martedì, 16 luglio 2019

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Quando Pasolini intuì il futuro di Sciascia

Quando Pasolini intuì il futuro di Sciascia

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  30 novembre 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Per celebrare la figura di Pasolini, evidenziando i motivi di affezione che lo legavano al poeta intellettuale ammazzato il giorno prima, Sciascia recuperò la memoria del proprio libro d’esordio.

Lo fece in apertura del suo appassionato articolo Ero il solo con cui potesse parlare, pubblicato da L’Ora di Palermo il 3 novembre del 1975. Raccontò di aver ritrovato la recensione pasoliniana al suo “primo libretto” del 1950, Favole della dittatura, di cui l’amico scomparso parlò, a detta di Sciascia, «sapendo quello che avrei scritto dopo, fino a oggi».

In quell’occasione, lo scrittore di Racalmuto non nascose però la critica che Pasolini mosse a quel debutto letterario, la notazione circa il «linguaggio troppo puro» di queste «squisite» favole antifasciste che si rifanno a Esopo, alla «maiolica orientale» e alla «lirica popolare», emanando bagliori metaforici la cui preziosità formale spinge il lettore a chiedersi «se, per caso, il loro stesso contenuto, la dittatura, non sia stata una favola».

Chissà se fu per colpa di quell’autorevole recensione o delle critiche ricevute da «alcuni amici in Sicilia», fatto sta che Favole della dittatura rimase, per il suo autore, un acerbo esercizio di stile, talmente minore da non volerlo includere nella propria antologia dei Classici Bompiani, uscita nel 1987, due anni prima della sua scomparsa (di cui in questi giorni ricorre il 25° anniversario).

Grazie alla recente nuova edizione Adelphi, compresa nel progetto ancora in fieri dell’opera omnia, quel titolo rimosso è tornato in auge.

Chi ne conserva l’originale, pubblicato nel settembre del 1950 dalla romana Bardi, sa di possedere una rarità. Se ne stamparono 250 copie, delle quali 222 numerate, in carta a mano Fabriano e sobriamente brossurate, il tutto amorevolmente curato dal poeta Mario Dell’Arco, sodale di Sciascia e promotore dell’impresa.

Al di là dei rilievi sull’eccessivo “purismo”, Pasolini aveva ragione: in queste 27 sapide favolette, in questo colorito bestiario antropomorfo che mette alla berlina carnefici e vittime di poteri e autoritarismi in Italia sempiterni, c’è tutto lo Sciascia che verrà.

C’è la sua vocazione per l’allegoria nera e oracolare, c’è la traccia stendhaliana del suo malinconico disincanto, c’è l’illuminata bizzarria di scrittore engagé che ama il paradosso e vede il mondo come un labirinto, c’è il suo gusto per la sintesi sapienziale e per la prosa poetica, c’è lo stile prima di tutto. E c’è l’eresia di certa letteratura pura che invecchia bene, come i vini migliori.

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