domenica, 22 maggio 2022

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PER FAVORE, LASCIATE IN PACE IL GENIO CHE È SEMPRE CONTRO – Intervista a CARMELO BENE in “Giornale di Sicilia”, martedì 10 gennaio 1995

PER FAVORE, LASCIATE IN PACE IL GENIO CHE È SEMPRE CONTRO – Intervista a CARMELO BENE in “Giornale di Sicilia”, martedì 10 gennaio 1995

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Autore:  Salvatore (Totò) Rizzo

Tipologia:  Intervista

Editore:  Giornale di Sicilia

Origine:  martedì 10 gennaio 1995

Note: 

PER FAVORE, LASCIATE IN PACE IL GENIO CHE È SEMPRE CONTRO

in “Giornale di Sicilia”, martedì 10 gennaio 1995

Intervista a Carmelo Bene che da domani sera sarà in scena al Teatro Biondo con Hamlet Suite. «I morti viventi del fu Ministero dello Spettacolo? Detassino le compagnie e scompaiano»

 

Preparatevi a un viaggio quasi esoterico, un itinerario misterico nella parola. È quello attraverso il quale ci condurrà, per dodici sere a partire da domani, al Teatro Biondo, Carmelo Bene con la sua Hamlet Suite, spettacolo-concerto, collage di musiche e testi di cui il testo sviscerato (da Bene) Amleto è solo pre-testo.

Bene arriva ospite dello Stabile di Palermo dopo aver debuttato a Verona (al Teatro Morlacchi, in novembre, è stato anche registrato il cd che fa da programma di sala sonoro a questa tournée invernale).

Tra la primavera e l’autunno, Hamlet Suite sarà eseguita a Parigi, Edimburgo, Vienna, Istanbul, per poi tornare in Italia la prossima stagione.

 

Bene, intanto perché questa riproduzione in cd, dal momento che il teatro è, per sua stessa ammissione,  irreplicabile?

Sì, è vero, il teatro è intestimoniabile. E non ho intenzione alcuna di lasciare testamenti. Probabilmente ho fatto questo cd perché Hamlet Suite arrivi in Giappone e possa essere godibile anche là. O forse per lasciare allo spettatore alcuni stralci al di là delle emozioni che lo hanno colto in platea, la possibilità di potersi abbandonare altrove perché possa perdere sé stesso fuori dal teatro. Ha presente Bellini? Ecco, dopo avere ascoltato due o tre ore Bellini, io posso dire che per due o tre ore non sono esistito, sono stato fuori dall’esistere. E questo lavoro in chiave elettronica è l’aldilà della parola, la distruzione non della parola, che anzi viene esaltata dal testo, ma del testo, del testo come potere, poiché in fondo ogni rappresentazione è rappresentazione del potere.

 

L’attore come assenza, dunque.     

 L’io senza io, se vuole. D’altronde il corpo che c’è in scena è il corpo della parola, e scandendola come faccio, la strappo al testo, ci gioco. In Francia il mestiere dell’attore è jouer, giocare, e in Inghilterra è play. Solo da noi è re-citare, citare qualcosa che c’è già, mettere in scena qualcosa che è già replica. Io in scena non ripeto quel che è già scritto, non riporto, non riferisco alcunché. La mia è scena del malessere, non della malattia, è quel che manca all’uomo, “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” come diceva Montale, laddove l’uomo smette di essere cittadino e torna l’uomo col suo caos. Una riverifica del mio logorio, delle mie molte vite.

 

Già, sembra la coerente prosecuzione di un discorso che lei fa da più di trent’anni.

La parola arte mi ha sempre insospettito. Mi ripugna quando si esaurisce nel classico, la aborro quando diventa consolatoria. Penso a Sade che non è un autore porno come molti pensano ma è un criminale sul piano della scrittura. Penso a Bacon e a quello che ha dipinto per uscire dal virtuosismo del pennello, oppure a quello che ha scolpito Bernini per non restare intrappolato nella decoratività del marmo. Ecco, anch’io in teatro ho operato in questo senso.

 

Tant’è che adesso Bompiani…

Sì, lo so, vuole ricordarmi che pubblica la mia opera omnia? “Una dannata beffa”, come direbbe Amleto, che io finisca tra i morti. Ma d’altronde lei sa benissimo che sono morto da tempo.

 

Magari la vorrebbe morto davvero chi non ritiene degno d’attenzione il suo teatro.

Vuol dire quelli del Dipartimento dello Spettacolaccio? I morti viventi, gli abrogati del fu Ministero che si ostinano a esistere, quelli a cui io e Eduardo, gli unici in Italia, auspicavamo una fine ingloriosa? Ma li lasci fare… Noi sappiamo benissimo che il teatro non può essere un’arte tutelata, assistita, ma che anzi va trascurata dallo Stato che sperpera così i soldi dei cittadini. Dico a questi signori, piuttosto: concedete delle agevolazioni fiscali e andatevene via, via!

 

Perché ha sdegnosamente rifiutato ogni ulteriore intervento in suo favore?

Sono stato escluso, grazie a Dio, e il mio no è un no alla truffa, all’imbroglio. Continuino pure a darlo agli altri, l’assegnuccio. E poi, mi creda, un uomo di genio dovrebbe far paura a un regime come questo. E invece loro sempre lì, a tentare di omologare il diverso. Con me ci provano da trentacinque anni.

 

Di chi è la colpa?

La colpa è loro e di tutti gli elettori schifosi che li hanno votati.

 

Schifosi?

Ma sì, schifosi. È la stessa gente che ammira Andreotti, che diceva “è un uomo che ci sa fare, magari non farà gli interessi dell’Italia, però è una volpe”. E adesso perché crede che abbiano votato per Berlusconi? Si sono detti “è uno furbo, vediamo se consente anche a noi di rubare un po’…” Purtroppo non avremo mai il piacere di assistere a un assenteismo totale alle urne.

 

Perché è andato sul divano di Costanzo a farsi adulare e lapidare?

Quello è stato un esempio di televisione non mediata, avevo intenzione di creare un cortocircuito, di parlare dell’uomo di cui non si parla mai perché voi della stampa non informate dei fatti ma informate gli stessi fatti. E lì, al Parioli, c’era questo pubblichetto che vuole continue certezze, questo elettorato perpetuo che si vota sempre.

 

Cosa dovremmo fare noi della stampa?

Ma davvero credete che all’umanoide interessi qualcosa su ciò che pensa Bossi o su come si fa il 740?

Siete perversi, come tutto il potere. Chi sta contro dovrebbe essere lasciato in pace.

 

Lo faremo, promesso. Ma prima ci dica: c’è ancora qualcosa da ricercare?

Ma la ricerca è proprio quella di qualcosa che ti auguri di non trovare, un divenire continuo che non può cullarsi su passato, presente e futuro, il non appagarsi mai.

 

Se qualcuno la chiama maestro?

Non voglio essere maestro. Diceva Mann: “O si muore giovani o si diventa maestri”. Io finora delle due, né l’una né l’altra.