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Orient Express (Murder on the Orient Express) di Agatha Christie – Prima edizione italiana  (e le altre principali edizioni Mondadori)

Orient Express (Murder on the Orient Express) di Agatha Christie – Prima edizione italiana (e le altre principali edizioni Mondadori)

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Autore/i:  Agatha Christie

Tipologia:  Romanzo

Editore:  Arnoldo Mondadori, Collana "I Libri Gialli", n.127

Origine:  Milano

Anno:  1935 (novembre)

Edizione:  Prima italiana

Pagine:  270

Dimensioni:  cm. 18,5 x 12,5

Caratteristiche:  Legatura in cartone color arancio con titoli e logo casa editrice in nero, sopraccoperta illustrata a colori da un disegno di Salomon van Abbe (conosciuto con lo pseudonimo di Abbey).

Note: 

Prima edizione italiana di Orient Express (Murder on the Orient Express) di Agatha Christie, titolo che in seguito è stato da noi tradotto più fedelmente Assassinio sull’Orient Express.

Il romanzo, apparso negli Stati Uniti anche come Murder on the Calais Coach, è fra i più noti della principale autrice inglese di narrativa e di teatro polizieschi del Novecento, Agatha Christie (1890-1976).

Scritto dalla Christie durante un suo soggiorno a Istanbul, nella stanza 411 del Pera Palas Hotel (oggi adibita a piccolo museo in suo onore), Murder on the Orient Express fu pubblicato a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933, e l’anno seguente  fu raccolto in un unico libro dall’editore inglese Collins Crime Club.

La traduzione della prima edizione italiana è di Alfredo Pitta. La copertina reca un disegno a colori da Salomon van Abbe ( Abbey).

Il volume, pubblicato nel novembre 1935, fa parte della collana Mondadori «I Libri Gialli» ed è il n.127.

Dell’intera collana fino al 30 novembre 1935 si erano vendute 2.540.000 copie. Nonostante l’alta tiratura anche di questo titolo, è difficile rintracciarne un esemplare con la sua sopraccoperta originaria.

In archivio, insieme a questa copia in perfetto stato, che conserva la sua sopraccoperta, ce n’è un’altra in buono stato ma priva di sopraccoperta.

 

LE EDIZIONI MONDADORI IN ARCHIVIO

Il titolo Orient Express  appartiene sia a questa prima edizione italiana Mondadori (nella collana «I libri gialli»n.127) sia alla riedizione in brossura, nella collana mondadoriana «I Classici del Giallo» del febbraio 1970 ( stessa traduzione di Alfredo Pitta, copertina disegnata da Roger Barcilon, pp.206, cm. 18 x 11).

A partire dalla successiva edizione in brossura «Oscar Mondadori» del dicembre 1974 (assieme a quella degli «Oscar del Giallo» del gennaio 1976, con in copertina con un disegno a colori di Karel Thole, entrambi con la medesima traduzione e con la prefazione e postfazione di Oreste Del Buono: pp.228, cm. 18,5 x 11), apparve un  titolo più fedele all’originale: Assassinio sull’Orient-Express.

Altra importante edizione mondadoriana in brossura è quella degli «Oscar del Giallo» del febbraio 1975 (traduzione di Pitta, prefazione e postfazione di Del Buono, copertina disegnata da Thole), d’insolito formato (pp.228, cm. 20 x 13,5) e recante una fascetta di colore arancione con riferimento al film Murder on the Orient-Express (Stati Uniti,1974) di Sidney Lumet.

C’è poi quella dei «Classici del Giallo Mondadori», pubblicata il 3 novembre del 1987 con la nuova traduzione di Lidia Zazo e il disegno in copertina di Carlo Jacono. Il volume in brossura (pp.192, cm. 18,2 x 11)  fa parte di una serie che intende presentare tutto il «ciclo Poirot» della Christie con nuove traduzioni.

Seguono le edizioni «Oscar-Scrittori del Novecento»: in archivio sono conservate quella con la copertina di Ferenc Pintér (con la silhouette di uno degli assassini inquadrata dalla prospettiva di un finestrino del treno coi bordi gialli su fondo blu) dell’edizione 1999 (ventiduesima ristampa, pp.230, cm. 18,5 x 11); e quella con una fotografia virata dell’Orient-Express in copertina (art director: Giacomo Callo, ventottesima ristampa del 2004, pp. 225, cm. 20 x 12,5). Entrambe queste edizioni recano la classica traduzione di Pitta e la prefazione e postfazione di Del Buono.

Nel 2009, la «Biblioteca di Repubblica-L’Espresso» pubblica, nella collana «Collezione storica dei Gialli Mondadori», una ristampa della prima edizione del romanzo con la traduzione di Pitta e con il disegno firmato da Abbey in copertina (pp. 240, cm. 19 x 13).

 

 

 

Sinossi: 

Il baffuto investigatore belga Hercule Poirot è a bordo di uno degli sfarzosi vagoni del Simplon l’Orient Express (una versione in chiave minore del leggendario Orient-Express di fine Ottocento) che viaggia sulla tratta Istanbul-Trieste-Calais. In una cabina del treno viene rinvenuto il cadavere di un facoltoso americano, Samuel Edward Ratchett, assassinato con dodici pugnalate. E Poirot, avvalendosi degli strumenti della scienza forense vittoriana, si ritrova giocoforza a dover condurre l’indagine.

Il romanzo è diviso in tre parti che riproducono altrettanti schemi del giudizio processuale: “I fatti”, “Le deposizioni”, “Le meditazioni di Hercule Poirot“. L’inchiesta coinvolge dodici personaggi che si trovano nella carrozza per Calais dove si è consumato il delitto. Un’abbondante nevicata blocca il convoglio per parecchie ore, e così Poirot ha il tempo di verificare le proprie congetture nella certezza che l’assassino sia uno di quei passeggeri. Il suo è un metodo classico d’indagine: compilazione  di uno schema dei movimenti di tutti i sospettati e di un loro profilo psicosociale. Fin dall’inizio, però, il caso si presenta assai intricato: il cadavere di Ratchett con un pigiama sbottonato, cosparso di ferite di pugnalate, sia profonde sia lievi, che non hanno sanguinato molto (segno che l’uomo era già morto quando queste sono state inferte), e l’assassino sembra abbia usato sia la mano destra sia la sinistra.

Un indizio rivela che il vero nome della vittima era Cassetti, un assassino in fuga dalla giustizia americana perché accusato, anni prima, del rapimento a scopo di estorsione e dell’omicidio della piccola Daisy Armstrong (l’episodio si ispira alla tragedia che colpì il noto aviatore statunitense Charles Lindbergh, il cui figlioletto Charles III di un anno e mezzo fu rapito e brutalmente ucciso nel 1932): un crimine che in seguito aveva provocato indirettamente altre morti fra le persone a lei vicine.

All’interno della camera della vittima, Ratchett/Cassetti, Poirot, insieme all’amico monsieur Bouc e al medico Constantine, trovano un fazzoletto di battista sul quale è stata elegantemente ricamata la lettera “H”. Si scopre che il fazzoletto non appartiene a nessuna delle donne, di diversa estrazione sociale, che sono a bordo dello scompartimento.  I sospetti cadono poi sulla contessa ungherese Andrenyi, il cui nome sembra essere Elena. Ma un’attenta verifica del suo passaporto rivela che il marito della donna, il conte Andrenyi, ha occultato con una macchia di unto la “H” che è l’iniziale del vero nome della moglie: Helena e non Elena.Tuttavia Poirot scopre che il fazzoletto non appartiene alla contessa Andrenyi, bensì all’altezzosa principessa russa Natalia Dragomiroff, alla quale nessuno aveva osato chiedere dell’appartenenza. Svelato il mistero, il fazzoletto torna alla sua proprietaria.

Sempre nella stanza di Ratchett, oltre al fazzoletto ricamato sopra citato, Poirot e i suoi due “assistenti” rinvengono un nettapipe. Durante le deposizioni, l’astuto Poirot chiede ai passeggeri se fumano la pipa. Tutti dichiarano di fumare sigarette, tranne il colonnello inglese Arbuthnot, il quale ammette di fumare la pipa e riconosce che il nettapipe possa essere di sua proprietà.

L’ipotesi finale formulata da Poirot è che il fazzoletto e il nettapipe siano stati messi nella cabina della vittima dopo il delitto. Il colpevole, quando il treno è rimasto bloccato sulle rotaie per la neve, ha posizionato gli indizi per depistare le indagini. Questo perché, grazie a questi due oggetti, i sospetti cadono sul colonnello Arbuthnot e sulla principessa Dragomiroff, due degli indiziati più  insospettabili, con l’alibi più convincente e  apparentemente estranei sia al giro di conoscenze della vittima, sia all’alveo della famiglia della piccola Daisy Armstrong.

Altro elemento d’indagine: nella tasca del pigiama di Ratchett è stato rinvenuto un orologio fermo sull’una e un quarto. La coincidenza è strana anche per il fatto che l’orologio sta agganciato al letto della vittima, come se fosse stato sistemato in evidenza dall’assassino. Poirot è infatti convinto che il delitto sia stato compiuto prima delle 0:37, quando egli stesso ha udito qualcuno parlare in francese nello scompartimento di Ratchett. Ma quest’ultimo non conosceva la lingua francese, e quindi a parlare doveva essere stato l’assassino. Poirot ne deduce che a quell’ora Ratchett era già morto.

Nel corso della sua investigazione, Poirot ascolta la testimonianza del segretario di Ratchett, Hector MacQueen che afferma di aver visto, durante l’orario del delitto, una donna con indosso un kimono scarlatto  passare lungo il corridoio del vagone. Vengono subito perlustrate le valigie dei sospetti. Nessuna delle donne messe sotto torchio dall’investigatore ammette di possedere il kimono.

L’americana Caroline Martha Hubbard, insegnante in un collegio a Smirne, svuota la sua ampia borsa nella quale è custodito il bottone dell’uniforme del conduttore del vagone-letto , Pierre Michel, che la donna afferma di aver ritrovato tra le pagine di una rivista che stava leggendo. Nella valigia della cameriera della principessa Dragomiroff, la tedesca Hildegard Schmidt, viene ritrovata l’ uniforme di Pierre Michel, facendo presumere che l’assassino se ne era impossessato e poi, durante la fuga, avendo trovato vuota la cabina della donna, l’abbia nascosta lì. Tornato allo scompartimento, Poirot  trova dentro la propria valigia il kimono: è un gesto di sfida dell’assassino.

Vengono pure interrogati Henry Masterman (il cameriere di Ratchett), l’istitutrice Mary Hermione Debenham e il rappresentante americano Cyrus B.Hardman.

L’alternarsi di colpi di scena conduce alla soluzione del caso e, al termine dell’inchiesta, Poirot  prospetta all’amico Bouc, al dottor Constantine e agli altri viaggiatori convocati, due possibili soluzioni del caso: la prima ipotizza che uno sconosciuto, travestito da dipendente delle ferrovie, sia entrato nella cabina di Ratchett/Cassetti e lo abbia pugnalato.

La seconda ipotesi, assai più ardita e complessa, è illustrata da Poirot attraverso una precisa e accurata ricostruzione dei fatti,   durante la quale gli innumerevoli tasselli del puzzle vengono fatti combaciare. Stando alle conclusioni di Poirot, alla vittima sono state inferte dodici pugnalate, ognuna vibrata da una diversa persona. Se ne deduce che il colpevole non è uno solo: ad avere ucciso Ratchett/ Cassetti sono state dodici persone diverse, undici (poi si scopre dodici) tra i passeggeri sospettati e il controllore. I dodici (o tredici) assassini hanno deliberatamente trovato sistemazione a bordo del Simplon/Orient -Express allo scopo di compiere un gesto di vendetta per la morte della piccola Daisy Armstrong, la piccola vittima del barbaro rapimento a cui tutti e dodici i sospetti erano profondamente legati.

Si viene a scoprire  che il controllore Pierre Michel è il padre di Susanne, una delle cameriere di casa Armstrong. La ragazza era stata accusata di complicità nel rapimento e non aveva retto all’accusa, scegliendo di togliersi la vita. Susanne, la notte del rapimento, in verità si stava intrattenendo con il suo amante ai confini della proprietà di casa Armstrong e per tale motivo aveva dichiarato di aver visto un’automobile  sospetta allontanarsi dall’abitazione degli Armstrong. Ma gli inquirenti avevano deciso di accusarla. Pierre Michel è il tramite attraverso il quale i congiurati sono riusciti a mettere in atto il loro piano: infatti solo lui – in quanto dipendente delle ferrovie – poteva procurare il passepartout, l’uniforme da conduttore indossata dal presunto sconosciuto, e poteva avvisare i congiurati del giorno esatto in cui Ratchett avrebbe preso il treno.

Hector MacQueen è il figlio del giudice che  a suo tempo si era occupato del caso Armstrong e che perseguitò Ratchett/Cassetti senza riuscire a incastrarlo. Cassetti riuscì a sfuggire alle indagini corrompendo i funzionari della procura. Hector non nasconde a Poirot di aver conosciuto la famiglia Armstrong ai tempi dell’inchiesta, e confessa la sua venerazione per la madre della piccola Daisy (alla quale aveva svelato la propria vocazione di attore), poi morta in seguito al trauma subito, perdendo anche il bambino di cui era incinta. McQueen è uno dei pilastri del complotto: è riuscito a farsi assumere alle dipendenze di Ratchett/Cassetti, in modo da poter stare a stretto contatto con lui e informare i congiurati delle sue mosse. È a conoscenza di alcune lettere anonime che accusavano il suo principale , ma è anche quello che le ha fatte sparire per favorire la vendetta privata. La notte del delitto, si è finto Ratchet nella propria cabina, richiamando l’attenzione del conduttore Pierre Michel (e involontariamente dello stesso Poirot) allo scopo di  depistare le indagini. È stato lui a far entrare tutti e undici i congiurati nel luogo del delitto attraverso la cabina della signora Hubbard, creando poi falsi indizi per confondere Poirot. Ma inutilmente.

Viene rivelato che l’americano Cyrus B. Hardman è un investigatore privato dell’agenzia Pinkerton (ingaggiato furbescamente da Ratchet per rintracciare se stesso, ovvero Cassetti), e ancora prima un poliziotto, che aveva corteggiato la povera cameriera Susanne Michel. Il motivo per cui ha partecipato all’omicidio è dunque quello di vendicare la morte per suicidio della sua amata.

La psicolabile Greta Ohlsson non è altri che la bambinaia della piccola Daisy Armstrong. Rimasta traumatizzata dalla morte della bambina, è colei che ha inferto la pugnalata più debole a Ratchet, per via del suo stato emotivo.

L’anziana principessa Natalia Dragomiroff  è stata la madrina di battesimo della signora Sonia Armstrong, madre di Daisy, per via della sua amicizia con la madre della donna, la nota attrice Linda Arden. Questo lo si viene a sapere nel corso del primo interrogatorio. Suo è anche il fazzoletto di battista con incisa la lettera H (che corrisponde alla N di Natalia in cirillico) ritrovato sul luogo del delitto. Ovviamente nessuno sano di mente avrebbe accusato di omicidio una nobildonna, per giunta vecchissima e quasi impossibilitata a muoversi, data la presenza di ferite inferte con grande violenza. Nel testimoniare, la principessa è molto reticente, tentando di nascondere a Poirot varie informazioni sul conto di Sonia Armstrong: il nome della sorella, il destino della madre e il nome della segretaria. È verosimilmente sua la seconda coltellata di striscio.

A fare da complice della principessa è stata Hildegard Schmidt, la sua cameriera, un tempo cuoca di casa Armstrong.

Il colonnello Arbuthnot, che inizialmente nega di aver conosciuto il colonnello Armstrong dimostrando al contempo di essere al corrente delle sue onorificenze e dei suoi meriti, servì insieme a lui l’esercito in India. Fu anzi lo stesso Armstrong a salvargli la vita durante un’impresa bellica. Arbuthnot (nel frattempo innamoratosi di Mary Debenham) ha concepito la strategia per la vendetta collettiva, convincendo i suoi complici che gli assassini/giustizieri dovevano essere 12, tanti quanto sono i componenti di una giuria.

Mary Debenham è stata l’ istitutrice della contessa Helena Maria Andrenyi, quando questa, da nubile, era la sorella minore della signora Armstrong.

La contessa Helena Maria è la sorella minore della signora Armstrong, prima di sposare il conte e diplomatico ungherese Rudolph Andrenyi. È stata coinvolta nel piano di vendetta dalla madre Sonia e il marito l’ha sostenuta psicologicamente dall’impresa al punto da guidare la sua mano quando è arrivato il loro turno nel pugnalare Ratchett/Cassetti. In questo modo le pugnalate sono state  12, nonostante i cospiratori siano stati 13. È stato sempre il conte Rudolph a escogitare lo stratagemma della macchia di unto che è servito per un depistaggio sull’identità della proprietaria del fazzoletto che appartiene alla principessa Dragomiroff.

Elementari sono poi le motivazioni che hanno spinto al delitto i rimanenti congiurati: Antonio Foscarelli è stato l’autista della famiglia Armstrong e fu colpito alle spalle dai rapitori della bimba, mentre il cameriere di Ratchett/Cassetti era stato a suo tempo sia il maggiordomo fedele della famiglia Armstrong, sia l’aiutante di campo dello stesso colonnello Armstrong, entrando in seguito al servizio di Ratchett per consumare la propria vendetta.

C’è poi Caroline Martha Hubbard, nome falso dietro al quale si è celata Linda Arden (nata Linda Goldenberg), celebre attrice tragica americana, madre di Sonia Arden (poi Sonia Armstrong) e di Helena Maria Arden, la futura contessa Andrenyi. È stata lei la mente principale della vendetta contro Ratchett/ Cassetti, coinvolgendo direttamente o indirettamente tutti gli altri. Dopo la morte della nipote e i conseguenti tragici avvenimenti, Caroline/Linda si era allontanata dalle scene per elaborare privatamente il proprio dolore, maturando a poco a poco il piano per uccidere Cassetti, l’imperdonabile artefice della terribile sciagura familiare. Utilizzando la propria abilità di attrice, si è fatta passare per una ordinaria e petulante donna americana.

Il romanzo si conclude con la decisione, da parte di monsieur Bouc e del dottor Constantine, di non consegnare i congiurati assassini  alla polizia iugoslava,  ma di addossare la colpa del delitto a uno sconosciuto, optando così per la prima soluzione formulata da Poirot, nel ritenere che il delitto sia una sentenza espressa ed eseguita da una giuria composta da tutti coloro  che, essendo legati in un modo o nell’altro alla famiglia Armstrong, reclamavano legittimamente la loro vendetta. Secondo tale punto di vista, dopo tanti anni, giustizia è stata fatta.

 

 

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