martedì, 12 dicembre 2017

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I disegni di Pier Paolo Pasolini (1941/1975) – Edizioni di Vanni Scheiwiller 1978

I disegni di Pier Paolo Pasolini (1941/1975) – Edizioni di Vanni Scheiwiller 1978

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Autore/i:  Giuseppe Zigaina (a cura di)

Tipologia:  Monografia

Editore:  Vanni Scheiwiller

Origine:  Milano

Anno:  1978 (23 maggio)

Edizione:  Esemplare non numerato di 3000 copie

Pagine:  124

Dimensioni:  cm. 26 x 22

Caratteristiche:  Brossura a filo muta, sopraccoperta illustrata da un disegno a colori (autoritratto) di Pier Paolo Pasolini. Con all'interno 192 riproduzioni in nero e a colori di disegni e dipinti di Pier Paolo Pasolini

Note: 

Unica edizione della Vanni Scheiwiller di Pier Paolo Pasolini – I disegni 1941/1975, a cura di Giuseppe Zigaina. In questa monografia sono catalogati 192 disegni e dipinti di Pasolini introdotti da un saggio di Mario De Micheli, con la prefazione di Giulio Argan (vedi in GALLERY) e una poesia di Andrea Zanzotto.

Il volume, curato dallo stesso editore Vanni Scheiwiller e impaginato da Giulio Citato, è stato stampato nel 1978 (23 maggio) dalla Grafica Foto Pubblicitaria di Azzaro Decimo a Pordenone in 3000 copie le cui prime 150 numerate.

 

« Queste pagine presentano i dipinti e i disegni che Pier Paolo Pasolini ha eseguito dagli anni della giovinezza all’ultimo periodo della sua vita: ne costituiscono il primo catalogo, già sufficientemente completo. Un Pasolini pittore, dunque, dopo il Pasolini poeta, romanziere, saggista, uomo di teatro e di cinema? Non è certo questo l’intento. Indubbiamente la “scoperta” di un Pasolini che, oltre ogni altra sua attività, avvertiva pure l’esigenza di disegnare e dipingere, non ha mancato in questi ultimi mesi di suscitare sorpresa, curiosità e interesse. E le ragioni sono più che evidenti. Non è tuttavia per proclamare un altro aspetto della genialità pasoliniana che si è giunti a una mostra e a un catalogo delle sue opere figurative. L’intento è senz’altro un altro: quello cioè di offrire un contributo in più alla conoscenza di una personalità tanto ricca e complessa, così folta di suggestioni e di urgenze. Va detto subito tuttavia che in nessun modo si tratta di un contributo marginale, bensì di qualcosa che aveva radice profonda in Pasolini, almeno come spinta interiore, anche se poi, nell’esecuzione, tale spinta è rimasta entro i limiti di un esercizio incompiuto, superato dalla specificità di altre forme espressive raggiunte con totale pienezza. Del resto, credo, anche prima, non è stato difficile accorgersi di questa sua singolare inclinazione. Guardando infatti certi suoi film ci si era già resi conto da tempo che la sua conoscenza e il suo gusto della pittura non erano soltanto di natura letteraria o genericamente culturale. Per spiegare ciò non basta neppure, secondo me, ricordare come Pasolini, negli anni universitari bolognesi, seguisse appassionatamente le lezioni di Longhi su Masolino e Masaccio. Sicuramente, l’incontro con Longhi è stato di somma importanza per lui: non per niente, nel 1962, gli dedicherà la sceneggiatura di Mamma Roma, dichiarando esplicitamente d’essergli “debitore della (sua) folgorazione figurativa”. Tuttavia nel gusto e nella conoscenza della pittura da parte di Pasolini si sente che vi è stato pure un rapporto immediato con tale “materia”, un rapporto cioè più intimo e diretto. Ma non solo dai film ci si accorge di questo particolare aspetto pasoliniano. Nelle sue stesse poesie c’è più di un segno in tale senso. Pasolini infatti sa parlare di pittura con l’esperienza di un artista, di chi ha le precise nozioni del mestiere, della tecnica, dei procedimenti, insomma di chi ha l’occhio del pittore. E anche le considerazioni generali non prescindono mai da un tale occhio. »

(dal Saggio introduttivo di Mario De Micheli presente in questa edizione)

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