e dalla brutalità del suo spasimante, trova in Ursus il suo difensore e poi ripara presso la comunità dei cristiani. Furibondo per lo scacco subito, Vinicio medita vendetta e comincia a dare la caccia alla giovane amante mancata con l’intenzione di umiliarla. Ad aiutarlo nella  febbrile ricerca è un greco parassita, Chilone Chilonide che riesce a scovare Ligia servendosi di Crotone, il più forte lottatore di Roma. Durante un violento tentativo di rapimento, Crotone viene ucciso da Ursus al quale viene sottratto Vinicio per intercessione della stessa Licia che, in nome della bontà cristiana, perdona pure Chilone, reo di avere provocato la rovina di uno dei cristiani presenti. Tale comportamento provoca una profonda crisi spirituale in Vinicio che, in seguito, chiede agli apostoli Pietro e Paolo, giunti a Roma in visita alla comunità cristiana, la mano della fanciulla. Così i due giovani vedono benedetto il loro legame. Ligia è però costretta a rimanere nascosta perché accusata di avere provocato con un maleficio la morte della figlia di Nerone e Poppea. Grazie all’abile retorica di Petronio, capace d’influenzare il lunatico imperatore, l’accusa viene ritirata e la coppia sembra destinata a potersi unire in matrimonio. Ma altre dure prove attendono Ligia e Vinicio. Nerone, che sta componendo un poema su Troia, per recuperare la propria ispirazione decide di fare incendiare Roma. Poi, spaventato dalla reazione del suo popolo, su suggerimento del perfido Tigellino che si avvale della falsa testimonianza dell’ingrato Chilone, getta la colpa dell’incendio sulla comunità cristiana e scatena una terribile persecuzione. Nemmeno Petronio riesce a far desistere l’imperatore dalla sua crudele determinazione e anzi cade in disgrazia. Vinicio non riesce a sottrarre la sua amata Ligia, ritrovata dopo l’incendio, all’arresto, né riesce a liberarla. Al giovane, nel frattempo convertitosi al cristianesimo, non resta che affidarsi a Cristo. Mentre si consumano orribili stragi, e persino il redento Chilone riscatta con una morte da martire la sua vita miserabile, a Ursus tocca di affrontare nell’arena un duello decisivo: la povera Ligia è infatti stata legata, priva di sensi, alle corna di un enorme bisonte, e solo la forza del suo gigantesco compagno di sventura può fronteggiare la furia scatenata dell’animale. Dopo una lotta sovrumana, Ursus riesce a neutralizzare il bisonte, mentre Vinicio, sceso nell’arena, arringa la folla degli spettatori per chiedere che la fanciulla sia risparmiata. Dagli spalti arriva una invocazione di clemenza all’imperatore. Nerone è costretto a concederla e i due giovani, una volta sposati, si recano in Sicilia. L’apostolo Pietro è indotto dai fedeli ad allontanarsi da Roma per sfuggire alla persecuzione. Lungo la strada incontra Cristo che, alla sua domanda Quo vadis, Domine?, afferma di volersi recare a Roma per essere di nuovo crocifisso, visto che lui, Pietro, ha pensato di abbandonarlo. Pietro allora torna a Roma e subisce il martirio e, come lui, Paolo. Petronio, ormai consapevole di essere condannato dalla furia paranoica di Nerone, si toglie la vita durante un banchetto allestito per l’occasione e in compagnia della schiava che ama. Rovesciato da una rivolta militare, anche Nerone decide di porre fine ai suoi giorni, facendosi uccidere da un suo schiavo per evitare la morte infamante decretata dai senatori che lo hanno destituito.

- GALLERY -