mercoledì, 27 gennaio 2021

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“Luci rosse, addio : con l’Orfeo chiude l’epopea del cinema proibito”, in “la Repubblica-Palermo”, 23 dicembre 2020

“Luci rosse, addio : con l’Orfeo chiude l’epopea del cinema proibito”, in “la Repubblica-Palermo”, 23 dicembre 2020

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Tipologia:  Articolo

Testata:  la Repubblica/ Palermo

Data/e:  23 dicembre 2020

Autore:  Umberto Cantone

Articolo: 

L’ultimo macabro segno di vita ce lo aveva dato nel giugno dell’anno scorso, in occasione di un fattaccio che sembrava uscito da un film di Ciprì e Maresco.

Un sessantenne bagherese fulminato da infarto tra le sue smandrappate poltrone mentre assisteva alla sugosa performance di tale Cristina Bella, pornostar d’Ungheria, in un hardcore della Dynasty Style vecchio di dieci anni. Così, da quella malinconica cronaca di una morte in tiro, abbiamo appreso che il glorioso cinema Orfeo, estremo avamposto palermitano delle luci rosse che furono, era ancora operante.

Oggi la notizia è di un mesto quanto tombale “vendesi” dell’attività che sigla la chiaroscurata parabola del locale situato nei tre fornici a piano terra di quel palazzo Ardizzone realizzato a ridosso del 1930 e delimitato dalle vie Maqueda, Trieste e Torino. Non c’è dubbio che questa chiusura procuri qualche magone a chi rimpiange i templi dove si consumava una promiscua interattività erotica a buon mercato, oggi sostituiti dai più desolati contatti on line di porno tube e delle porno webcam nelle quali la performance sessuale è ridotta a un forsennato, stucchevole fai-da-te.

“Andare all’Orfeo”, aperto di giorno e di notte, è stato per molte generazioni di palermitani sinonimo di lascive trasgressioni da consumare in gruppo con sprezzo goliardico, oppure da soli assecondando assorti inturgidimenti buoni a rifondare il proprio ordinario abecedario erotico.

E insieme all’Orfeo, c’era una volta anche a Palermo la filiera dei grandi schermi convertitisi al “porno” due anni dopo l’exploit di un genere sdoganato in Italia il 15 novembre 1977 al Majestic di Milano. C’erano il glorioso cine-teatro Finocchiaro di via Roma, l’Ambra di via Mariano Stabile che cambiò nome in Etoile e l’adiacente Embassy multisala prima Smeraldo e poi Holiday, il Trinidad di via Cuba che non si chiamò più così quando volle darsi al d’essai diventando il Marconi, e occasionalmente il Ritz del quartiere Montepellegrino oggi sede di una chiesa evangelista.

Da noi, gli spettatori di sesso esplicito dovettero aspettare l’autunno del 1979 per poter ammirare all’Abc di via Amari la mitica performance di porno-degustazione affidata a Linda Lovelace, sapiente pioniera tra le pornostar planetarie nel mitico Gola profonda, filmche fece da apripista agli hard core che soppiantarono il genere “sexy”, ossia i softcore alla Russ Meyer con le sue straripanti maggiorate Vixen e Supervixen. Ma erano tempi, quelli, in cui andare a luci rosse poteva significare essere oggettivamente complici di un’associazione a delinquere.

Agli inizi degli anni ‘80 frequenti furono, infatti, le denunce con tale imputazione di magistrati zelanti che ingaggiarono dei corpo a corpo legali con produttori e autori di film come Pornorella o Sole, sesso e pastorizia, mentre i telespettatori si godevano sempre più incuriositi gli esilaranti duelli tra Cicciolina, diva e pasionaria dell’hard nostrano, e lo scatenato pretore-censore di Palermo Vincenzo Salmeri, uno che alle accuse di sessuofobia al Costanzo-Show rispondeva di essere un uomo di mondo perché aveva frequentato una volta le Folies Bergère!

Quella persecuzione finì presto, con dilazioni e deroghe all’italiana, e gli spettatori cominciarono ad apprezzare il brivido caldo della porno visione. Ci si abituò persino a quel puzzo di fluidi organici che contribuivano a trasformare ogni sala a luci rosse in una (magari scomoda ma quanto consolatoria) placenta del desiderio proibito, dove lo sguardo s’incollava all’immagine e dove bisognava stare attenti, negli intervalli tra primo e secondo tempo, a non guardarsi l’uno con l’altro per evitare imbarazzanti agnizioni, magari tra familiari.

A tal proposito va detto che, in una sala a luci rosse, le trasgressioni riguardavano tanto lo schermo quanto la platea. E l’appena defunto cinema Orfeo non faceva eccezione in tal senso. Che, insieme al Finocchiaro, fosse diventato anche un luogo di accanito battuage non è mai stato un mistero. Per Nino Gennaro, il più libertario dei nostri poeti e drammaturghi, quelli erano posti “dove un culo era un culo”, punto e basta.

Per questo, nel frequentarli da semplici curiosi o “velate” o porno- esegeti, bisognava fare attenzione a non prendere posto nelle file di dietro, dove si rischiava l’approccio sgradito, né in quelle davanti rigorosamente riservate agli onanisti.

Poteva anche accadere che la preda di un’avance omosessuale fosse un uomo accompagnato dalla fidanzata o dalla moglie, e allora per l’incauto predatore erano dolori. Simili episodi, con tanto d’intervento della forza pubblica, costellarono anche a Palermo gli anni d’oro del boom delle luci rosse che portò negli anni ’90 ben mille delle seimila sale italiane a programmare prodotti hardcore di tutte le latitudini e per tutti i gusti (però rigorosamente etero), prima perseguiti ma poi regolarmente tassati dallo stato, e via via sempre più presenti negli ordinari cartelloni pubblicitari con titoli ammiccanti come Stretta e bagnata, Tanto calore, A doppio gusto, Sensi caldi.

Un florido mercato a cui si sovrappose, negli anni ’90, quello dell’home video che si fece assai penetrante nel trasferire massicciamente le visioni “proibite” dai grandi ai piccoli schermi.

A Palermo, le notturne e sgranate visioni hard di Tele Sakura furono il segno di quel radicale mutamento di prospettiva, e per anche per i locali cinema a luci rosse fu l’inizio di una lenta ma inesorabile agonia.

Così, mentre Rocco Siffredi si trasformava in un ecumenico marchio d’erezione e il made in Italy cinematografico scopriva di avere due Bellocchio come maestri riconosciuti, Marco e Max (quest’ultimo sostenne di essere “l’unico regista porno al quale la gente chiede l’autografo”), sale cinematografiche come l’Orfeo sono state azzannate da una crisi che, anno dopo anno, si è fatta più nera.

A frequentare il cinema in via Maqueda n. 25 erano rimasti, negli anni duemila del post-cinema, un pugno di anziani poco avvezzi al computer, coppie clandestine desiderose di erotiche carburazioni, qualche turista milf alla ricerca di emozioni, e soprattutto sfaccendati con brame da esaudire pigramente.

Il lockdown pandemico, dunque, è stata solamente l’occasione buona a evitare un accanimento terapeutico. A chi ha generosamente alzato giorno dopo giorno le saracinesche del già compianto cinema Orfeo non resta che condividere la convinzione di colui che fu il principe dei porno registi, Lasse Braun alias Alberto Ferro: “Mi ritengo un benefattore dell’umanità. Nella vita non ho fatto altro che provocare milioni e milioni di orgasmi”.