giovedì, 13 dicembre 2018

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Quadri cinici. Conversazione con Daniele Ciprì, Franco Maresco e Franco Scaldati

Quadri cinici. Conversazione con Daniele Ciprì, Franco Maresco e Franco Scaldati

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Tipologia:  Articolo tratto da "Vedute tra film video televisione" - Catalogo della VII Rassegna Internazionale del Video d'Autore di Taormina. A cura di Valentina Valentini, Sellerio editore (1992)

Data/e:  23 maggio 1992

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

« So in some way even olden things each time are first things, no two breaths the same, all a going over and over and all once and never more » (Samuel Beckett, Teste morte, from an abandoned work).

 

Sabato, 23 maggio. Interno giorno. Seduti attorno ad un tavolo stracolmo di libri giornali copioni, al Piccolo Teatro di Palermo, sembra di stare in un set di “Cinico TV” o è colpa della suggestione, mentre l’estate palermitana fuori festeggia i suoi primi rumorosi trionfi. Attorno ad un tavolo stiamo per scioglierci in parole: Ciprì, Maresco, il sottoscritto e il Grande Uno Rosso Scaldati che pare il Kurtz di Conrad con la faccia di Walter Matthau. Respiriamo caldo e non è la prima volta. Del resto « each time olden things are first things… ».

Per tutto il tempo della conversazione (tema: parallelo possibile tra il teatro di Franco Scaldati e il cinema-TV-cinema di Mar & Ci) Ciprì ridacchia squadrandoci da autentico cinico: lui sa già come (non) finirà questo nostro incontro, a sfumare, come in una striscia “Blob” da Palermo. Tutti in bianco e nero, aspettando che da un momento all’altro un pollo arrosto cada sulle nostre povere teste. Maresco luciferino si prepara a parlare, ispirato come il Johannes di Ordet (ma somigliante a Jason Robards in Caboblanco).

Ciprì manovra il registratorino, che riprende le nostre chiacchiere, meticolosamente impacciato come il suo adorato Jerry Lewis. Mancano tanto Gimondi, Giordano e il tristo Marcello… mancano i pazzi scaldatiani…

Incipit: Cominciamo?… (pausa lunghissima) Cominciamo!

 

Scaldati, Ciprì e Maresco… Palermo… Il comune sentimento del cinismo…

Scaldati: Io veramente non mi sento un cinico. La mia è una reazione al cinismo, c’è questa reazione in tutte le cose che faccio. Sono convinto che nemmeno quello di Franco e Daniele sia cinismo. Abbiamo tutti e tre una tensione religiosa fortissima. Tutti e tre tendiamo all’abbattimento del cinismo imperante che ci circonda. Forse il cinismo è il nostro dolore, è la nostra rabbia, la nostra disperazione. E allora non è cinismo.

 

Parlavo di forma, della forma cinica che è la stoffa delle vostre cose, parlavo di stile…

Scaldati: Ah, sì! Rappresentare la realtà con estrema durezza. Cinismo solo in questo senso: sì. Ma poi cinismo contro cosa e contro chi?

 

Contro Palermo, e da Palermo contro il mondo… Insomma, vi domando se è possibile ipotizzare uno spettacolo di Scaldati o un episodio di “Cinico TV” non ambientati a Palermo. Vi domando se riuscite ad immaginare le vostre cose lontano da questa città così tenera, così violenta.

Maresco: Lontano? Forse lo siamo comunque e sempre lontani. Di cinismo in giro ce n’è tanto, troppo… È ovvio dirlo, nella realtà come in televisione. La nostra è una provocazione. Ma bisogna chiedersi se questa provocazione, se la nostra satira, se la nostra dolorosa-disperata presa di coscienza dell’abbrutimento non solo culturale che stiamo vivendo serva poi a qualcosa. Con Scaldati abbiamo in comune parecchie cose, forse abbiamo in comune questo e altri dubbi. Per spiegare, se è proprio necessario: il nostro è un gioco di prestigio. Scaldati usa il teatro, che è forma perlopiù nobile, noi usiamo la televisione che è perlopiù spazzatura.

 

Il teatro non è sempre forma nobile!… Scaldati gioca molto con il linguaggio alto-basso del teatro, Beckett col varietà. E anche voi mescolate…

Maresco: Noi giochiamo. Io e Daniele abbiamo ingannato i funzionari RAI fingendo di fare un discorso ironico sulla televisione. Sì: sulla televisione, perché oggi che la letteratura e il teatro sono in crisi, non ci resta che la televisione. Come dei guastatori, fingendo di fare i soliti satirici, usando il bianco-nero, usando una serie di riferimenti per così dire alti: Pasolini, Beckett, Buñuel, etc… Usando la nostra disperazione condita di un po’ di metafisica – per adoperare una parolaccia. E con un certo sentimento, tutto nostro, della morte…

 

Tutto nostro, ovvero tutto palermitano…

Maresco: Abbiamo cercato di comunicare in televisione delle cose, delle idee, che di solito comunicano certi libri o certi film. Facciamo satira, certamente, e per questo ci invitano ai festival, ma facciamo soprattutto “altro”. Chi è riuscito a cogliere questo “altro” fa parte di una esigua minoranza. E proprio questo “altro” ha a che fare col difficile discorso su Palermo. Difficile perché facilmente banalizzabile. Ecco, non so se gireremo mai le nostre cose altrove. Ma la Sicilia – ma Palermo – offrono qualcosa che è immediatamente visibile, più visibile che in qualunque altro luogo: l’Apocalisse, o perlomeno il suo scenario. Intorno a noi c’è questo pasticcio, questo caos. Un caos che è anche bello, dolorosamente bello. Lo dicevano Pasolini e Rossellini, lo ha detto Michael Cimino: la Sicilia è assolutamente cinematografica. Tutto è forza qui da noi, tutto è pieno di contrasti forti. Forti com’è forte il bianco-nero che ci piace usare.

 

Raccontare la periferia di Palermo non è dunque come raccontare le periferie di Roma o di Milano?

Maresco: No, lo sai anche tu, lo sanno tutti benissimo. Ma non è soltanto una questione di scenario. Da noi c’è qualcosa di più forte e terribile, qualcosa che è legato alla nostra gente e al suo modo di vivere, di pensare. Quello che noi e Scaldati troviamo qui oggi – questa realtà quasi rurale del linguaggio e delle cose – è qualcosa di antico, di atavico, di pre-tecnologico. E questo linguaggio antico convive confusamente col moderno, in modo assai più violento che altrove. Più che a Napoli, per esempio. Napoli, la napolitudine che è stata letteralmente saccheggiata dalla letteratura, dal cinema, dalla televisione…

 

Spesso e volentieri raccontata in maniera dolciastra…

Maresco: Senz’altro. La napolitudine è infinitamente più dolce e solare della palermitudine. “Cinico TV” non sarebbe mai potuto nascere a Napoli…

 

Ah, ecco il punto!

Scaldati: Napoli respira la commedia, noi respiriamo la tragedia. In Sicilia, a Palermo in particolare, tutto è mistero. Noi siamo legati da una matassa che è impossibile sciogliere. La nostra è la terra delle culture sconfitte, sconfitte perciò misteriose perciò trionfanti. Le nostre sono verità sapienziali, non sono mai verità definite come quelle delle culture vincenti, come le verità di quelle società dello sviluppo che oggi sembrano così livellate.

 

Anche Napoli però ha le sue tragedie, e così il resto del mondo…

Maresco: Oh, sì, ma le tragedie di Napoli hanno radici ben definite. Prendiamo la fame, ad esempio. La fame, a Napoli, è un problema che è spiegabile individuando le ragioni sociali, politiche, storiche. Da noi la fame, il disagio non sono comprensibili usando le solite categorie sociologiche. Non illudiamoci: a Palermo non si aggiusta niente, nemmeno col pane in abbondanza per tutti.

Scaldati: A Palermo comincia tutto e non finisce niente. Ma questo non finire non riguarda soltanto Palermo – la Sicilia – il Sud: riguarda tutta l’umanità. È il suo – è il nostro – problema. Scrivere di Palermo significa scrivere dell’uomo. Io scrivo dell’uomo e del suo rapporto irrisolto con la morte, con la fine delle cose. Probabilmente è più facile farlo a Palermo, tutto questo.

 

Dolore antico presente, follia misteriosa. Raccontare dolore e follia per voi è possibile usando una scrittura più sapienziale che filosofica… forme aperte più che forme chiuse… frammenti…

Scaldati: Frammenti soprattutto. Il frammento è una sorta di finestra attraverso la quale puoi guardare il mistero delle cose. A Palermo mi guardo intorno e vedo povertà vera, concreta. Chi sono questi barboni, questi emarginati su cui io, Franco e Daniele scriviamo? Sono altro, esprimono un universo tutto loro, un universo nobilissimo. Nobilissimo perché libero, e comunque meno regolarizzato, meno condizionabile ideologicamente. È un universo altissimo, elitario – uso questo termine in senso pasoliniano -, affascinante, che mi emoziona profondamente anche se non ne sono condizionato dal punto di vista poetico. Sono attratto da tutto ciò che è fuori dalle regole, o senza distinzioni, alto o basso che sia, purché sia nobile. E il linguaggio sì adegua a queste predilezioni.

 

Penso che il tuo discorso sia in sintonia con quello di Franco e Daniele…

Maresco: Assolutamente sì. Ci affezioniamo alle stesse cose, agli stessi volti, agli stessi luoghi… Forse perchè siamo nati in quartieri vicini e perché da bambini giocavamo sugli stessi marciapiedi gli stessi giochi: a “acchiana u patri cu’ tutti i sò figghi“, per esempio.

Scaldati: Ma siamo di due generazioni diverse, io sono più vecchio e questo conta…

 

Persino gli attori dei vostri lavori si somigliano l’un l’altro… Gasparino Cucinella di Scaldati somiglia al vecchio Gimondi di “Cinico” e il giovane Giordano di “Cinico” ricorda un po’ Fabio Cangialosi di Scaldati… Ma adesso vorrei sapere: per chi scrivete voi, a chi vi rivolgete, qual è il vostro pubblico ideale, se ce lo avete?

Scaldati: A me la folla, nei teatri e nei cinema, mi sgomenta. Dovrebbero essere rituali riservati a pochi! Eppure il desiderio è forte.

 

Quale desiderio?

Scaldati: Quello di comunicare… quello di esserci e sparire… Perdonatemi se seguo un mio filo del discorso. C’è un saggio bellissimo di Thomas Mann sulla musica. Sul momento sublime della musica. Quando la musica – certa musica – riesce a sparire dalle orecchie diventando altro, continuando però ad avere un rapporto fisico con la meccanica dell’ascolto umano. È un mistero simile a quello dell’eremitaggio: l’eremita, il suo non esserci non serve solo se stesso: serve tutti, anche quelli che, in qualche modo, ci sono nel mondo. Esserci e sparire…

 

L’eremita comunica, l’artista comunica…

Scaldati: Comunicare a chi? Al pubblico dell’arena? Non m’interessa. Attenzione: esistono forme intelligenti d’intrattenimento in teatro, a cinema, in televisione, ma esiste anche altro, e questo altro è spesso più importante. Non tutto va dato in pasto a tutti. Ci sono cose che vanno tutelate, che vanno donate con estremo pudore.

Maresco: Sono d’accordo sul rifiuto di questo assillante discorso del comunicare a tutti a qualunque costo. A noi accade, come accade a Scaldati, un fatto curioso: essere definiti spesso e volentieri autori dialettali. Intendiamoci, la cosa non c’infastidisce, al contrario. Ma il bello è che io e Daniele non abbiamo mai fatto parlare i nostri personaggi in dialetto! Lo stesso equivoco accade per i lavori di Scaldati, definiti dialettali anche quando sono scritti in puro italiano. La verità è che il nostro uso del dialetto è profondamente volontario: il nostro dialetto, il nostro palermitano non si sente ma si vede. È musica, è come il jazz che è tutto giocato sull’intenzionalità dell’esecutore, sull’anticipazione come principio. Noi in televisione, Scaldati in teatro, siamo estremisti della finzione.

 

Comunicate il vostro desiderio di nascondervi e di giocare il vostro ruolo di assenti volontari. E il dialetto, la lingua della marginalità, è la vostra maschera…

Maresco: Esattamente. Così diamo fastidio coi nostri giochi di prestigio. Comunichiamo a pochi quello che c’interessa comunicare: idee scomode e sgradevoli. Lo spettatore medio italiano, quello dell’Auditel non potrà mai accettare “Cinico TV” se non per un equivoco. Un equivoco che non ci riguarda.

 

D’altra parte, considerando lo stato delle cose, l’attuale livello di qualità assai mediocre di produzione, considerando questi nostri brutti tempi, le vostre cose di qualità sono (ancora) abbastanza ascoltate. Ma se vi definiscono autori d’avanguardia, cosa rispondete?

Scaldati: Avanguardia è una parola che mi fa paura.

Maresco: A me fa ridere. Mi ricorda gli artisti che prendeva in giro Totò.

 

È una parola ormai usurata e come molte altre parole significa tutto e niente.

Scaldati: È un termine militaresco, non trovo altra definizione. Più che teatro di ricerca, lo trovo un termine orribile. Il mio è semmai un teatro di “cerca”. Ecco: “cerca” mi piace, è una definizione che si riferisce a una intenzionalità che riconosco come mia.

Maresco: Il problema è che viviamo in un’epoca dove sono in atto delle trasformazioni radicali che spazzano via vecchi schemi, vecchie idee e ideologie, e vecchie parole. Di che cosa stiamo parlando qui?

(Silenzio. Silenzio. Ronzio del registratorino. Silenzio)

Maresco: Dobbiamo fare i conti con una realtà assolutamente nuova. Una realtà che – lo dico subito – non mi piace affatto. La cosiddetta realtà virtuale ha sconvolto in pochi anni tutti i rapporti. L’artista non è più un mediatore culturale. Noi sentiamo – ma fino a quando? – di essere gli eredi di una tradizione fortissima e, per certi versi persistente. Ma rendiamoci conto, qui e ora è l’uomo che sta scomparendo e con lui scompaiono la letteratura, il cinema, la musica. Siamo arrivati al capolinea!

 

Ma non è questo forse lo stesso discorso che facevano i teorici dell’avanguardia degli anni Venti e Trenta, dell’avanguardia degli anni Sessanta, della paleo, neo e post avanguardia?

Maresco: Mi spiego meglio: l’orrore è ormai realtà. Tutto si è compiuto oltre le più fosche previsioni orwelliane. E in noi, nonostante tutto, sopravvive l’esigenza di comunicare questo orrore. Di comunicarlo a chi vuole ascoltarci.

 

Come dovere morale?

Maresco: Morale, certamente. Noi siamo i modesti cinici cantori della fine.

 

Cinici come lo erano i sapienti greci che sapevano, tra l’altro, di parlare al vento. «Odono ma non intendono», etc., come diceva Eraclito parlando del suo pubblico.

Maresco: Mi pare che qui dentro abbiamo cominciato a delirare… Ma è vero! Abbiamo tutti pochissimo ossigeno. Fra breve non ci sarà più quel qualcosa che noi definiamo arte perché non ci sarà più l’uomo.

 

Ceronetti!

Maresco: Già, Ceronetti, Cioran, altri lo dicono… ma chi li ascolta veramente? Tutti ormai vogliono divertirsi.

 

È la sindrome del Titanic!

Maresco: Ma fra poco anche il divertimento sarà divertimento virtuale. Fra poco si viaggerà, si scoperà in maniera virtuale. E questo è l’orrore. Il professor Zolla, che è un orientalista, chiama tutto questo un « rischio », e poi aggiunge: vedremo cosa farà l’uomo. Ma cosa può fare l’uomo, e quindi cosa può fare un poeta, un cineasta, un teatrante?

 

Continuare a scrivere, a raccontare e a raccontarsi per un puro bisogno di concretezza…

Maresco: Oggi è come parlare al muro, ai tanti muri contro i quali sbattiamo la testa, noi disperati.

 

Veramente, almeno qui dentro, siamo tutti euforici mentre parliamo di fine del mondo…

Maresco: Infatti bisognerebbe che la smettessimo di parlare. Non c’è spazio – lo vogliamo capire? – per nessuna fantasia! La tecnologia cerca di evitarti tutte le fatiche, pure quella di fantasticare.

 

Beniamino Placido direbbe: contraddizione! Voi usate la tecnologia, la televisione per comunicare le vostre idee, le vostre fantasie… Voi sputate sul piatto in cui mangiate!

Maresco: Noi facciamo tutto disperatamente. Non siamo completamente lucidi anche se sopravvive in noi un barlume di consapevolezza.

 

Insomma anche le vostre apparenti contraddizioni fanno parte del gioco di prestigio. Anche tu, Scaldati, sei d’accordo con Maresco?

Scaldati: Scrivere, recitare, fare teatro o fare un film è un modo per sopravvivere, per continuare ad incontrarsi. Il fatto è che viviamo tutti (tutta l’umanità) da sempre una eterna, lentissima apocalisse. E da sempre ci scriviamo sopra. Si è continuamente parlato di fine del mondo, fin dall’inizio del mondo. Il nostro è il racconto di una estenuante caduta.

Maresco: Fine eterna… Scaldati è un mistico. Ma se c’è quel dio a cui lui fa sempre riferimento, certamente sa cucinarseli bene i suoi poveri topi. Dio – se esiste – è terribilmente cinico.

 

E noi siamo cinici, a sua immagine e somiglianza!

Scaldati: Il nostro cinismo, quello mio, di Franco e di Daniele tende a voler fermare, nel nostro piccolo, il tempo inesorabile di questa caduta.

 

Più che avanguardia, allora retroguardia consapevole. Dopo Beckett con i suoi “pezzi” che finiscono nell’istante in cui si annuncia l’inizio, dopo Warhol con il suo Empire State Building. Dopo tutto questo…

Maresco: C’è anche Scaldati con il suo teatro senza spettacolo, ci siamo anche noi di “Cinico TV” con i nostri quattro minuti di silenzio programmati da RAI 3 in prima serata. Quattro minuti inaccettabili per le misure dell’Auditel, intollerabili per l’estetica e l’etica di questi tristi tempi berlusconiani. Lo spazio, miei cari, si restringe sempre di più, come la disponibilità degli spettatori davanti alla TV o in teatro. Siamo ridotti a misure ristrette, siamo sull’orlo dell’abisso…

Ciprì: Attenti che pure il nastro del registratorino sta per finire…

Scaldati: Ma ancora c’è lo spazio per fermarsi a guardare l’altro negli occhi, lo spazio sullo schermo, su un palcoscenico o su un marciapiede di Palermo.

 

A meno di non schiacciare un tasto di telecomando e annullare tutto…

Scaldati: …Fortissimi, necessari gesti d’amore i nostri…

Maresco: Amore fra mostri, fra gente che non ha più niente d’umano…

Scaldati: …Comunque amore.

Maresco: Forse come antidoto, per non pensare alla fine…

 

Il nastro sta per finire. Come in un testo di Beckett o di Scaldati.

Scaldati: Fingiamo pure noi…

Maresco: Silenzi compresi. Anzi, silenzio. È meglio tacere.

 

Continuando a dire di voler tacere…

Maresco: Comunque parlandone: tanto, cosa cambia?

 

Fine del nastro. Fa caldo ed è quasi già pomeriggio. Sirene dall’ululato densissimo, insieme agli altri fragori di traffico, hanno segnato la nostra (ennesima) conversazione stavolta registrata. Una conversazione che sarebbe potuta durare ancora tantissimo tempo, come una puntata di “Cinico TV” che non si sa mai dove tagliare per farla sembrare essenziale. Il gruppo di apocalittici si congeda. Il sole illumina una Palermo sempre più assente.

Palermo. Sembra ed è un giorno come tutti gli altri. Fino a quando un giudice, sua moglie e la loro scorta di agenti salteranno in aria, massacrati dal tritolo, poche ore dopo la nostra conversazione.

A sera, quando vedrò quell’immagine di autostrada sventrata sul piccolo schermo, penserò vertiginosamente a uno dei tanti set di “Cinico TV” e mi verrà da piangere.

La morte del giudice Falcone ammazzato dalla mafia diventerà materia di “Blob”. Per riflettere occorrerà spegnere i televisori.

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