venerdì, 22 febbraio 2019

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Manfred di Byron / Carmelo Bene – Brochure del Teatro Massimo di Palermo del 1979

Manfred di Byron / Carmelo Bene – Brochure del Teatro Massimo di Palermo del 1979

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Tipologia:  Brochure teatrale

Film di riferimento:  Teatro musicale: "Manfred" di George Gordon Byron. Versione italiana e riduzione di Carmelo Bene. Musiche di scena di Robert Alexander Schumann. Regia di Carmelo Bene. Direttore d'orchestra: Piero Bellugi. Con Carmelo Bene, Lydia Mancinelli. Orchestra e coro dell'E.A. Teatro Massimo di Palermo. Maestro del coro: Mario Tagini. Soprano: Patrizia Ciambra / Mezzosoprano: Vitalba Mosca / Tenore: Pietro Tarantino / Baritono: Ugo Tortorici

Pubblicazione:  Brochure teatrale con all'interno il testo integrale del dramma lirico con musiche. In occasione dell'allestimento al Teatro di Verdura di Villa Castelnuovo per la Stagione estiva del Teatro Massimo di Palermo - giovedì 2 / venerdì 3 / sabato 4 agosto 1979

Editore:  E.A.Teatro Massimo (Stampa: Grafiche Pezzino di Palermo)

Origine:  Palermo, 1979 (agosto)

Pagine:  36

Caratteristiche:  Brossura spillata e riquadrata con titoli in marrone su fondo bianco. Priva di illustrazioni.

Dimensioni:  cm.24 x 17

Note: 

Brochure dello spettacolo Manfred di Byron musicato da Schumann con l’adattamento, la regia e l’interpretazione di Carmelo Bene. In occasione dell’allestimento al Teatro di Verdura per la stagione estiva 1979 del Teatro Massimo di Palermo (2, 3, 4 agosto). La pubblicazione, priva di illustrazioni, contiene il testo integrale del dramma musicale di Byron nella versione di Carmelo Bene, oltre a uno scritto di Giorgio Manganelli sull’opera di Byron (Il privilegio della dannazione), uno (non firmato) sulle musiche di scena composte da Schumann e due scritti sul teatro di Bene ( tratti da: Carmelo Bene – Il circuito barocco di Maurizio GrandeBene-Deleuze / Sovrapposizioni di Gilles Deleuze ).

 

« (…) Byron definì il suo lavoro “of a wild, metaphisical and inexplicable kind”: qualcosa di folle, metafisico ed enigmatico dove il metafisico include magia, bizzarria del’intelligenza e misteriose, intollerabili emozioni. Definì il Manfred  “dialogo drammatico”, avendo riguardo alla costante sfida tra il protagonista e le potenze demoniche che lo affrontano. Dichiarò di averlo pensato come poema in forma drammatica, ma non di averlo destinato al palcoscenico.

A questa sua opera Byron portò, fin dagli inizi, un perplesso e dubbioso amore: prediligeva alcune parti, ad esempio la descrizione delle rovine di Roma, ma lo sospettava disordinato ed irregolare. Certo, di rado riuscì a realizzare la propria fittizia immagine in modo più aggressivo e coerente. La materia del Manfred mitologizza dei contenuti privati, psicologici, esalta a grandezza e magniloquenza fastosa una storia segreta; in essa Byron realizza una delle ambizioni demoniche del suo personaggio, essere insieme clandestino ed esibizionista, degradarsi pubblicamente in una cerimonia di superba esaltazione. Tutte le contraddizioni byroniane sono violentemente e talora crudamente esasperate.

Manfred è un mago che, grazie all’implacabile esercizio di una atroce volontà ed una scienza potente ed empia, ha appreso a comandare agli elementi, tiene schiavi i demoni, e sa sfidare i signori delle tenebre. Ma il suo cuore alberga una sofferenza che nessuno può lenire: un fascinoso rimorso, aureolato di ingegnose reticenze, di allusioni ad un evento terribile, ad un peccato orrendo, ad un amore che uccise. Tutto è vago, avvolto da esclamazioni, declamazioni, gesti drammaticamente angosciosi. Ma l’oratoria teatrale vela e svela una confessione aspra e penosa. Astartre, la creatura misteriosamente uccisa e che egli, con l’ausilio delle potenze infernali, riesce a strappare per un breve istante all’abisso della morte; la compagna delle sue fantsasie e delle sue ambizioni, nasconde il volto della sorellastra di Byron, Augusta, cui questi fu legato da una passione che aveva tutta la sinistra eleganza letteraria di un peccato imperdonabile: ed a codesta sospetta relazione incestuosa si attribuiva la decisione della moglie di separarsi dal poeta dopo breve esperienza matrimoniale.

Potremmo considerare il Manfred un dramma dell’espiazione. non fosse così dispiegata la passione mimetica per il peccato, il gusto dell’ornamento diabolico, infine l’esibizione del proprio male con un accanito amore per la piaga, tanto più nobile quanto più il suo orrore rende demonicamente privilegiato colui che la esibisce, e che da essa è condannato alla solitudine.

Opera di acre, anche angusto romanticismo, fitta di tutte le illusioni, i temi tipici del byronismo della prima maniera – la maledizione divina, il cuore riarso, la magia inane contro il dolore, l’onnipotenza delle passioni, il peccato inesplicabile, la magnificenza e la nobiltà della dannazione – questo poema drammatico forse non è di agevole accesso al lettore ed allo spettatore di una civiltà alimentata da diverse immagini. Inutile cercare in questo testo il facile commercio col personaggio: Manfred è un simbolo sentitamente morale, una invenzione vocale, una magica larva, non diversamente da quelle vaghe, prodigiose forme con cui ininterrottamente dialoga. Possiamo dire che il Manfred aspira a presentarsi come una visione, in cui il protagonista, avvalendosi della potenza del male che lo segna e in qualche modo illumina, eccita le forze del cielo e dell’abisso; Manfred non è una persona, ma una formula, un incantesimo. La materia della favola, nomi e sentimenti, è una costellazione di spettri senz’ombra. (…) »

( da Il privilegio della dannazione di Giorgio Manganelli – scritto pubblicato nella brochure del Teatro Massimo di Palermo per gentile concessione del Teatro dell’Opera di Roma)

 

 

 

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