martedì, 16 luglio 2019

Umberto Cantone L'occhio di HAL – Archivio della collezione e degli scritti di Umberto Cantone

Home » Press » Maggiore, il fanatismo di un teorico del razzismo
Maggiore, il fanatismo di un teorico del razzismo

Maggiore, il fanatismo di un teorico del razzismo

Print Friendly

Articolo: 

È noto che lo scaffale dei collezionisti di curiosità editoriali non ospita soltanto pubblicazioni commendevoli.

Tra i reperti di quel nefasto filone della saggistica legata alla promulgazione delle leggi razziali fasciste, c’è il libro del filosofo e giurista palermitano Giuseppe Maggiore (1882-1954), figura di spicco dell’intellighenzia di quegli anni, seguace dell’“attualismo” di Gentile e sostenitore di una via italiana al totalitarismo giuridico (la legge come espressione dello Stato e della volontà del suo Capo), talmente devoto a Mussolini al punto da accettare di abbandonare la famiglia, a metà luglio del ’43 (quando già gli alleati erano sbarcati in Sicilia), per accettare l’incarico di presidente dell’Istituto Nazionale di Cultura Fascista poi abolito a nemmeno un mese dalla sua nomina.

Nel dopoguerra, Maggiore si meritò l’allontanamento dall’insegnamento che lo costrinse all’oblio da cui riemerse anche grazie a quel romanzetto sulla rivolta palermitana del 1866, “Sette e mezzo”, che ce lo ha tramandato come un epigono di Tomasi di Lampedusa.

Questo suo “Razza e fascismo” — pubblicato a Palermo nel febbraio 1939 dalla Libreria Agate (l’ex Treves situata ai Quattro Canti) — funziona oggi soprattutto da monito circa i danni che il fanatismo può produrre nelle menti migliori, oltre a farsi leggere come la summa di un razzismo teorico che si serve di certi concetti scientifici per piegarli alle ragioni contingenti della politica.

Prima di prendersela, nelle ultime pagine del libro, con la “disumanizzante” invasione dei professori ebraici da cacciare per “restituire l’Università italiana agli italiani”, Maggiore declina dottamente il principio di un razzismo che, in quanto “realtà”, deve trasformarsi in “efficace programma politico”.

A pagina 177 c’è poi la trave che regge l’intero impianto del libro: “se la razza è una verità per la biologia, non può che essere tale per la filosofia”.

Per dare l’idea di che pasta fossero fatti quei tempi, conviene ricordare che Maggiore fu solo uno dei ben 360 docenti universitari firmatari del bieco Manifesto della razza.

E che, pochi anni prima dell’uscita di “Razza e fascismo”, la rivista d’affari statunitense “The Fortune” dedicava un numero all’ Italia e al suo popolo arretrato (i cui immigrati erano definiti con i razzistici dispregiativi di “Dago” o “Wop”) che aveva finalmente trovato il suo “civilizzatore” in Mussolini.

Ovvero in quel dittatore che, nel frattempo, il presidente Roosvelt non esitava a definire un “ammirevole gentleman”.

 

- GALLERY -