venerdì, 22 febbraio 2019

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L’uomo di paglia di Pietro Germi – Cineromanzo a fumetti in “Cinefotoromanzo”, Anno IV, n.1, 1 gennaio 1960

L’uomo di paglia di Pietro Germi – Cineromanzo a fumetti in “Cinefotoromanzo”, Anno IV, n.1, 1 gennaio 1960

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Tipologia:  Cineromanzo a fumetti

Film di riferimento:  L'uomo di paglia (Italia,1947) di Pietro Germi. Collaborazione artistica di Alfredo Giannetti. Soggetto di Pietro Germi, Alfredo Giannetti. Sceneggiatura di Pietro Germi, Alfredo Giannetti (con la collaborazione di Leo Benvenuti e Piero De Bernardi). Fotografia di Leonida Barboni. Musica di Carlo Rustichelli. Con Pietro Germi, Luisa Della Noce, Edoardo Nevola, Saro Urzì, Franca Bettoja, Milly Monti, Romolo Giordani, Luciano Marin, Renato Montalbano, Andrea Fantacci, Marcella Rovena, Alfredo Giannetti

Editore:  Editrice La Torraccia

Origine:  Roma

Anno:  1960 (1 gennaio)

Caratteristiche:  Fascicolo spillato con composizione fotografica a colori in copertina (soggetto: scene dal film "L'uomo di paglia" con Pietro Germi e Franca Bettoja)

Edizione:  Anno IV, n.1, 1 gennaio 1960

Pagine:  32

Dimensioni:  cm. 34 x 27

Note: 

Cineromanzo a fumetti tratto dal film L’uomo di paglia (1947) di e con Pietro Germi. Unica edizione pubblicata in «Cinefotoromanzo», Anno IV, n.1 del 1°gennaio 1960.

 

Cinema della trasmutazione e del malessere, tagliato verticalmente dai sussulti della nevrosi e dai soprassalti della schizofrenia, quello del Germi di mezzo è un cinema dell’ambiguità radicale, sospeso tra sovversione e fuga com’è nella grande tradizione del melodramma che mette in scena le crisi sociali ma rifiuta risolutamente di percepire il cambiamento in contesti che non siano privati ed emotivi. Cinema di condomini, periferie, osterie, trattorie, incontri domenicali, ma soprattutto cinema di interni claustrofobici, cinema che si chiude in casa come un fortino assediato, nelle stanze piene di oggetti del melodramma familiare che sommerge i protagonisti con immagini di oppressione pronte a capovolgersi negli spazi esplosivi dell’isteria latente, ma (come scrive T. Elsaesser nel 1972 in uno studio sul melodramma familiare) «rivela anche il tentativo del nucleo borghese di fermare il tempo, immobilizzare la vita e fissare per sempre le relazioni di proprietà domestica come modello di vita sociale e come baluardo contro i più inquietanti aspetti della natura umana».

(Orio Caldiron, da Pietro Germi, la frontiera e la legge, Roma, Bulzoni, 2004)

TRAMA

Andrea Zaccardi, operaio romano quarantenne, vive ormai da anni il suo tran tran giornaliero con la moglie Luisa, il figlioletto Giulio e il piccolo cane Tripoli.

Quando Giulio si ammala di bronchite, dopo essere andato a caccia col padre, la madre decide di portarlo al mare, nella casa dei nonni a Fiumicino, nonostante la stagione autunnale. Per la prima volta da quando è sposato, Andrea resta solo in città. È annoiato, immalinconito, non sa bene cosa fare di sé all’uscita dalla fabbrica.

A fine settimana, andando a trovare la famiglia, s’imbatte, prima sulla spiaggia e poi sulla corriera che lo riporta in città, con una dattilografa di 22 anni, Rita, che abita nel suo stesso condominio e che da tempo nutre una certa simpatia per lui. Un po’ per noia e un po’ per vanità, Andrea intreccia una relazione con la ragazza e trascorre con lei le sue ore libere: i balli, i baci, le notti sui prati.In più, l’uomo contribuisce a far assumere il fratello di Rita alla fabbrica e conosce la famiglia di lei.

Il rapporto tra i due diventa sempre più intimo e nevrotico: Andrea non ha intenzione di abbandonare la moglie e il figlio (nel frattempo tornati da Fiumicino), mentre Rita non vuole arrendersi all’abbandono. Lui cerca inutilmente di tenerla a distanza (anche perché l’amico e collega Beppe ha capito la situazione e tacitamente lo rimprovera) mentre lei trascorre i suoi giorni nell’angosciosa attesa d’incontrare l’amante, aspettandolo imprudentemente fuori dalla fabbrica.

Arrendendosi alla reciproca attrazione, i due si danno appuntamento per un chiarimento decisivo. È una domenica mattina e Andrea ha promesso al figlio Giulio di portarlo come sempre con sé a caccia. Ma stavolta l’uomo va al lago da solo e chiede a Beppe di coprirlo per poter trascorrere l’intera giornata con Rita. Durante il pranzo al ristorante “Bellavista”, Andrea abbandona ogni ritrosia e fa capire alla giovane amante di voler interrompere definitivamente la relazione. Rita ha una reazione isterica e l’uomo, per difenderla, è costretto a litigare con un avventore del ristorante. In più, quando torna a casa, la moglie Luisa gli rivela che il figlio è sparito.Quando il piccolo Giulio viene ritrovato in cantina, dove si era rifugiato per protesta contro il padre, la serenità sembra avere riconquistato la famiglia.

Qualche giorno dopo, ancora inquieto per la relazione troncata, Andrea riceve un’angosciosa telefonata da Rita ed è costretto a raggiungerla di fretta, mentre il cane Tripoli lo segue. Anche Giulio nota il padre concitato e decide di interrompere una partita di calcio con gli amici per seguirlo a sua volta e abbracciare Tripoli. Andrea sta per incontrare Rita sul lungo fiume, quando viene richiamato dal figlio. Ma il cane sfugge dalle braccia di Giulio per andare incontro ad Andrea, viene investito da un camion e muore. Rita ha assistito muta alla scena: questa volta le basta uno sguardo per capire che tutto è finito.

Per la famiglia Zaccardi ora la vita può ricominciare: a Giulio sembra addirittura di aver conquistato la moglie Luisa una seconda volta.Passano i giorni. Mentre una sera sta passeggiando con la moglie e il figlio, Andrea sente la sirena di un’autoambulanza e apprende dai passanti che una ragazza si è uccisa buttandosi dal quarto piano. Si tratta di Rita. La domenica seguente, in chiesa, l’uomo fa una confessione alla moglie: la giovane si è suicidata a causa sua. Poi le chiede perdono.

Luisa decide di andare via di casa col figlio: sia perché non sopporta più l’idea di vivere con lui, sia perché sa di non potergli alleviare il rimorso.

La notte di San Silvestro Andrea è solo nella città in festa. Decide di passare le ultime ore dell’anno ubriacandosi al tavolo di una trattoria, e questo nonostante il fatto che l’amico Beppe lo abbia invitato a casa sua. Dopo la mezzanotte, tra i botti di castagnole, Andrea torna a casa dopo aver litigato con un tassista. Sul pianerottolo, l’uomo trova la moglie e il figlio che lo aspettano: sono tornati a vivere con lui. Ma anche se appaiono  commossi, anche se si stringono in un abbraccio, i tre sono animati da una nuova inquietudine. È la voce fuori campo di Luisa a concludere: «No, non sarà mai più come prima… mai più».

 

«(…) La vita resta vuota lo stesso forse perché – aveva ragione Eliot – sono gli uomini ad essere vuoti, nella testa non hanno grandi pensieri e  grandi sentimenti, ma soltanto paglia. Vuoto per vuoto, tanto vale tornare a quello imposto dalla legge, il matrimonio, la famiglia, i figli, la sicurezza. C’è chi si butta dalla finestra per sfuggire al grigio, c’è chi continua a respirarlo giorno dopo giorno per tutta la vita. Sotto la parola “fine” uno spaventapasseri fra il tragico e il beffardo sintetizza il film e ne giustifica il titolo». (Enrico Giacovelli, da Pietro Germi, Firenze, La Nuova Italia, Il Castoro Cinema, 1990)

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