martedì, 16 luglio 2019

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Quell’ode di Vittorini alla bellezza di Ingrid Bergman

Quell’ode di Vittorini alla bellezza di Ingrid Bergman

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  28 dicembre 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Nel maggio del 1952, per celebrare il cinema italiano in ascesa, l’A.N.I.C.A. realizzò una pregevole iniziativa editoriale. Chiamò a raccolta i migliori letterati sul campo e propose loro di commentare, con rapide didascalie, 30 fotografie di attrici e attori, tra i più popolari presso gli spettatori che, nel dopoguerra, avevano ricominciato a riempire le sale cinematografiche. Il risultato è “Volti del cinema italiano”, una raccolta di cartelle sciolte affidata alla grafica del pittore Fabrizio Clerici dalla rinomata Bestetti – Edizioni d’Arte di Roma (una pubblicazione diventata presto introvabile).

Tra gli autori incaricati, figuravano i siciliani Vitaliano Brancati, Elio Vittorini e Salvatore Quasimodo. Gli altri appartenevano tutti al blasonato parterre culturale dell’epoca, da Moravia alla Morante, da Savinio a Cecchi, da Pratolini a Carlo Levi, da Cardarelli alla Bellonci.

Di questi, pochi avevano esperienze di set, ma nei salotti o terrazze o caffè romani erano soliti mescolarsi a registi, sceneggiatori e star affermate o rampanti.

Nell’Italia rattoppata degli anni ’50 che si preparava al Boom, l’industria cinematografica provava dunque a flirtare anche con gli intellettuali più riottosi ed elitari, in cerca di aura nuova oltre che di spunti narrativi e figurativi.

Principalmente, l’impresa dei Volti costituì, per ognuno di quegli illustri convitati, l’occasione di manifestare l’intima attrazione che li annodava all’oggetto della loro esperienza di spettatori del grande schermo.

E così Vittorini si lasciò andare a un’ispirata dichiarazione d’amore per Ingrid Bergman: “La sua bellezza è rappresentativa di tutto ciò che nel mondo risulta bello anche in senso morale, anche in senso intellettuale”. Quasimodo compose un peana per la sua adorata Lea Padovani, “entrata con l’arte nella vita di ogni giorno, gelosa di dolore, sorridente di sogni appena dispersi”. Mentre l’attore naturalizzato catanese Umberto Spadaro, nel complice ritratto che ne fece Brancati, diventò “simbolo della ragione umana costretta a sopportare, nella società moderna, violenze e prepotenze di ogni sorta”. Ma è stato Vittorini a individuare la specificità di quell’attrazione condivisa dal colto e dall’inclita: “Insieme alla capacità di riconoscersi in immagini di quello che sono, gli uomini hanno anche la capacità di riconoscersi in immagini di quello che potrebbero essere”. Per questo andare al cinema poteva essere, a quei tempi, un adempimento necessario.

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