venerdì, 22 febbraio 2019

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Peter Greenaway: “Le mie opere figlie dell’ironia”

Peter Greenaway: “Le mie opere figlie dell’ironia”

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica / Palermo

Data/e:  domenica 11 novembre 2018

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Di cineasti pittori, perlopiù dediti al pittoricismo d’effetto, è piena la storia dei film.

Assai più rari sono invece i pittori cineasti, gli artmaker per i quali ogni scelta estetica diventa l’espressione di una qualità di pensiero, e il regista gallese Peter Greenaway (classe 1942) appartiene certamente a questa eletta schiera.

Per lui, sperimentatore indipendente mai allineato con movimenti o scuole, il cinema è stato per 50 anni soprattutto un viatico per l’opera d’arte totale, il dispositivo ideale per convertire l’immagine in parola e la parola in immagine elaborando ibridazioni virtuose.

E sono proprio queste caratteristiche a rendere assai motivata la sua presenza, come evento centrale e celebrativo, al 40° Efebo d’oro, diventato uno dei più importanti festival nazionali di cinema e letteratura.

Negli ultimi due giorni, l’intenso programma palermitano ha visto Greenaway impegnarsi in un’affollata masterclass al Centro Sperimentale di Cinematografia e in un incontro col pubblico prima della proiezione (poi interrotta per un guasto al De Seta) del documentario a lui dedicato, The Greenaway Alphabet,  fino alla cerimonia di ieri mattina, a conclusione del festival, durante la quale gli è stata conferito il Premio Città di Palermo, come segno di un legame che si apre al futuro, annodandosi a un evento di ventuno anni fa.

Era il 2 ottobre 1997 quando, sul palcoscenico del Teatro Massimo nuovamente inaugurato a 24 anni dalla chiusura, debuttava, nell’ambito del Festival del Novecento, l’edizione italiana di 100 oggetti per rappresentare il mondo, abbacinante Prop-Opera multimediale con la quale Greenaway aveva composto una caustica, tendenziosa lista in forma di ipertesto del Novecento al tramonto.

Ed eccoci dunque faccia a faccia con il carismatico artefice di quell’impresa, naturalmente più imbiancato ma decisamente restio a qualunque amarcord commemorativo.

Quando gli chiediamo quali siano i suoi ricordi del battesimo palermitano, lui glissa con eleganza per non inventare la risposta. “Ho deciso di suicidarmi una volta compiuti 80 anni. E il periodo che mi rimane vorrei impiegarlo guardando al futuro”.

Ironia a parte, il nostro è intenzionato a scrollarsi di dosso tutte le etichette critiche, compresa quella di autore neobarocco dei capolavori che lo hanno reso celebre, da Il mistero del giardino di Compton House in poi. Tutti film, i suoi, infarciti di giochi pittorici, teatrali, letterari, e che già annunciavano implacabilmente la fine di un certo modo di fare film. E così la domanda successiva non può che partire dal fatidico titolo di un’opera del 2008, Cinema is Dead, Long Live the Screen:

“Dato che il cinema è morto, qual è, secondo lei, il futuro dell’immagine?”

“La vista è il più importante dei sensi, ma è una delle parti del corpo che si è evoluta di meno. E’ necessario che la fisiologia dell’occhio, oggi sollecitata dalle nuove tecnologie ibride della visione (smartphone, tablet, phablet), si adegui facendosi più sofisticata secondo i principi elaborati da Charles Darwin, grande artefice di civilization”. Chissà se questo “adeguamento” sarà solamente evolutivo.

E comunque, secondo Greenaway, è sempre meglio che l’essere umano si affidi al pensiero e al suo medium primario che rimane l’immagine. Il fatto è che, purtroppo, la maggior parte di noi si ostina a produrre soprattutto parole.

Per dimostrarcelo, il nostro interlocutore apre il suo taccuino confrontandolo con quelli dei presenti: mentre il suo è stracolmo solo di disegni, gli altri esibiscono unicamente notazioni scritte. Dopo questa lezione di stile, ricominciamo a parlare di cinema. Gli chiediamo quale sia l’elemento costante della sua poetica, in una parola. Senza esitazioni ci risponde: “L’ironia”.

Confessa di ammirare la componente coreografica in qualunque composizione. Si dichiara ossessionato dalla posizione prospettica in cui lo spettatore guarda uno spettacolo dal vivo o una proiezione:

“Di solito in un cinema il posto migliore è la nona poltrona della fila G.: la G 9”.

E così scopriamo che esiste un punto “G” anche per ciò che concerne la visione.

Riguardo ai suoi progetti futuri, afferma di voler lavorare sul doppio sguardo, frontale e laterale, dell’artista, e che la nostra conversazione gli ha stimolato, in tal senso, un film da fare su Lorenzo Lotto, cinquecentesco ed eccentrico pittore e scultore veneziano. Incoraggiati dalla sua esuberante disponibilità, rilanciamo proponendogli la lettura del più illuminista ed enciclopedico dei nostri scrittori, Leonardo Sciascia, che lui ammette di non conoscere.

Chissà come Greenaway saprebbe elaborare il suggestivo alfabeto di Occhio di capra. Potrebbe essere un altro granello di sabbia siciliana da aggiungere alla spiaggia di questo artmaker settantaseienne che guarda al futuro.

 

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