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Memoria e famiglia di Natalia Ginzburg

Memoria e famiglia di Natalia Ginzburg

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Tipologia:  Articolo

Testata:  La Repubblica, ed. Palermo

Data/e:  4 dicembre 2016

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

Non è solamente in ragione dei cento anni trascorsi dalla sua occasionale nascita a Palermo, celebrata da un pannello in maiolica sistemato dal 14 luglio scorso all’angolo di via Libertà 101, che conviene tornare a scoprire l’opera di Natalia Ginzburg, la sua lezione di letteratura e di pensiero. Lo si può fare lasciandosi ammantare dalla ruvida stoffa di cui è fatta la sua narrativa, impasto di verità e reticenza (sostiene il suo esegeta Garboli) votato all’autobiografismo, a partire dal romanzo d’esordio, firmato con uno pseudonimo per sfuggire alle leggi antisemitiche del fascismo: “La strada va in città” (1942), titolo assai ricercato dai collezionisti. Manifesti del suo stile, tematicamente concentrato sulla famiglia come luogo eletto di appartenenza quanto di conflittualità e di dissoluzione, sono Lessico famigliare (1963), memoria analiticamente mitizzata degli anni torinesi seguiti a quelli di Palermo abbandonata a soli tre anni, e Caro Michele (1973), il più lancinante dei suoi romanzi romani, da cui Monicelli ha tratto un film con Mariangela Melato in stato di grazia. Che poi le sue acide commedie (Ti ho sposato per allegria è la più celebre) invecchino bene lo hanno dimostrato, in questi ultimi anni, le intriganti messe in scena di Valerio Binasco. Ma c’è un modo sicuro per apprezzare le qualità speciali della Ginzburg, ed è quello di accostarsi ai suoi saggi (di letteratura, di cinema, di politica e di costume), riuniti in raccolte di Einaudi e di Mondadori (Le piccole virtù è la più ristampata), dove a esibirsi con implacabile impudicizia è soprattutto il piacere “eretico” di adoperare la mente come le viscere. Sorprendente è la sua lucidità critica esibita con ironica severità in sede di recensione. E citatissima è la sua polemica di atea che si rivolge ai propri compagni comunisti circa il crocefisso che, secondo lei, può rimanere appeso nelle scuole perché “non genera nessuna discriminazione”, perché “tace”. Di grande acutezza sono pure i suoi ritratti di personalità conosciute in vita. Uno dei capitoli di Vita immaginaria (frantoio saggistico diventato ormai raro) è dedicato allo studioso di origini agrigentine Niccolò Gallo, consulente editoriale della Mondadori, formidabile scopritore di talenti letterari, uomo schivo e rigoroso. Scrive di lui la Ginzburg: “Nello sguardo che egli posava sulle cose e sugli uomini non c’era ingenuità. Non c’era nemmeno curiosità. Non c’era nemmeno pessimismo o amarezza. C’era soltanto la luce dell’intelligenza”. E sembra che parli di se stessa.

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