martedì, 16 luglio 2019

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Palermo cuore di tenebra – Belluscone di Franco Maresco

Palermo cuore di tenebra – Belluscone di Franco Maresco

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Tipologia:  Note

Data/e:  25 agosto 2014

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Quando una volta chiesero a Louis-Ferdinand Céline chi fossero gli scrittori che lo avevano ispirato, lui rispose di non avere maestri, e che i suoi romanzi non erano che reportage.
Poi si corresse, dicendo che i ricordi delle cose vissute non contano più di tanto. “Sono punti di partenza, pretesti che forniscono l’occasione per annotare i miei sogni”. E aggiunse: “Se la letteratura ha una giustificazione, è quella di raccontare i nostri deliri”.
La stessa cosa si potrebbe dire del cinema, dove la realtà affiora solo quando è trasfigurata, quando diventa materia di un “delirio” autorale.
E questo lo si capisce vedendo un film come BELLUSCONE di Franco Maresco. Dove la realtà è quella, terremotata e sulfurea, di una Palermo da tempo abituata a vedersi rappresentata con tutte le proprie maleodoranti viscere esposte, orgogliosa della propria criminogena, quando non criminale, incoscienza perché restia a divenire indipendente della parte primitiva della propria natura.
Ma tale natura fa parte della sua cultura, ed è questo a rendere Palermo un’ambigua, fascinosa, rifrangente metafora del male e di ogni sua remota possibilità di redenzione.
A essere chiamato a specchiarsi non solo nella metafora, ma anche nella spaventosa e quotidiana evidenza di questo male, è da anni l’ intero nostro Belpaese, la nostra povera Italia.
Per Maresco, però, la realtà della sua Palermo (che conosce per averla sperimentata come pochi altri) continua a essere soltanto un punto di partenza. Non gli interessa documentarla, né tantomeno denunciarla o testimoniarne la devastazione. A Maresco, come a Céline, interessa la verità metafisica della storia come della cronaca. E tutte le verità metafisiche, si sa, sono le verità delle maschere e delle favole.
BELLUSCONE può dunque essere letto come la favola della metafisica di Palermo.
E, insieme, come il teorema autobiografico di un cineasta che, pasolinianamente, getta con generosità il proprio corpo nella lotta, recuperando quell’euforica lucidità che solo un’ossessione può condurre.
Il cinema è per Maresco la Zattera della Medusa, là dove si naufraga continuando a nuotare. E lui fa un po’ il Willard di Conrad e il Welles di Mr.Arkadin nell’inseguire il cuore tenebroso del suo film da fare e da disfare.
Un film che sappia raccontare la maschera di Palermo e del suo destino, attraverso lo psicodramma di un’intera comunità e della sua grottesca, insensata caccia a quel Falcone maltese che fu, che continua a essere, Berlusconi e il suo ingannevole mito.
Quello di Maresco, dopo la rottura con Ciprì, è un cinema che si è fatto ancora più implacabile, impassibile e tagliente.
BELLUSCONE è la cifra di un cinema prismatico e raffinatissimo, celibe e labirintico, di straordinaria intensità perché coinvolge lo spettatore inseguendolo e facendosi inseguire lungo ironici detour espressivi, in una sintesi incessante d’ invenzioni stilistiche che, incrociandosi nel farsi trasparenti, demoliscono con rara efficacia stereotipi cinematografici e mediatici assieme al conformismo intellettuale esibito da paladini e retori del politicamente corretto.
Innanzi tutto, BELLUSCONE è un film finito che ne contiene un altro infinito, da sognare prima che da fare: il film impossibile, imbastito nell’arco di tre anni, che vuole dare immagine e valenza simbolica al microcosmo di un quartiere palermitano, quello dei neomelodici di Brancaccio e del loro impresario Ciccio Mira, come doppio del macrocosmo della condizione italiana, conseguenza di quella deriva tragica e grottesca che appese Berlusconi imprenditore e politico al nodo scorsoio di Cosa Nostra, lo status quo della nostrana anomalia e del presente comune degrado.
Il film finito ci restituisce quello infinito attraverso schegge evocative e arroventate bagattelle, le interviste consapevoli o rubate che evidenziano l’adesione scandalosa dei lumpen e di minuscoli borghesi palermitani a una weltanschauung mafiosa assolutamente aderente a quella berlusconiana, assieme alla fatiscente, ma ancora vitale, persistenza di una sottocultura omologata e cacofonica che afferma ridicolmente la propria disperata diversità.
E lascia attoniti la fulminante, e ben ritagliata, entrata in scena di Mutolo collaboratore (di giustizia) e Dell’Utri fondatore (di Forza Italia) a ribadire convinti, con silenzi più eloquenti di qualunque parola, la necessità ineluttabile dello sfacelo italiano, entrambi fantasmi di un’ Opera che risulterebbe pure buffa se non fosse la tragica manifestazione di quello scellerato accordo tra mafia e politica che ha generato una guerra rovinosa e lastricato Palermo di lapidi, facili da onorare come da rimuovere nella sfatta coscienza dei più sordidi (e della elaborazione della dimenticanza di quei lutti nobili ci raccontano, in coda al film, le stizzite dichiarazioni di alcuni abitanti della città ferita per i quali il 23 maggio e il 19 luglio sono date qualunque).
Una volta smarrito il filo del film infinito, rimanendone annodato fino al soffocamento, Maresco rende ancora più acuta la sua già febbricitante ispirazione, tornando a posare lo sguardo sulla propria zona eletta, la più periferica e rivelatrice, quella dei piccoli palcoscenici nei quartieri della Palermo crollata.
La lama del suo stile si è fatta ancora più avvelenata rispetto ai tempi delle incursioni “ciniche”, del metacinema beffardo e citazionista, dell’ espressionismo sbalzato di quei mosaici iconoclasti e immaginifici che, aggredendo ogni genere cinematografico e televisivo, bastarono a rendere epica la sostanza apocalittica del post-umano ghignante (e sempre pronto a mordere) di tutti i Sud del mondo.
Servito dall’investigatore Caronte, che è il disincantato ed eroico sodale Tatti Sanguineti, Maresco intraprende il suo viaggio terminale lungo i gironi di un affaire ridicolo che contrappone esecutore e artefice di un conteso inno trash a “Belluscone”: Vittorio Ricciardi, una specie di Ariel sottoproletario, divo del marcescente incanto del neomelodico, e il più aspro Salvatore De Castro alias Erik che ostinatamente reclama del brano incriminato i diritti d’autore (e a cui Maresco affida il depistante/devastante epilogo dell’annichilito omaggio alla tomba del boss pentito Bontade).
Il loro duello, che suscita accese tensioni giuridiche al punto da mettere a repentaglio l’uscita del film stesso, viene infine risolto dalla mediazione di Ficarra & Picone, la cui taumaturgica popolarità è portatrice, in questa guerra tra perdenti, di una patetica pacificazione.
E’ anche questa la favola anfetaminica di BELLUSCONE, consumata nel declinare le affinità tra l’ universo di quel recintato entertainment di periferia e il rutilante, e altrettanto svaccato, bestiario televisivo da prime time marchiato Mediaset (i riferimenti, in tal senso, sono nel film lucidamente implacabili) .
La geografia delle consonanze lascia che s’intreccino (grazie a un montaggio, dello stesso Maresco, che è tra i più ingegnosi visti negli ultimi anni) i motivi della cinefilia compulsiva di Francesco Puma e quelli della foia indagatrice del reporter in trincea Pino Maniaci, ridotti a contrappunto volutamente sfocato di un torso narrativo (emotivamente assai teso) che vede in primo luogo l’ autore stesso invischiato, tra realtà e finzione, nella corrispondenza con il suo Kurtz di turno, l’irresistibile Ciccio Mira, organizzatore di feste di piazza e dispensatore di dediche per quegli “ospiti dello stato” a cui non si può (né si deve, costi quel che costi) negare la consolazione dei sentimenti elementari, naturalmente in forma neomelodica.
Di questa maschera etnica il film racconta l’emblematica (e un po’ goffa) parabola esistenziale, forse anche come aberrato riflesso di quella berlusconiana.
Parliamo di quella resistibile ascesa e caduta, che riempì di palme il nord, dell’ineffabile Citizen Arkadin eletto a lider maximo di poveri e ricchi, tutti ingabbiati nello stesso inferno italiano che, dopo un ventennio, ancora ci ustiona con la sua sottocultura cafonesca, coi suoi corrotti sistemi di potere e con le formulette del suo profuso populismo kitsch, disgustoso quanto irreparabilmente contagioso (si veda l’inserto di repertorio che mostra l’ attuale primo ministro Renzi quando fu ospite rampante, mascherato da Fonzie, al talk show della De Filippi).
Ma è nella sua ruvida torsione intimista (sostenuta dalle magmatiche invenzioni figurative nella fotografia di Luca Bigazzi e dei suoi collaboratori) che il film ci colpisce al cuore, quando mette a nudo il calvario creativo e la scommessa produttiva di Maresco (e del suo complice Rean Mazzone), delineando i contorni dolorosi della sua quotidiana emarginazione di artista, un po’ cercata a tutela di un’ammirevole integrità etica, ma soprattutto vergognosamente provocata dal cortocircuito mediatico e istituzionale che in questo paese non perdona, con raggelante cinismo, i talenti veramente anticonformisti.
E BELLUSCONE, importante/ prezioso/ sconvolgente racconto cinematografico di una vertigine umana che nessun reportage né alcuna fiction è riuscita fin qui a far consistere con altrettanta efficacia, si trasforma nell’ ammonitorio diario in pubblico di questo nostro Céline del cinema, da sempre convinto, come Conrad, che l’ ultimo rifugio di noi esseri umani, appena si diventa consapevoli della rabbia e della lotta che ci trasforma tutti in schiavi, “è nella stupidità, nell’ubriachezza, nella menzogna, nelle fedi, nel delitto, nel furto, nelle riforme, nelle negazioni, nel disprezzo – ciascun uomo secondo i suggerimenti del suo demone particolare”.
Quel demone che, anche attraverso questo cinema purissimo, si può continuare a esorcizzare da sconfitti, persino vivendo a Palermo. Fino all’ultimo respiro.

 

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Trailer – Belluscone