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Pasolini a Messina. Il viaggio che lo salvò dalla depressione

Pasolini a Messina. Il viaggio che lo salvò dalla depressione

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  17 luglio 2015

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Spinto da un’ossessione deliziosa, “a Sud, sempre più a Sud”,  Pier Paolo Pasolini approdò in Sicilia nel luglio del 1959, al volante della sua Fiat Millecento il cui freno si spezzò, lungo un bivio nei pressi di Siracusa, e per poco non lo fece schiantare. Aveva trentasette anni ed era reduce da mesi travagliati, tra l’altro segnati dall’elaborazione sofferta del suo nuovo romanzo, Una vita violenta (a un estenuante lavoro di autocensura subentrò la delusione per il  terzo posto all’edizione del premio Strega che vide trionfare Il gattopardo), e dal cogente impasse derivato dalla traumatica chiusura di «Officina», la coraggiosa rivista di critica da lui diretta con i sodali Leonetti e Roversi.

A Pasolini quel mancato incidente dovette però sembrare un detour propiziatorio: il rovente incanto del paesaggio siciliano, scacciando l’incipiente depressione, era riuscito a entusiasmarlo. “Non c’è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace ma di gioia”: scrisse così in un brano del suo “piccolissimo, stenografato reisebilder”, la cronaca del suo periplo lungo le coste italiane commissionatagli dal mensile « Successo» (allora finanziato dall’Eni di Mattei) che ne pubblicò tre capitoli nei mesi a seguire.

Sembra che sia quell’esperienza di viaggio ad avere ispirato i curatori del ciclo di manifestazioni dedicate ai rapporti tra Pasolini e la Sicilia, siglate dal “Taobuk” (Taormina International Book Festival), diretto da Antonella Ferrara, e annunciate insieme al responsabile del comunale progetto I-ART, Giovanni Anfuso, come opportuna celebrazione dei 40 anni che ci separano dall’irrisolto assassinio del più poliedrico, e rimpianto dei nostri letterati-demiurghi. E questo fin dal titolo del convegno di venerdì 17 e sabato 18 prossimi al Palazzo della Cultura di Catania (in collaborazione col DISUM dell’Università catanese e con il festival “Naxos legge” per il coordinamento di Dora Marchese), che cita proprio una frase di quella fulminea incursione siciliana iniziata a Catania e spintasi a Siracusa, Noto, Pachino, giù fino a Portopalo di Capo Passero: “Qui il barocco pare di carne” sintetizza efficacemente i motivi di quel legame terragno e spirituale, nell’indicare la scoperta del territorio “provvisorio, cadente, miserabile, incompleto” di una Sicilia perturbante che, agli occhi di Pasolini, sapeva pure ostentare “una ricchezza inaudita e quasi indigesta”. E c’è, proiettato nelle stesse ore del convegno, il documentario di Massimiliano Perrotta, “Sicilia di sabbia – Sulle tracce di Pier Paolo Pasolini”, a evocare il titolo di quel reportage, “La lunga strada di sabbia”, che abbiamo potuto leggere quasi integralmente solo nel 2005, quando è stato pubblicato, insieme alle foto di Philippe Séclier, dalle edizioni Contrasto. Sul medesimo itinerario di suggestioni, il calendario dell’evento catanese propone poi la mostra “Benedetto Poma e la Sicilia di Pasolini”, curata dalla Galleria Koart, unitamente ad altre due iniziative incentrate sul teatro pasoliniano, un workshop sulla traduzione dell’Orestiade di Eschilo (messa in scena da Gassman nel 1960) e l’allestimento, al cortile Platamone, della celebre rielaborazione plautina, Il vantone,con la regia di Federico Vigorito e l’interpretazione di quell’icona pasoliniana che rimane Ninetto Davoli (sabato, ore 21). Come si vede, il programma è folto e gli organizzatori annunciano altri interessanti percorsi settembrini.

Per Pasolini, del resto, la Sicilia è stata sempre un frantoio d’ispirazioni dal quale attingere per sperimentare alcuni raccordi, tutt’altro che marginali, delle proprie visioni. A questo si riferiranno, nel corso dei lavori di venerdì, gli interventi dei convegnisti: il giornalista-scrittore Vanni Ronsisvalle testimonierà su Pasolini istitutore, accanto ad altri suoi colleghi, del premio letterario Brancati-Zafferana mentre, nelle stessa giornata, grazie al critico Emanuele Trevi, insieme ai professori Bazzocchi e Simonetti, si proveranno a tracciare le infinite coordinate dell’opus pasoliniana. Nel pomeriggio, gli studiosi Massimo Fusillo e Monica Centanni indicheranno i fondamenti dell’idea teatrale di Pasolini, del suo “manifesto” che si fondò su un meditato lavoro da moderno “trasfiguratore” della tragedia classica e dei suoi mitologemi, con il contraltare di Roberto Danese (esegeta del teatro latino) su Pasolini che incrociò Plauto; Rosario Castelli (docente di letteratura) decifrerà nodi e noduli del carteggio Pasolini-Sciascia, mentre Stefania Rimini (docente di teatro) indagherà intorno all’esperienza di Pasolini cineasta in Sicilia (le pendici dell’Etna furono per lui un set privilegiato, per il primo episodio di “Porcile”, per “Teorema” e per il visionario epilogo dei “Racconti di Canterbury”, e ci sono poi l’incursione a Palermo e dintorni di “Comizi d’amore” e la “vastasata” di “Che cosa sono le nuvole?”). In tale contesto  verrà pure rievocato il viaggio a Scicli (sulla delicata situazione degli aggrottati di Chiafura) che, sempre nel ’59, Pasolini condivise con Guttuso, Trombadori e altri intellettuali del PCI più glorioso e mitizzato. E ci auguriamo che non sfuggano le importanti pagine di Pasolini studioso della lingua siciliana: le preziose disamine del “Canzoniere italiano” e, specialmente, quel distillato di acutezza critica presente nella nota introduttiva del capitolo siciliano di “Scrittori della realtà” (pregevole antologia di Garzanti) dove egli valuta ab origine come l’espressione composita e “annaspante” della tradizione siciliana sia riuscita a sciogliersi nella grandezza “humilis” di Verga, maestro di “naturalezza”.

Ma forse il senso più profondo della “sabbiosa” esperienza di Pasolini in Sicilia è condensato tutto nell’emozione autobiografica dei versi finali della sua “Alba meridionale”, perla raccolta in “Poesie in forma di rosa”: “Reduce dai bassi di Messina, dalla casbah di Catania, / così, trascino con me la morte nella vita”.

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